Brasile, un gigante dai piedi d’argilla
Delle 100 più grandi multinazionali emergenti, secondo il Boston Consulting Group, 14 sono brasiliane. Alcune di esse hanno puntato quasi esclusivamente sui mercati esteri, fino al caso limite della Embraer (Empresa Brasileira de Aeronáutica), le cui vendite sono per il 98% fuori del Brasile. Ma non scherzano certo la Gerdau y CSN, nel settore dell’acciaio, Vale, mineraria, e la stessa Petrobras, che opera in decine di paesi, ed è in grado di offrire tecnologia avanzata in concorrenza con quanto rimane delle “sette sorelle”.
La fusione di Perdigao y Sadia ha fatto nascere un altro gigante, Brasil Foods, nel settore agroindustriale, a fianco della poderosa JBS-Friboi, mentre le società di costruzioni industriali Odebrecht y Camargo Corrêa competono praticamente in tutti i continenti, compresa l’Africa e il Medio Oriente, oltre che in America Latina, dove si sono scontrate anche con governi “amici” (Lula ha ritirato nel 2008 l’ambasciatore a Quito per intimidire Correa, che aveva protestato contro un pessimo lavoro effettuato a caro prezzo dalla Odebrecht).
Questo balzo in avanti è stato compiuto negli ultimi anni. Quando Lula è arrivato alla presidenza, settori importanti dei mercati finanziari si erano preoccupati che potesse interrompere il recupero economico che si stava delineando dopo la crisi del 2000-2001. Si sbagliavano. Oggi il Brasile è una delle economie emergenti preferite dagli investitori, e ha dovuto anzi introdurre un minimo di controlli sui movimenti di capitali, per timore dell’esplosione di una bolla finanziaria.
Tra i segni di come cambiano i tempi: avere ottenuto che Rio sia la sede delle Olimpiadi del 2016, sconfiggendo la Chicago sponsorizzata da Obama e – ben più significativo – un prestito concesso dal Brasile al Fondo Monetario Internazionale nel 2009, qualcosa di inimmaginabile appena dieci anni fa.
Mentre gli investimenti diretti nel mondo scendevano del 14% nel 2008, il Brasile vedeva gli investitori esterni precipitarsi nel paese: in quell’anno gli investimenti diretti esteri sono aumentati del 30% rispetto al 2007. Così il Brasile ha ricevuto nel 2008 la cifra record di 45 miliardi di dollari di investimenti, arrivando al secondo posto mondiale subito dopo la Cina. E per la prima volta in cinquant’anni nel 2006 la crescita del PIL ha superato quella dell’inflazione.
Questi successi hanno un prezzo: la produttività complessiva del paese (a parte le imprese di punta proiettate alla conquista dei mercati mondiali) è insufficiente, il sistema giudiziario pessimo e non funzionale, quello scolastico inadeguato al paese. Gli investimenti statali per la ricerca e lo sviluppo sono al di sotto della media dei paesi emergenti. Ma il punto più debole del paese (che peraltro spiega l’interesse degli investitori stranieri…) è che non ha affatto eliminato le disuguaglianze e la povertà, ma ha solo messo in atto degli ammortizzatori sociali o “tranquillanti” come la Bolsa Familia, analoghi a quelli introdotti in Ecuador, Bolivia, ecc.
E le tensioni si cominciano a manifestare: il Movimento dei lavoratori senza terra (MST) si sta radicalizzando e a volte sfugge di mano ai suoi organizzatori. Nel dicembre 2009 ad esempio centinaia di famiglie esasperate hanno invaso una grande fattoria dell’impresa Cutrale, la maggiore produttrice mondiale di succhi di arancia, e hanno estirpato 12.000 alberi di aranci (in realtà quasi nulla in un’azienda di ben 300.000 ettari!), distruggendo alcuni edifici, trattori, ecc.
L’intenzione era quella di ricordare a Lula le sue promesse (mancate) di riforma agraria. Il risultato, uno sgombero abbastanza violento da parte della polizia, e una forsennata campagna contro il governo da parte dell’opposizione.
Per Lula questa manifestazione è stato un campanello di allarme. Il capo di Gabinetto della “Sicurezza istituzionale” della Presidenza, ha però dichiarato subito che gli atti di vandalismo “non costituiscono una minaccia per la società, e hanno delle cause che vanno capite”. D’altra parte la Cutrale è stata più volte denunciata dalla direzione del MST per il suo carattere monopolistico e la violazione di molte leggi.
Ma anche se non ci saranno condanne, il problema è un altro: la prossima scadenza elettorale. L’appoggio del MST era stato determinante per l’elezione di Lula tanto nel 2002 quanto nel 2006, ma le promesse fatte non sono state mantenute. C’è stata una elargizione di milioni di reales al MST, che non ha risolto niente: il vero problema è la riforma agraria bloccata, perché le riforme richieste dai Sem Terra non sarebbero “compatibili con i moderni criteri dell’agricoltura” secondo i tecnici ministeriali, interessati soprattutto a sviluppare enormi imprese agroesportatrici, possibilmente di prodotti transgenici.
Lula è ancora molto popolare come persona, ma non può ripresentarsi per la terza volta alle elezioni e ha impegnato tutto il suo prestigio per sostenere l’ex guerrigliera e ora ministro Dilma Rousseff, di cui però diffidano i militari per il suo passato combattente, e le grandi multinazionali per la possibilità che sia meno disponibile a facilitarle. Inoltre ripetute scissioni ed espulsioni (sempre nei confronti della sinistra interna) hanno indebolito fortemente il PT. In settembre c’è stato l’ultimo caso: la senatrice Marina Silva, figura mitica del PT e delle cause ambientaliste, che si era già dimessa da ministro, ha reso ufficiale la sua entrata nel Partito verde, dopo trent’anni di lavoro al fianco di Lula.
Anche una figura di grande prestigio (non solo in Brasile) come Frei Betto ha solidarizzato con un accampamento di migliaia di lavoratori senza terra che la scorsa estate hanno manifestato davanti ai palazzi del potere a Brasilia per ricordare le promesse fatte.
Frei Betto lamenta che i dirigenti del PT oggi esaltano l’agrobusiness e dimenticano la riforma agraria, mentre 31 milioni di brasiliani continuano a sopravvivere sotto la soglia di povertà. Un sottoprodotto di queste ingiustizie, dice, è “la violenza che semina il terrore nelle nostre città”. Eppure i Sem Terra chiedono molto poco, ribadisce Frei Betto, soprattutto se si fa il paragone con gli incentivi ufficiali concessi alle imprese che mandano in rovina l’Amazzonia, o agli imprenditori che mantengono lavoratori in situazioni quasi schiavistiche.
Frei Betto, che è stato non solo un’esponente della Teologia della Liberazione, ma uno dei fondatori del PT, rimprovera al governo anche l’indifferenza per le 100.000 famiglie accampate in tende di fortuna di plastica nera ai bordi delle strade, per le scuole rurali senza mezzi, e avverte chi confonde i successi finanziari di poche imprese con la realtà del paese: il Brasile non ha futuro senza riforma agraria. Nelle Americhe, solo Brasile e Argentina non hanno mai fatto una riforma agraria. Lo scandalo è che il Brasile ha le dimensioni di un continente, con seicento milioni di ettari coltivabili, ed immense aree abbandonate che con un minimo di investimenti potrebbero diventare produttive. Ma, anche sotto le due presidenze di Lula, non sono stati rivisti gli indici di produttività delle proprietà rurali, immutati dal 1975, mentre la costituzione prevedeva una revisione ogni dieci anni. Non è stato fatto nulla per non entrare in conflitto con latifondisti assenteisti, inorriditi dall’idea che le terre incolte che hanno accumulato possano essere distribuite. Con questi problemi in sospeso, le prossime elezioni (ottobre 2010) potrebbero riservare non poche sorprese.
