Afghanistan, mezzo pomeriggio per un voto unanime
Se si discutesse di cose concrete, di scelte effettive, di grandi prospettive politiche, la discussione sull’attuale scontro politico in Italia assumerebbe dei contorni meno drammatici e meno retorici. Purtroppo ci tocca ascoltare frasi come quelle del presidente del Senato, noto e storico ventriloquo di Berlusconi, riguardo a un «Facebook più pericoloso degli anni 70». Affermazioni prive di senso e utili solo a un po’ di visibilità personale oltre che ad alzare la tensione complessiva. Questo gruppo dirigente che governa l’Italia da un quindicennio, di fronte a una stagione come quella degli anni 70 si squaglierebbe in un attimo vista la miseria umana e politica espressa…Comunque, se guardiamo alle scelte concrete le cose stanno molto diversamente.
Si pensi alle missioni militari all’estero: Afghanistan, Libano, Balcani. Dopo il Senato ieri è stata la Camera a dare il sì definitivo alla proroga della partecipazione italiana alle missioni militari. E a dispetto del “clima di odio” e della contrapposizione violenta tra gli schieramenti i voti a favore sono stati 460, 22 gli astenuti, nessun contrario. Per amore del vero, va detto che nel 2006, all’epoca del governo Prodi, il primo rifinanziamento ebbe solo 4 voti contrari, scesi a 3 sei mesi dopo.
Ma in questo particolare momento, questo voto è emblematico. Soprattutto per come si è determinato. Per la discussione generale, l’esame degli emendamenti, le dichiarazioni di voto finale è bastato mezzo pomeriggio. L’ultima votazione dell’anno, le vacanze imminenti, la voglia di lavorare “saltame addosso”, che contraddistingue i parlamentari italiani, hanno contribuito a rendere praticamente inesistente il dibattito. Si pensi che il principale ordine del giorno presentato dal Partito democratico – ovviamente accolto dal governo – impegna l’esecutivo «ad assicurare la continuità e la certezza dei finanziamenti alla partecipazione italiana alle missioni internazionali, adottando (…) la reintroduzione del Fondo speciale per le missioni internazionali ed il suo adeguato rifinanziamento». Insomma, basta con la precarietà cui abbiamo assistito finora e diamo vita a una stabilizzazione delle missioni militari sulla scia dei grandi paesi europei come Francia e Gran Bretagna. A conferma di questa spirito comune, il Pd, ma poi anche l’Italia dei Valori e, parzialmente, i Radicali, hanno deciso di ritirare tutti gli emendamenti accontendandosi dell’impegno del governo ad approvare gli ordini del giorno. Unica eccezione, quella del radicale Maurizio Turco che ha mantenuto l’emendamento all’articolo 3 dove si prevede, comma 7, il rinvio dell’elezione degli organismi di rappresentanza dei militari. «Non c’era nessuna urgenza e nessuna necessità – ha spiegato Turco motivando l’astensione sua e della delegazione radicale sul voto finale – di inserire in questo provvedimento il differimento ancora una volta, per un altro anno e mezzo, dell’elezione da parte dei militari dei propri rappresentanti». «La ragione per cui noi ci asteniamo – ha spiegato – è unicamente questa; per il resto siamo assolutamente a sostegno dei nostri militari».
Più articolata la presa di posizione dell’Idv che pure dichiarandosi «a favore delle missioni internazionali e a fianco, «senza se e senza ma», delle nostre Forze armate» ha voluto porre l’attenzione sugli otto anni di guerra in Afghanistan che non hanno ancora mai prodotto una «riflessione sul senso e sulla prospettiva delle missioni». «Le nostre missioni – si è chiesto nel suo intervento il deputato Di Stanislao – sono ancora rispettose ed ancorate ai principi della cultura del peacekeeping? Io credo e noi crediamo ancora di sì, ma gli altri, le popolazioni, a partire dall’Afghanistan, ci percepiscono ancora come prima o ancora così?». Come si vede una timida perplessità sul senso attuale della missione e sulla sua adesione ai princìpi originari che ha prodotto l’astensione dell’Idv, presentata in termini non polemici o conflittuali ma come una «richiesta ulteriore di apertura di credito, di spiraglio aperto, una astensione da leggere nell’ottica del bicchiere mezzo pieno, una astensione di buonsenso istituzionale, lontano da ogni tentazione demagogica e strumentale». Altro che il populismo di cui parlava in mattinata, in un’intervista al Corriere della Sera, Massimo D’Alema il quale equiparava l’estremismo berlusconiano con quello dipietrista (intervista, tra l’altro, nella quale il leader democratico prefigurava un’apertura al “legittimo impedimento” a favore di Berlusconi).
Questo è quello che passa il convento parlamentare in tema di politica estera: quattro interventi in discussione generale, in un’aula totalmente vuota; emendamenti interamente ritirati; un’adesione di fondo alla politica neo-imperiale dell’Italia e della Nato. E, tutto sommato, un bon ton istituzionale che ha fatto sì che il ministro della Difesa, La Russa, abbia deciso di “pagare da bere a tutti” accogliendo, senza nemmeno leggerli, tutti gli ordini del giorno presentati dalle opposizioni. Un modo per sottolineare «l’unanimità che anima questo Parlamento», ma anche un modo per mandare presto tutti a casa. In Parlamento, si sa, si lavora solo fino a giovedì e poi c’è il Natale alle porte. L’Afghanistan, del resto, è lontano.
