Chi se ne frega se a comprare sono gli spagnoli
La questione politico-economico che tiene banco dopo che Repubblica ha rivelato l’ipotesi di fusione tra la spagnola Telefonica e l’italiana Telecom è se l’Italia possa o meno privarsi di una grande infrastruttura strategica quale la rete di telefonia. Stiamo parlando dell’ipotesi di uno scambio azionario con il quale Telefonica, gestita da Cesar Alierta, incorporebbe Telecom i cui azionisti – per oltre il 77% clienti di borsa – si vedrebbero consegnare azioni spagnole.
Un animo sensibile al liberismo, come Paolo Gentiloni, responsabile Area comunicazioni del Pd – già rutelliano di ferro – si è spinto fino a chiedere al ministro Tremonti di utilizzare la Golden share, quella particolare azione speciale che il governo si era riservato subito dopo la privatizzazione della Telecom. In realtà il governo non ha nessuna azione all’interno della nuova società telefonica – Telecom ha il gruppo di comando nella holding Telco che a sua volta è controllata per il 46,2% da Telefonica, il 30,6% dalle Generali, l’11,6 da Mediobanca e analoga quota da IntesaSanPaolo (riflettere sulla curiosità della proprietà italiana, tutta bancaria-finanziaria-assicurativa) – e non si capisce quindi come possa esercitare quell’azione speciale. Gentiloni in realtà propone di costituire una società ex novo «in cui Telecom mantenga una posizione di riferimento ma in cui possano entrare anche gli altri operatori e la Cassa Depositi e Prestiti», questa sì controllata dal Tesoro. Una società il cui scopo sarebbe il controllo della Rete una volta che i servizi di telefonia convolassero dentro il gigante spagnolo. In realtà si tratta di un’ipotesi che lo stesso governo sta considerando anche se in forme molto più pasticciate e ridicole. L’idea, filtrata sui quotidiani, è che ci sia una società separata a gestire la rete di proprietà della nuova Telefonica ma gestita da management italiano, una modalità che ha fatto dire a Bersani: «Comandiamo noi ma i padroni sono altri».
Il punto in discussione, quindi, è: può uno stato nazionale, peraltro di rilievo come l’Italia, interno ai 7 paesi più industrializzati, privarsi di un asset strategico come le telecomunicazioni? Non è del resto in base a questa considerazione che il governo Berlusconi ha difeso “l’italianità” dell’Alitalia impedendone la cessione a Air France e favorendo la cordata Colaninno (seconda curiosità: ritorna il capofila dei “capitani coraggiosi” che rilevarono la Telecom affossandola di debiti)? Il dibattito politico su questo punto è del tutto strumentale e privo di riferimenti stabili e affidabili. Coloro che volevano vendere l’Alitalia a Air France – il governo Prodi, Padoa Schioppa, il Pd – ora strillano allo scandalo nel caso in cui Telecom passasse a Telefonica; quelli che hanno innalzato la bandiera della flotta aerea nazionale non si fanno scrupoli a cedere impianti e servizi agli spagnoli (con i quali, probabilmente, esistono rapporti economici e finanziari da parte di Mediaset…). E quindi le questioni sfumano e i particolari si fanno imprecisi.
La vera domanda è: ma Telecom è davvero nelle mani e nelle disponibilità degli italiani? E’ evidente che no. La società è nelle mani di una compagine azionaria fatta di poteri forti che si sono accordati tra loro, che decidono in stanze segrete, che non rispondono a nessuno e che hanno messo le mani su una gallina dalle uova d’oro in grado di generare utili spaventosi, protetta dal sostanziale monopolio di cui gode strutturalmente. Certo, ci sono i debiti, ma quando mai gli azionisti italiani si preoccupano dei debiti? E quindi, cosa cambia ai consumatori, ai cittadini, agli stessi lavoratori e lavoratrici della compagnia se a un certo punto il loro capo assume denominazione spagnola? Cosa cambia se invece di dipendere dalle scelte che farà a breve l’attuale presidente di Mediobanca, il quale punta alla presidenza di Generali, dipenderà dalle scelte che si faranno a Madrid o Bilbao (sede della più grande azionista di Telefonica)? Nulla, proprio nulla. Anzi, dopo quello che Telecom ha fatto – in termini di disservizi, ruberie, intercettazioni e via discorrendo – è probabile che le cose potrebbero cambiare in meglio. Se si assume in fondo il punto di vista del mercato questa è la sola conclusione possibile.
Il discorso cambia se invece si vuole assumere, come noi intendiamo fare, un altro punto di vista. Esistono interessi, proprietà e strategie di grande rilevanza pubblica che vanno posti sotto il controllo nazionale. E tra questi c’è senz’altro la telecomunicazione ma troviamo anche l’energia, i servizi pubblici, l’informazione, i trasporti. Telecom, in realtà, dovrebbe tornare a essere pubblica senza farsi distrarre dall’obiezione secondo la quale si ridarebbe potere ai boiardi di Stato. Quanti boiardi privati, spregiudicati e malavitosi abbiamo dovuto subire in oltre venti anni di privatizzazioni? Cosa sono stati i Cragnotti e i Tanzi della Parmalat, i Tavaroli e Tronchetti Provera della Telecom, i capitani coraggiosi di Colaninno che oggi hanno messo le mani su Alitalia? Qual è il bilancio vero di queste gestioni e quanto sono state davvero superiori alla fase in cui decidevano gli amici di Dc e Psi più qualche addentellato Pci? E’ chiaro che la proprietà pubblica esigerebbe forme di controllo democratico e diretto – da parte dei lavoratori ma anche dell’utenza – che non sono mai state sperimentate e quindi non sono criticabili. Ma, occorre dirlo, anche la gestione burocratica è meglio del mercato da contrabbando cui ci ha abituato l’Italia post Tangentopoli.
