Assalto al Palazzo
Gli studenti irrompono in Senato contro la riforma Gelmini. Manifestazioni di protesta in tutte le Università
Sono arrivati a passo di carica. Un centinaio di studenti si sono staccati da un corteo non autorizzato e si sono lanciati verso l’ingresso del Senato. In mano le uova, scagliate contro il palazzo del potere, attaccando le istituzioni “che gli stanno rubando il futuro”.
Infatti ieri, intorno alle 12.30, mentre i manifestanti tentavano un’irruzione dal portone principale di Palazzo Madama, a Montecitorio si svolgeva la discussione sulla riforma dell’Università. La legge proposta dal ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, che precarizza la ricerca e impoverisce gli atenei mettendoli nelle mani dei privati, ha fatto scattare proteste e blocchi in tutta Italia. E a Roma non è stato possibile evitare lo scontro: il corteo, formato da 500 persone, ha continuato fino a Palazzo Grazioli, residenza del premier, dove la polizia ha bloccato con i manganelli gli studenti che cercavano di varcare lo sbarramento,
Le manifestazioni degli universitari in tutte le città (a Pisa è stato fermato l’aeroporto), si sono affiancate a quelle, pacifiche, di precari e ricercatori. Sui tetti di molti atenei ci sono presidi di protesta. In piazza Borghese, nella Capitale, a due passi da Montecitorio, sono arrivati ricercatori da tutta Italia che da due giorni vivono accampati sul tetto della facoltà di Architettura. Dopo una notte sotto la pioggia, ieri mattina è stato il momento delle visite.
Sulle tegole si sono arrampicati il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani e il leader dell’Idv, Antonio Di Pietro. “Non esiste paese al mondo – ha detto Bersani – in cui in un momento di crisi si tagliano gli investimenti a ciò che potrebbe risollevarci, cioè lo studio e la ricerca. Solo noi, direbbe Vasco, siamo stati capaci di farlo. Se toccherà a me governare, metterò mano a questa riforma sbagliata nei principi”.
Mentre Bersani parlava con i ricercatori, sul tetto arrivavano le notizie dal Senato. Nello stesso momento il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, chiedeva le dimissioni di Gianfranco Fini durante una conferenza stampa. Un gesto di per sé scollegato dall’iter di una riforma durato due anni. Ma che invece ha rischiato di essere un pesante autogoal per il Pdl.
Subito dopo pranzo il ministro Gelmini si muoveva agitata e irritata in Transatlantico. Raccontava che un deputato di Futuro e Libertà era andato da lei con un foglio sul quale erano riportate le ultime parole del premier, urlando: “Dopo queste dichiarazioni, puoi dire addio alla tua riforma”. La Gelmini si è attaccata al telefono. È bastato qualche minuto ed è arrivata la smentita di Palazzo Chigi: “Il premier è stato male interpretato”. Le acque si sono calmate, ma solo per poco. Una deputata democratica ha fatto notare ai finiani che mancava ancora la copertura finanziaria degli emendamenti ritenuti per loro “fondamentali”, quindi gli scatti stipendiali e i concorsi da professore. I futuristi si sono riuniti, Italo Bocchino e Gianfranco Fini si sono trattenuti a discutere a lungo e hanno deciso di far saltare l’accordo fin lì stipulato. Senza soldi la riforma si bloccherà e tornerà in commissione Cultura per rifare tutto il percorso da capo, dopo il 14 dicembre.
Insomma, le proteste che ci sono state fuori dal palazzo, le urla degli studenti e le parole dei ricercatori, non sono state importanti quanto una dichiarazione del presidente del Consiglio. Allora è toccato di nuovo alla Gelmini. È corsa fuori dall’aula col telefono all’orecchio, urlando, arrabbiata. Non era difficile individuare il destinatario delle sue invettive. Tanto che, dopo una mezz’ora, intorno alle 17, la titolare del dicastero dell’Istruzione ha potuto assicurare che i soldi e le modifiche richieste da Fli ci saranno. Il governo, però, ha sofferto ancora ed è stato battuto in aula su un emendamento dell’Udc votato da Fli, Pd e Idv.
I tempi si allungano e il voto finale potrebbe slittare alla prossima settimana. Poi il disegno di legge tornerà al Senato per l’approvazione definitiva il 9 dicembre. Unica via per approvarlo prima della fiducia. Per la Gelmini si annunciano due settimane di fuoco nelle università. E se la riforma passerà, i ricercatori continueranno a non fare docenza. Quindi gli atenei si bloccheranno nuovamente a marzo, alla ripresa delle lezioni, magari in concomitanza con una campagna elettorale.
Sulle proteste di ieri davanti al Senato si è aperto un acceso dibattito politico. Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha scritto una lettera a Renato Schifani, condannando le violenze: “Non esiste una protesta legittima che sfocia in atto di violenza. È chiaro che si è trattato di un gruppo di provocatori isolati dal contesto della manifestazione, tuttavia nessuno può minimizzare quanto accaduto oggi”. Per Schifani “la protesta è legittima a patto che non sia violenta. Diventa intollerabile se colpisce le istituzioni che sono un patrimonio di tutti”. A difendere gli studenti è stata Flavia D’Angeli, portavoce di Sinistra Critica: “Hanno fatto bene a presentarsi davanti al Senato in maniera visibile e rumorosa. Visto che il Parlamento non rappresenta più la società è giusto che questa si faccia sentire nei luoghi delle istituzioni”. Maurizio Gasparri ha accusato invece Bersani di essere “un esempio per i violenti” quando sale sul tetto. Il Pd ha liquidato la dichiarazione come “rozza e volgare”.
Da il Fatto quotidiano del 25 novembre 2010
