Daniel Bensaid, comunista eretico
Daniel Bensaid ci ha lasciati. E’ una perdita irreparabile, non solamente per noi, i suoi amici, i suoi compagni di lotta, ma per la cultura rivoluzionaria. Con la sua irreverenza, il suo umorismo, la sua generosità, la sua immaginazione, era un esemplare raro dell’intellettuale militante, nel senso forte del termine. Ricordo le nostre lunghe conversazioni, a volte discussioni, attorno a un tavolo, soprattutto all’ora del dessert o del caffè da Charbon, il suo ristorante preferito. Non eravamo sempre d’accordo, ovvio, ma come non amare e non ammirare la sua straordinaria creatività e, soprattutto, il suo spirito di resistenza, contro tutto e tutti, all’infamia dell’ordine stabilito.
«Auguste Blanqui, comunista eretico» era il titolo di un articolo che Daniel Bensaid e io stesso avevamo redatto insieme, nel 2006 (per un libro sui socialisti del 19 secolo in Francia organizzato dal nostro amico Philippe Corcuff e Alain Maillard). Quel concetto si applica perfettamente al suo stesso pensiero, ostinatamente fedele alla causa degli oppressi, ma allergico a qualsiasi ortodossia.
Se i libri di Daniel si leggono con così tanto piacere è perché sono stati scritti con la penna di un vero scrittore, che ha il dono della Formula: una formula che può essere assassina, ironica, adirata o poetica ma che coglie sempre nel segno. Quello stile letterario, tipico dell’autore e inimitabile, non è gratuito ma al servizio di una idea, di un messaggio, di un appello: non piegarsi, non rassegnarsi, non riconciliarsi con il vincitore. La forza dell’indignazione attraversa, come un soffio ispirato, tutti i suoi scritti.
Fedeltà anche allo spettro del comunismo, del quale lui dava una bella definizione: è il sorriso degli sfruttati che sentono ancora i colpi di fucile degli insorti del giugno 1848 – episodio raccontato da Toqueville e reinterpretato da Toni Negri. Il suo spirito sopravviverà al trionfo attuale della mondializzazione capitalista – allo stesso modo in cui lo spirito dell’ebraismo è sopravvissuto alla distruzione del Tempio e all’espulsione dalla Spagna (amo molto questo paragone insolito e un po’ provocatorio).
Il comunismo del 21° secolo era per lui, l’eredità delle lotte del passato, della Comune di Parigi, della Rivoluzione d’Ottobre, delle idee di Marx e Lenin e dei grandi vinti che furono Trotsky, Rosa Luxembourg, Che Guevara. Ma anche qualcosa di nuovo, all’altezza dei compiti del presente: un eco-comunismo (termine che aveva inventato lui), in grado di integrare la lotta ideologica contro il capitale.
Per Daniel, lo spirito del comunismo era irriducibile alle sue contraffazioni burocratiche.
Se rifiutava fino all’ultima energia disponibile di avallare il tentativo della Controriforma liberista di dissolvere il comunismo nello stalinismo, nondimeno riconosceva che non si può lesinare un bilancio critico degli errori che hanno disarmato i rivoluzionari dell’Ottobre rispetto alle prove della storia, favorendo la controrivoluzione termodoriana: confusione tra popolo, partito e Stato, accecamento rispetto al pericolo burocratico. Occorre tirarne lezioni storiche, già ricavate da Rosa Luxemburg nel 1918: importanza della democrazia socialista, del pluralismo politico, della separazione dei poteri, dell’autonomia dei movimenti sociali rispetto allo Stato.
Tra tutti i contributi di Daniel Bensaid al rinnovamento del marxismo, il più importante, ai miei occhi, è la sua rottura radicale con lo scientismo, il positivismo e il determinismo che hanno così profondamente impregnato il marxismo “ortodosso”, specialmente in Francia. Auguste Blanqui è un riferimento importante in questa posizione critica. Nell’articolo citato sopra, egli ricorda la polemica di Blanqui contro il positivismo, un pensiero del progresso e del buon ordine, del progresso senza rivoluzione, una «esecrabile dottrina del fatalismo storico» eretta dalla religione. Per Blanqui «l’ingranaggio delle cose umane non è affatto fatale come quello dell’universo, è invece modificabile costantemente». Daniel Bensaid paragonava questa formula a quella di Walter Benjamin: ogni secondo rappresenta la porta stretta per la quale può sorgere il Messia, cioè la rivoluzione, un’irruzione evenemenziale del possibile nel reale.
La sua rilettura di Marx, alla luce di Blanqui, di Walter Benjamin e di Charles Péguy, lo condusse a concepire la storia come una serie di bivi e di biforcazioni, un campo del possibile il cui esito è imprevedibile. La lotta di classe occupa il posto centrale ma il suo risultato è incerto e implica una parte di contingenza. Ne La pari melancolique (Fayard 1997), forse il suo libro più bello, riprende una formula di Pascal per affermare che l’azione emancipatrice è «un lavoro per l’incertezza», intendendo così una sfida sull’avvenire. Riscoprendo l’interpretazione marxista di Pascal da parte di Lucien Goldmann, definisce l’impegno politico come una sfida ragionata sul divenire storico «a rischio di perdere tutto e di perdersi». La rivoluzione smette dunque di essere il prodotto necessario delle leggi della storia, o delle contraddizioni economiche del capitale per divenire una ipotesi strategica, un orizzonte etico «senza il quale la volontà rinuncia, lo spirito di resistenza capitolo, la fedeltà fallisce, la tradizione si perde». Di conseguenza, come spiega in Fragments mécréants (Lignes, 2005), il rivoluzionario è un uomo di dubbio opposto all’uomo di fede, un individuo che scommette sulle incertezze del secolo e che mette un’energia assoluta al servizio di certezze relative. Insomma, qualcuno che tenta, senza sosta, di pratica quell’imperativo preteso da Walter Benjamin nel suo ultimo scritto, le Tesi sul Concetto di Storia (1940): accarezzare la storia a contropelo.
Edwy Plenel (mediapart.fr)
E’ da vent’anni, da quando l’accompagnava questa malattia che alla fine ha avuto la meglio, che Daniel Bensaid si batteva di libro in libro, di articolo in articolo, di scritto in scritto. All’inizio del 2001, all’avvio di un decennio che ci avrebbe fatto intravedere la barbarie latente della mondializzazione felice in cui si erano cullati gli anni 90, egli pubblicava, con Textuel, i suoi Teoremi della resistenza allo spirito dei tempi, sottotitolato Gli Irriducibili.
L’uomo, quel modo di combinare l’impegno politico e l’estetica personale, la convinzione e l’eleganza, la sostanza e la forma, è riassunto nelle ultime parole di questo compendio della resistenza: «L’indignazione è un inizio. Una maniera di levarsi e mettersi in cammino. Ci si indigna, ci si ribella e poi si vede. Ci si indigna con passione, ancor prima di trovare le ragioni di questa passione. Si pongono i principi prima di conoscere la regola e calcolare gli interessi e le opportunità: “Possa tu essere freddo o caldo ma se sei tiepido, né freddo né caldo, io ti vomiterò dalla mia bocca”.».
L’ultima citazione è tratta dall’Apocalisse di San Giovanni…Prova, se ce ne fosse bisogno, che la vita militante e l’opera intellettuale di Daniel Bensaid, marxista trotzkista e comunista rivoluzionario secondo le nostre etichette e classificazioni moderne, testimoniano di una storia più antica, più lunga e, senza dubbio, senza fine. La sua cocciuta fedeltà ai vari impegni radicali – democratici, sociali, internazionali, vitali insomma – degli anni 60 non aveva nulla a che vedere con una gioventù incapace di crescere e invecchiare.
Se resterà come la personalità senza pari del meglio di quegli anni, la più integra e la più assoluta, è perché si è sforzato di preservare non già ipotesi aleatorie e provvisorie solidarietà generazionali, ma la lunga durata delle rivolte e delle indignazioni, dei rifiuti e della rabbia, dei principi e delle esigenze – in una parola, della speranza.
«Quando le linee strategiche si ingarbugliano o si nascondono, occorre ritornare all’essenziale: è ciò che rende inaccettabile il mondo così com’è e impedisce di rassegnarci alla forza cieca delle cose». In Une lente impatience (Stock, 2004), l’emozionante autobiografia che egli decise di scrivere dietro le insistenze di Nicole Lapierre, egli descrive così il cammino esigente che intraprese a partire dagli anni 80, rivisitando ad esempio con meticolosità l’attualità dell’opera di Karl Marx molto prima che la recente crisi non ne convincesse gli stessi capitalisti: resistere, preservare, salvare, mantenere…
Per i nostri tempi di incertezza e transizione, di vacillamento e di decentramento del mondo, la traccia incisa da Daniel Bensaid per domani e per dopodomani è stata quella del senso dell’eredità e dell’intellegibilità del reale. Come quei riferimenti che guidano i marinai in mezzo alle tempeste, si manteneva tranquillamente inflessibile quando, tutt’attorno, le bandieruole mulinavano vorticosamente e i gli spiriti bollenti si agitavano. Non perdere il filo della ragione, non smarrire i riferimenti, non cancellare la memoria.
Una lezione di vita per tutta la sinistra
Tale fu dunque la pedagogia di Daniel Bensaid, instancabile traghettatore e generoso pedagogo, formidabile oratore e luminoso scrittore, polemista mordace e ironico conversatore. Non era difficile essere sinceramente ribelle e divenire un supposto rivoluzionario negli anni 60 e 70. E, almeno nel nostro paese, per la gran parte di noi, non comportava grandi rischi né grandi prove.
E’ dopo che cominciano le difficoltà, quando arriveranno i venti contrari degli anni 80, quelli in cui, leggiamo in Une lente impatience, «non eravamo più sospinti dal soffio dell’epoca»: «Per la prima volta, la nostra generazione sciupata, nutrita con i miti progressisti del dopoguerra, abituata a volare di successo in vittoria, doveva imparare ad accarezzare la storia a contropelo». E Daniel Bensaid si incarica di ricordare che questi tempi di avversità costituiscono «la condizione ordinaria» vissuta da coloro che volevano rovesciare le fatalità, mentre le nostre gioventù luminose mostrano un’eccezione privilegiata.
Questo ricordo insistente è stata la sua lezione di vita, ed è per questo che va al di là della sua famiglia politica, la Lcr ieri l’Npa oggi, interpellando finanche la sinistra di governo. Figura di riferimento del Maggio 68, membro del Movimento 22 marzo all’università di Nanterre, fondatore della Jeunesse communiste révolutionnaire, poi della Ligue communiste, con Alain Krivine e Henri Weber, Daniel Bensaid inscrive il suo impegno in una temporalità diversa dall’immediatezza.
Per convinzione e per morale: con la certezza, incardinata nell’anima, che i compromessi con il presente corrompono gli ideali dell’avvenire. «Come possono arrendersi così presto» si chiedeva in Mai si ! (La Brèche, 1988), pubblicato con Alain Krivine per i venti anni dal 68. «Perché gli eretici si sono convertiti così facilmente? Sembrerebbe che le loro eresie non fossero altro che snobismo».
La sua propria eresia, lungi da un’erraticità individuale, fu collettiva, per gusto e per convinzione. Senza austerità né settarismo, la sua fedeltà militante esprimeva il suo rifiuto per i percorsi senza ancoraggio e senza esigenze, che pretendono di non render conto che a se stessi. Profondamente impregnato della speranza comunista originale, con le sue fraternità e le sue uguaglianze, non considerava l’impegno di parte come una rinuncia a sé ma come una scoperta degli altri. Tra etica di vita e ascesi del pensiero, viveva questa fedeltà, con i suoi alti e bassi, le sue gioie e le sue mediocrità, le sue complicità fastidiose e le sue amicizie sconfitte, come un incessante ritorno al reale, lui che avrebbe potuto certamente lanciarsi diversamente, tramite la scrittura e la creazione tanto il filosofo era così profondamente letterario.
«Mi chiedo, confessava in Une lente impatience, se la politica è stata davvero il mio genere, e se forse non mi sia sbagliato nella vocazione». Se rivendicava la «passione per l’azione» e «il gusto della controversia», lo stesso ammetteva la sua «poca attitudine per il calcolo delle forze, le negoziazioni pazienti, il lavoro necessario delle alleanze» e, soprattutto, la sua totale assenza di appetito per il potere.
Ma non si trattava, comunque, di disprezzo per la politica e la sua quotidianità, le sue abilità e le sue responsabilità – «Il sospetto verso le logiche del potere è salutare, senza dubbio», aggiungeva nello stesso passaggio. «Ma possiamo davvero immaginare, fino a un ordine nuovo, una politica senza autorità, senza poteri, senza organizzazioni, senza partiti? Sarebbe una sorta di politica senza politica».
Ma la confessione della propria incapacità, a misura della politica come la si intende ordinariamente, conduceva al di là del suo caso personale: esprimendo quel dubbio, Daniel Bensaid esprimeva quello che è stato l’apporto delle generazioni militanti di cui la sua vita testimonia con onore e rispetto, oscurando gli incostanti e gli infedeli.
Quelle generazioni forse non hanno fondato né creato, né diretto un paese o forgiato una storia, ma hanno saputo passare il testimone, fare in modo che l’indecente boria dei momentanei vincitori non sommergesse d’oblio la memoria degli immortali vinti, e soprattutto, salvaguardare la promessa che la storia non è mai totalmente scritta, che è tessuta dal caso e dall’inatteso, da apparizazioni e rottura, da improbabili squarci nel cielo di piombo.
Di libro in libro, una produzione incessante
Che sia stata teorica o didattica, la sua incessante produzione intellettuale si è accanita nello sforzo di tenere, consolidare e difendere questa posizione, promessa di speranza. Talpa marxiana che scava le gallerie dell’imprevisto e dell’ignoto non ha smesso di teorizzare il rifiuto delle fatalità e delle immobilità, delle dominazioni invincibili o delle sottomissioni inevitabili.
E si è trattato di somma filosofica, prolungamenti delle sue lezioni all’Università di Paris VIII: da Marx l’intempestivo (1995) a Le Pari mélancolique (1997), pubblicati da Fayard, al recente Elogio della politica profana (di prossima pubblicazione presso Ponte alle Grazie, ndt.) Si è trattato, sotto il pungolo della crisi, di una cascata di saggi che hanno reinventato le letture di Marx liberandole delle caricature per ritrovare la vitalità dell’opera: nello spazio di un solo anno, è apparsa una larga introduzione agli scritti politici di Marx e Engels sulla Comune di Parigi (Inventer l’inconnu, La fabrique – di prossima pubblicazione presso Alegre, ndt), un pedagogico Marx, istruzioni per l’uso accompagnato dai disegni di Charb (Zones 2009) e una lunga introduzione di grande attualità a un testo inedito dell’autore del Capitale (Le crisi del capitalismo, Demopolis, 2009).
Impossibile abbracciare qui tutta la ricchezza editoriale degli ultimi anni di Daniel Bensaid, così fuori dalla misura umana. Aperto a tutti i generi, disponibile a tutte le sollecitazioni, divertendosi anche a raccontare il capitalismo come un romanzo poliziesco, non cercava di creare un’opera per accumulare degli onori: viveva, più semplicemente, per la scrittura. Ai libri citati, bisognerebbe aggiungere, in quanto apparsi nello stesso breve periodo, Prenons parti, Pour un socialisme du XXIe siècle, con Olivier Besancenot (Mille et une nuits, 2009), Un nouveau théologien, B.-H. Lévy, e ancora 1968, fins et suites (con Alain Krivine) e infine Penser Agir, pubblicati tutti con Lignes nel 2008.
E questo senza contare ancora i suoi numerosi contributi alla rivista che aveva fondato nel 2001, ContreTemps (prima per Textuel, e poi con Syllepse), attività collettiva che dilatava le più discrete società di pensiero che egli animava tra circolo amicale e club teorico: la Sprat (Société pour la résistance à l’air du temps), poi la più recente Société Louise Michel alla quale aveva dato appuntamento per un convegno internazionale, il 22 e 23 gennaio, dal titolo Puissances du communisme. L’unico appuntamento mancato.
Da diversi anni, Daniel Bensaid viveva così, metodico e puntuale: di libro in libro, di idea in idea, di incontro in incontro. Senza un piano prestabilito, con appena una feroce voglia di sopravvivere. Senza mai nominarla – è stata la sua scelta – ma senza mai farne mistero, egli evoca in Une lente impatience la sua lunga malattia e il fatto che gli ha cambiato la vita: «Sapersi mortale è una cosa. Un’altra è farci i conti e crederci davvero. Le proporzioni e le prospettive temporali si ritrovano modificate. Le speculazioni sul di là da venire diventano futili. Il presente riveste al contrario nuovi rilievi. Raggiunge una sorta di pienezza. Si cerca di vivere nell’istante, secondo l’ispirazione e la voglia». Impossibile evidentemente dissociare la sua vita e la sua opera dal male che lo colpì nel 1990, proprio quando si chiudeva questo breve XX secolo che è stato il secolo del comunismo.
L’ombra della malattia, la forza dell’amicizia
«L’inizio degli anni 90 è stato precisamente crepuscolare» scrive ancora in Une lente impatience. Quale è stata la componente dell’epoca e quale quella dell’intimo in questo sentimento? Senza la malattia, colui che illuminava il futuro che, nel 1989, suggeriva di «riprendere tutto e rivedere tutto, ridiscutere tutto e tutto ridisputare, rimettere in gioco tutto, il passato e l’avvenire» (Moi, la révolution, Remembrances d’un bicentenaire indigne, Gallimard), questo Bensaid curioso, inventivo e audace, non avrebbe accompagnato con più costanza la sentinella del passato che si incaricava di mantenere intatto il passaggio della speranza?
Avrebbe, checché ne dicesse, continuato a infondere la sua vitalità gioiosa alla politica concreta come aveva fatto durante i venti anni precedenti, da attivista dell’internazionalismo, specialmente in America latina? Nessuno lo sa, le vite non si leggono alla rovescia. E senza dubbio Daniel Bensaid opporrebbe a questa indiscreta domanda la sua verve beffarda, esposta con il suo accento tolosano.
Tre libri-cerniera hanno accompagnato la svolta di una vita che ha fatto eco a quella del mondo: Moi, la révolution (1989), Walter Benjamin, sentinelle messianique (1990), Jeanne, de guerre lasse (1991) – Giovanna d’Arco che non intendeva lasciare a Le Pen. Sono stato l’editore del primo e del terzo, nella collana «Au vif du sujet» presso Gallimard, e il tramite presso Plon per quanto riguarda il secondo.
Nel quadro di un’ispirazione in cui l’ebraismo, come rammemorazione del passato, svolge la sua parte, questa trilogia riconduceva all’ideale comunista proprio mentre la sua impostura totalitaria crollava, imboccando diverse vie di fuga. L’impervio percorso delle eresie, la deviazione della razionalità messianica e il sentiero ripido di una logica dell’evento» scriverà in seguito. Nello stesso periodo, pubblicando con La Part d’ombre (Stock, 1992) un saggio critico sulla presidenza di François Mitterrand, gliel’ho pubblicamente dedicato, in questi termini: «A Daniel, che rischiara il cammino». Basta leggere la fine di questo libro per comprendere il senso di questa dedica: la sua alta figura, integra e ritta, ha salvato dalla debacle «quella generazione confusa che credette che gli si stesse offrendo il mondo, attorno al 68 e che invece, invecchiando, dovette contentarsi di province e di feudi, di posti e di situazioni, di voglie e ambizioni».
Questa fedeltà non ha impedito i disaccordi o, a un certo punto, la vera e propria discordia. Il giornalismo, l’impegno che avevo finalmente scelto, allontanandomi da discipline di parte, ne fu la causa anche perché Daniel non aveva grande stima del nostro mestiere. Egli sottolineava, e senza avere particolarmente torto, la sua incostanza, la sua leggerezza, l’irresponsabilità, la mercificazione, la sua superficialità o la sua sufficienza.
Ma la polemica, della quale rende conto nel capitolo 13 di Une lente impatience, andò al di là poggiando sulla questione della democrazia, delle urgenze del presente e del ruolo delle avanguardie. Era, per me, il tempo di Le Monde, con le sue illusioni e, senza dubbio, il malinteso ha creato un effetto di annebbiamento. Dopo, il tempo ha fatto il suo corso, le prove anche e noi ci siamo pazientemente ritrovati, senza bisogno di aggiungere altro. L’ultima volta che ho visto Daniel è stato nell’agosto 2009 all’Università estiva del Npa dove mi aveva fraternamente invitato a discutere di giornalismo e stampa dopo che lui stesso aveva sostenuto con brio il nostro “Appel de la Colline” riguardo agli Stati generali presidenziali.
La sua voce, in Une lente impatience: «Pretendiamo spesso di dover vivere con il proprio tempo. Questo tempo muore. Bisognerebbe marcire e sparire con lui?». Se Daniel resta, dopo la morte, per molti di noi è perché si è rifiutato a questa comodità e ha vissuto risolutamente contro il suo tempo. Nondimeno ha pienamente baciato la propria vita, con gusto e gioia, dignità e semplicità.
«Della stessa morte» scriveva ancora « tutto sommato non ci sono grandi cose da dire se non che non essa non ci riconcilieremo mai. Il suo posto è nella cianfrusaglia metasifica, accanto all’infinito e all’eternità». Ancora la morte, che attraversa, in pagine sconvolgenti, Jeanne, de guerre lasse, omaggio femminista all’indomita pulzella, scritto nel 1990 sotto lo choc dell’annuncio della malattia: «Le comete che attraversano il cielo della Storia sono fugaci» si legge. «Gesù, Saint-Just, Guevara…Come se la loro energia si consumasse più in fretta. Come se dovessero dare tutto in una stagione. Non potremmo concepirle tiepide e rigenerate. Non eri fatta per durare».
Morto a un’età ben più avanti di quelle comete, Daniel Bensaid ha nondimeno avuto una vita troppo breve. Ma noi sappiamo chiaramente che durerà. Perché è stato, anche lui e fino in fondo, la giovinezza stessa. La giovinezza del mondo. La nostra giovinezza.
p.s.
Ho conosciuto Daniel Bensaid nel 1969-70, quando ero militante della Ligue communiste. Un decennio più tardi, sono diventato giornalista professionista, dapprima al Matin, poi a Le Monde e mi sono allontanato dalla politica impegnata. Ma siamo restati amici, passando a volte le vacanze insieme alle nostre compagne. Ecco perché non posto dissociare l’omaggio che a lui rendo da un pensiero affettuoso per Sofia, il suo «più grande amore», come scriveva lui stesso, «amandola come i primi giorni».
Jean Birnbaum, da Le Monde del 13 gennaio
Militante rivoluzionario e teorico dell’emancipazione, figura del Maggio 68 e cofondatore della Ligue communiste revolutionnaire, Daniel Bensaid è morto a Parigi il 12 gennaio a seguito di una lunga malattia. Aveva 63 anni.
Nel gennaio 2001, quando era ancora maître de conférences all’Università di Paris VIII, Daniel Bensaid ha sostenuto la propria abilitazione a dirigere delle ricerche in filosofia. Sorridendo, con un tono di voce a cui il suo accento del Sud-Ovest conferiva un’intonazione gioiosa, aveva esposto le tappe del suo itinerario intellettuale, come vuole la tradizione. Alla fine del suo intervento, il filosofo Jacques Derrida (1930-2004), che faceva parte della commissione esaminatrice, prese la parola. E rilevava l’insistenza su un aspetto: quello dell'”appuntamento”. Quando lei parla di rivoluzione, sottolineo nella sostanza, lei ne parla come se i militanti avessero un appuntamento con essa; ora, aggiunse, l’evento autentico, in quanto imprevedibile, esclude qualsiasi incontro assicurato…
Che la speranza rivoluzionaria faccia alternare esaltazioni brucianti e appuntamenti mancati, ecco una verità che Daniel Bensaid non aveva mai smesso di coltivare. Questa dialettica dello slancio assoluto e dell’illusione delusa l’aveva ricevuta in eredità. Nato il 25 marzo del 1946 a Tolosa, crebbe in un ambiente popolare e di rivolta. Sua madre era figlia di comunardi e suo padre, un ebreo nato a Oran, fu un “miracolato” di Drancy. Nei quartieri tolosani, entrambi gestivano il Bar degli Amici, dove si ritrovavano postini comunisti, antifascisti italiani e vecchi appartenenti alle Brigate internazionali. Da adolescente, questo “propaggine da bistrot” diventa amico del figlio del medico di famiglia. Il quale è membro del Partito comunista e vecchio resistente e la sua casa è presa di mira dagli ultras dell’Algeria francese. Per il giovane Bensaid si produce un “clic”. Dopo la repressione sanguinosa alla stazione Charonne, l’8 febbraio 1962, aderisce ai Giovani comunisti. Bensaid appartiene dunque a questa generazione che è entrata in politica come reazione alle guerre coloniali. Egli è anche tra quelli la cui radicalizzazione è maturata contro “i tradimenti” della sinistra tradizionale, in particolare del Pcf.
Per essersi rifiutato di votare Mitterand al primo turno delle elezioni presidenziali del 1965, viene escluso dall’Unione degli studenti comunisti nell’aprile del 1966. Con Alain Krivine e Henri Weber, parte parte del nucleo iniziale che fonda allora la Juenesse communiste revolutionnaire (Jcr). Tre anni dopo, nel 1969, questa diventa la Ligue communiste, sezione francese della IV Internazionale. I giovani militanti trotzkisti si buttano a capofitto nella battaglia senza frontiere, in solidarietà con la rivoluzione cubana e contro la guerra del Vietnam. Raggiunta intanto Parigi ed entrando alla Scuola normale superiore di Saint-Cloud, Daniel Bensaid diventa uno dei dirigenti più influenti della sua organizzazione. «Era molto bello, molto seduttore» si ricorda Janette Habel, cofondatrice della Ligue communiste. Per le sue qualità di oratore, ma anche per la sua cultura letteraria, era un punto di riferimento obbligato dal punto di vista teorico. Era molto radicale, molto leninista. Ai suoi occhi, la costruzione del partito rivoluzionario era all’ordine del giorno.
Bensaid aveva fretta, voleva essere puntuale all’appuntamento. Durante quegli “anni rossi”, tutta la sua esistenza si svolge nel sengo di un’attesa entusiastica e angosciata. All’indomani del Maggio 68, di cui è una delle figure rappresentative, e quando i gruppi di estrema sinistra sono interdetti, si rifugia da Marguerite Duras per scrivere, con Henri Weberl un libro che caratterizza il movimento come «ripezione generale». Convinto che la rivoluzione mondiale è imminente, scrive in seguito un testo nel quale afferma: «La storia ci morde la nuca». La formula riassume l’entusiasmo “gauchiste” dell’epoca. Negli anni 70, è su questa base che si fonda l’impegno di Daniel al fianco dei militanti spagnoli così come dei guerriglieri latinoamericani; ed è ancora quella formula che alimenta le pulsioni militariste della sua organizzazione, ribattezzata Ligue communiste revolutionnaire (Lcr) nel 1974.
Di sconfitta in disillusione, pertanto, la Storia si sottrae. Giungono gli anni 80, l’egemonia liberista, il riflusso della questione sociale: «L’idea stessa di rivoluzione, ieri raggiante d’utopia felice, di liberazione e di festa, sembra aver virato verso un sole nero» constata nel 1988. Poco a poco, sia pure conservando dei compiti dirigenti, e senza mai mancare un Forum sociale o una manifestazione per i sans-papiers, il militante si indirizza verso un’attività più teorica. Gli obiettivi: rinnovare il pensiero strategico, poi assicurare il passaggio di testimone.
Come mantenere una prospettiva radicale di emancipazione, dopo i disastri dello stalinismo, malgrado il trionfo del capitalismo? Libro dopo libro, Daniel Bensaid cerca di fornire degli elementi di risposta a questa domanda. Insistendo sul fatto che la merce «non costituisce l’ultima parola dell’avventura umana» egli sottolinea la necessità di farla finita con una certa concezione meccanica del progresso e di affrontare la Storia non più come un flusso lineare ma come una concatenazione di ritmi «discordanti». Plaude così a un marxismo meno dogmatico, più «melanconico», attento all’inaudito dell’avvenimento come alle «miserie del presente» (Peguy), ringiovanito dalla sfida pascaliana o dal messianismo di Walter Benjamin (Le Pari mélancolique, Fayard, 1997).
La rinascita di una sinistra radicale e l’emersione del movimento altermondialista accelerano lo sforzo di trasmissione al quale Daniel Bensaid ha consacrato i suoi ultimi anni. Polemista impietoso e a volte ingiusto, egli dialoga volentieri con i contemporanei, in Francia come all’estero, discutendo con Alain Badiou, Slavoj Zizek, Antonio Negri e John Holloway. Ma il nostro traghettatore ha a cuore l’emersione di una nuova generazione. Nel 2001 crea così la rivista Contretemps che punta a intrecciare ricerca universitaria e critica sociale. «Il suo scopo della trasmissione era molto presente sia nei suoi testi che nelle discussioni informali, che mischiavano in modo gioioso o serioso confronti politici e aneddoti truculenti» testimonia il giovane economista Cedric Durand, uno degli animatori della rivista. Più tardi, presentandosi comee un «semplice militante» vuole condividere la sua esperienza pratica e la sua riflessione teorica con i membri del Nuovo partito anticapitalista nel quale si è sciolta la Lcr nel 2009.
Internazionalista intransigente, lettore di Musset, di Proust e di Bernanos, autore di saggi consacrati a Giovanna d’Arco o alla Rivoluzione francese, si presente anche come «un ussaro della Repubblica». Con Walter Benjamin, era convinto che la fedeltà agli oppressi e ai «vinti» di un tempo passato, costituisce un primo passo verso la giustizia del futuro. Era questo il principio della «lenta impazienza» che così tanto aveva colpito Derrida.
