Botte da orbi tra Fini e Berlusconi
La crisi del centrodestra esiste e se è stata offuscata dalla crisi, forse più grave, del Pd e della sinistra, continua a macinare in sottofondo fino all’exploit di oggi: lo scontro aperto tra Berlusconi e Fini. Che stavolta è dirompente se è vero che il secondo ha già minacciato di creare «gruppi autonomi» mentre il primo ha risposto che in questo caso si aspetta «le dimissioni da presidente della Camera».
Durante le due ore di incontro i toni usati, viene riferito, sono stati molto duri ed irritati, soprattutto da parte di Fini che ha contestato al presidente del Consiglio quello che considera un appiattimento sulla Lega Nord. Che la Lega sia in effetti l’unico beneficiario della tornata elettorale ormai è chiaro a tutti come dimostra anche la “sparata” di Bossi sulle banche del Nord. Un modo per fare pressione su delle strutture che hanno tutti i mezzi per auto-tutelarsi – gli statuti delle Fondazioni azioniste di Unicredit o IntensaSanPaolo sono a prova di bomba – ma che comunque non sono insensibili alle spinte che provengono dalla politica. E infatti in Unicredit la pressione leghista ha già ottenuto qualcosa sul fronte della nomina del nuovo direttore generale.
La decisione di Fini di minacciare la creazione di gruppi parlamentari autonomi può essere un modo per costringere Berlusconi a discutere anche con il co-fondatore del Pdl della linea politica, delle decisioni da prendere e limitare così il rapporto privilegiato premier-Carroccio.
Fini non punta certo ad andare via dall’alleanza né a far cadere il governo ma vuole, probabilmente dimostrare di avere le risorse, gli uomini per creare due gruppi autonomi (sono necessari almeno 20 deputati alla Camera e 10 senatori a Palazzo Madama) e rompere quando si dovesse rendere necessario con Berlusconi mettendone conseguentemente in discussione la leadership. Non è un caso se subito dopo l’incontro con il presidente del Consiglio, il presidente della Camera – dopo aver riunito i suoi deputati più fedeli: Bocchino, Briguglio, Giulia Bongiorno – ha precisato che Berlusconi «deve restare premier per tutta la legislatura» e che «il Pdl va rafforzato, non certo indebolito. Ciò significa scelte organizzative ma soprattutto ciò presuppone che il Pdl abbia piena coscienza di essere un grande partito nazionale, attento alla coesione sociale dell’intero Paese, capace di dare risposte convincenti ai bisogni economici del mondo del lavoro e delle famiglie, garante della legalità e dei diritti civili, motore di riforme istituzionali equilibrate e quanto più possibile condivise». «Ho detto tutto ciò al presidente Berlusconi – spiega Fini. Ora egli ha il diritto di esaminare la situazione ed io avverto il dovere di attendere serenamente le sue valutazioni».
Solo che le sue osservazioni mettono in fibrillazione un equilibrio che Berlusconi pensava di aver già realizzato: strapotere assoluto della sua premiership, affidamento del Nord alla Lega, gestione in solitaria della sua strategia per salire al Quirinale. Quando Fini afferma che Berlusconi deve restare «per tutta la legislatura» in realtà dice anche che nella prossima non dovrà più essere lui a distribuire le carte. E se l’asse con la Lega ha come risultante naturale la possibile premiership di Giulio Tremonti, Fini ribadisce che lui è in corsa tanto quanto. La corsa per la successione è ufficialmente cominciata.
