Cgil, l’allergia al conflitto
A Pomigliano, alla Fiat, si sta svolgendo una partita cruciale per i destini della classe lavoratrice in Italia. Marchionne, quello che Bertinotti definì “il padrone buono” durante la grande sbornia che ottenebrò la sinistra e il sindacato durante la breve ma nefasta stagione del governo Prodi (vedi ad esempio il Corriere della sera di allora), ricatta in modo ignobile migliaia di lavoratori (sono circa 15.000, contando anche l’indotto), per di più nel Mezzogiorno, puntando loro il coltello alla gola: “o rinunci a tutti i tuoi diritti e a tutte le tue tutele o perdi tutto, a partire dal lavoro con cui mantieni te e la tua famiglia”.
E’ la legge di sempre della proprietà privata, in più rivista alla luce della globalizzazione.
I media, così diffusamente attenti a difendersi dal conflitto di interessi del “premier”, sono unanimi nello scaricare gli operai di Pomigliano: “la ripresa dell’economia va perseguita distruggendo le residue tutele delle lavoratrici e dei lavoratori, a partire da quel rudere novecentesco che è il contratto collettivo”.
I padroni (forse anche qui occorrerebbe dire i padroni e le padrone, per non dimenticare il ruolo sempre più protagonista di Emma Marcegaglia, di Federica Guidi, di Luisa Todini, e di tante altre) non esitano: l’offensiva di Marchionne evoca il loro sogno di sempre: la vera libertà di impresa per loro vuol dire libertà nel decidere retribuzioni, orari, organizzazione del lavoro a loro esclusivo piacimento, senza ovviamente rischiare reazioni di sciopero. Per loro, il lavoro salariato nella sostanza equivale alla schiavitù, è solo un modo diverso di garantirsi la riproduzione della forza lavoro.
Quanto al governo, la linea Marchionne costituisce un “invito a nozze”. D’altra parte, Berlusconi, Tremonti e Sacconi hanno più volte invocato il “requiem” per il contratto collettivo e non solo per i diritti conquistati nella stagione delle lotte degli anni Sessanta e Settanta (in primo luogo lo Statuto dei diritti dei lavoratori), ma anche per quei principi scolpiti nella Costituzione, a partire dalla seconda parte del suo articolo 41, che recita che l’iniziativa privata, seppur libera, “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.
Non a caso Tremonti ha definito quella di Marchionne “la via giusta dell’economia sociale di mercato”, perché “è finita l’epoca del conflitto tra capitale e lavoro”.
Il ministro del Lavoro Sacconi, da parte sua, ha da sempre teorizzato la necessità di abolire tutto il diritto del lavoro novecentesco. Basta leggere il suo “collegato lavoro” in discussione in questi giorni in parlamento e il suo progetto di “Statuto dei lavori”.
Ma c’è l’opposizione, perbacco!… La quale, con Stefano Fassina, responsabile economico del PD, invita la Fiom al “senso di responsabilità”.
E Fini, il più amato dagli italiani antiberlusconiani, perché ha osato puntare il dito contro l’onnipotente? Bene, Fini non solo plaude al piano Fiat ma scopre che esso “riecheggia alcuni appelli alla conciliazione tra capitale e lavoro che hanno riempito alcune delle pagine più belle della dottrina politica del secolo scorso”; ogni riferimento alla stagione del corporativismo fascista è tutt’altro che casuale.
Cisl e Uil (e anche Fismic e Ugl) hanno rapidamente accettato il diktat del padrone. Per loro, oramai, tutela dei diritti, rispetto della dignità del lavoro dipendente, il conflitto sociale come strumento di difesa e miglioramento della condizione operaia, sono tutte idee estranee, fuori del loro orizzonte, idee di un’altra epoca.
E la Cgil, tanto per cambiare, non assume con la determinazione necessaria l’opposizione al piano Marchionne. E sì che, appunto, sono in gioco questioni cruciali, diritti fondamentali: il contratto nazionale, il ruolo del sindacato, alcuni diritti “indisponibili” come la malattia e lo sciopero.
Ma Epifani e i suoi, invece che denunciare la brutalità e la ferocia dell’aggressione, tentano di smussare le parole, di evitare tinte forti, di ricucire un dialogo con il padrone. E, soprattutto, la pervicacia con cui Epifani cerca di tallonare Bonanni e Angeletti esplicita, in modo netto, l’indisponibilità ad intraprendere la strada del conflitto, che passa, in primo luogo, attraverso la rottura con Cisl e Uil.
La Cisl, in particolare, sta marciando con determinazione e con nettezza in una direzione opposta a quella di cui la tutela degli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori avrebbe bisogno. Basti pensare alla vicenda della Cisl lombarda (ma sostenuta da quella nazionale) che si batte per la regionalizzazione dei contratti e che vuole fare la concorrenza alla Lega Nord nella difesa di un presunto “interesse padano”. Si pensi che il suo segretario regionale lombardo Gigi Petteni è arrivato a convocare per domani 16 giugno gli stati generali della sua organizzazione a Pontida, anticipando i leghisti che sempre in quella fatidica località bergamasca si raduneranno il 20 di questo mese.
Come fare a rincorrere questa Cisl, senza mandare messaggi ambigui sulla propria direzione di marcia? È come se, dovendo andare a Palermo ci si attardasse a rincorrere un treno che va verso Milano.
Fino a che questa rottura non sarà consumata, denunciando la ignobile complicità di quei due sindacati con la peggiore aggressione padronale degli ultimi decenni, le lavoratrici e i lavoratori sono indotti a pensare che esiste una via d’uscita intermedia con cui salvare il salvabile.
Ma, in particolare nell’epoca della crisi e della globalizzazione neoliberista, tra la morte dei diritti e la loro difesa intransigente non esiste questa via intermedia.
La Fiom, giustamente, nel volantino che riporta le decisioni del Comitato centrale di ieri 14 giugno, denuncia esplicitamente Marchionne come ricattatore e indica la centralità della battaglia per i diritti senza i quali, dice, “saremmo solo schiavi”.
Molte e molti non capiscono o, peggio, fingono di non capire la centralità dello scontro aperto su Pomigliano, di quanto questo scontro parli, anche, del recente congresso della Cgil, nel quale si è voluta dare “continuità” ad una linea, quella della attuale maggioranza della Cgil, che non è stata e non è in grado né di rallentare né, tantomeno, di sconfiggere l’aggressione al mondo del lavoro.
Gli esiti dello scontro tra la Fiom e Marchionne segneranno per anni i rapporti di forza tra le classi nel nostro paese.
Troppe e troppi quadri della Cgil sono prevalentemente impegnati nella faticosa composizione degli assetti interni, in cui il posizionamento sfumato e la blandizia dei potenti e dei potentati costituiscono il presupposto per comportamenti adeguati nella scalata ai posti più ambiti nella nomenclatura interna. Guai a drammatizzare i giudizi, a schierarsi con nettezza con la Fiom…
