“Doppio movimento” nella crisi italiana
La “crisi del debito” italiana si colloca saldamente nella scia di quella europea. Un governo di “tecnocrati” al servizio esplicito del grande capitale e degli organismi sovranazionali che ne condizionano le scelte, Bce in primis e poi Fondo monetario internazionale. Tecnocrati che non nascondono il proprio obiettivo: annichilire ciò che resta delle garanzie conquistate in passato dal movimento dei lavoratori. Tradotto nel linguaggio di Draghi, il “modello sociale europeo”. E si muovono con agio sulla scena internazionale come “commessi viaggiatori” degli interessi del capitalismo italiano.
Una “opposizione” istituzionale (il Pd) complice nelle scelte di fondo. Una rabbiosa rassegnazione a livello popolare, che esprime insieme l’insofferenza crescente per questo “governo dei professori” e la difficoltà a trovare la strada per una risposta collettiva efficace alle misure di austerità.
Ma in questo quadro comune, si intravede, come specificità italiana, una specie di “doppio movimento”. La contraddizione ‒ sempre che di contraddizione si tratti piuttosto che di “incubazione” di travagli sociali futuri ‒ tra “segnali di incendio” che annunciano un conflitto sociale possibile, vasto e radicale, ed un ruolo degli apparati politico-sindacali della precedente fase di concertazione, in particolare quello della Cgil, che mettono in scena un simulacro di opposizione per garantire che la resistenza sociale latente e diffusa non diventi vera e propria opposizione e/o esplosione sociale.
La Cgil della Camusso, infatti, costruisce con il Pd ‒ e con il governo ‒ la pratica demolizione dell’articolo 18, disegnando una nuova fase nella deregulation dei rapporti di lavoro, presentandola come il miglior compromesso possibile, nella lunga tradizione ‒ questa, non solo italiana ‒ delle politiche del “meno peggio”, che permettono in ultima istanza di aggirare l’ennesima “linea Maginot” del movimento dei lavoratori, permettendo alla “Wermacht” di Monti, Fornero e della Confindustria di arrivare rapidamente alla nostra Dunquerke…
Senza alcuna illusione sulla “socialdemocrazia” degli altri, dobbiamo prendere atto che la “nostra” è particolarmente capace di reggere l’ambivalenza del proprio ruolo di “decostruzione” degli strumenti e delle possibilità di generalizzazione del conflitto sociale. In Portogallo e Spagna, in modo contraddittorio, con gli scioperi generali del 22 e 29 marzo si è aperta invece una fase diversa che vede la convergenza nelle mobilitazioni contro l’austerità dei movimenti sociali – come gli “indignados” ‒ e dei sindacati, per quanto moderati e burocratizzati. In Grecia assistiamo ad un intreccio tra radicalizzazione dei movimenti e loro radicamento locale contro la “nuova Giunta” di Papademos insieme alla tenuta della mobilitazione generale dei lavoratori e delle lavoratrici. In Italia al contrario assistiamo alla vergognosa messa in scena di un pacchetto di ore di sciopero promosse nel mese di aprile dalla Cgil ‒ con la evidente eccezione della Fiom ‒ con la preoccupazione di fare molto fumo per evitare l’arrosto dello sciopero generale vero. Quello capace di fermare il paese e dare al governo (e ai padroni) il segnale necessario della forza collettiva che può ancora mettere in campo il lavoro salariato.
Un’altra anomalia è costituita dall’attesa salvifica dello “sbocco politico” ad una opposizione di massa all’austerità, che però stenta ad affermarsi nella realtà del conflitto sociale di tutti i giorni. Molti parlano, legittimamente, di un’attesa diffusa verso una nuova “rappresentanza politica” delle classi popolari, con l’effetto però di generare delega piuttosto che protagonismo. E senza misurarsi con quel che viene prima: la ricostruzione di luoghi unitari e diffusi di opposizione sociale alle “politiche del debito e dell’austerità” che sappiano rendere visibile un punto di vista alternativo a quello delle classi dominanti.
Quali sono le controspinte sui terreni su cui si produce il conflitto?
Innanzi tutto il movimento di solidarietà intorno alla lotta della popolazione della Val di Susa contro la Tav. In primo luogo, perché mette in discussione il paradigma del sostegno al profitto dei grandi gruppi finanziario-industriali legati alle Grandi opere, portato avanti da tutti i governi in carica. Ancor più perché diventa il catalizzatore di altrettanti movimenti di carattere ambientalista radicale che difendono salute e diritti di popolazioni e comunità locali in altre parti d’Italia e contemporaneamente intreccia gli altri terreni del conflitto, dall’articolo 18 alla difesa delle libertà democratiche, come ha mostrato la partecipazione alla manifestazione nazionale della Fiom e a quella del movimento Occupy Piazza affari del 31 marzo a Milano. Diventando così uno dei riferimenti più coerenti e radicali per tutti quelli che in questo paese non ci stanno a pagare la crisi sulla propria pelle e vogliono opporsi, comunque.
Ma negli ultimi mesi è apparso, con i limiti del contesto in cui si produce e senza alcun raffronto possibile con cicli di lotte precedenti (vedi Focus in questo numero), un movimento difensivo intorno alla battaglia sull’articolo 18 nelle grandi e medie aziende metalmeccaniche.
Ne è stata testimone l’ampia e combattiva partecipazione alla manifestazione nazionale della Fiom del 9 marzo a Roma. Ancor più, rappresentano un inizio e una speranza gli scioperi, con manifestazioni, blocchi stradali e ferroviari in tanti centri urbani dal sud al nord del paese, nella settimana successiva all’annuncio del disegno di legge del governo sull’articolo 18 e la cosiddetta “riforma del mercato del lavoro”. Scioperi e manifestazioni in cui si è reso visibile la voglia di lottare, di non farsi piegare, il protagonismo di una generazione di operai e di operaie entrata nelle aziende nella fase della “contrattualizzazione della precarietà”, intrecciata con le precedenti generazioni con maggiore esperienza sindacale, e che non vuole subire la cancellazione dei propri diritti e il peggioramento delle proprie condizioni di lavoro come fossero opera di un destino cinico e ineluttabile. È vero che una rondine non fa primavera, ma è anche vero che senza rondini non ci si può aspettare neppure che la primavera possa arrivare…
Il 31 marzo a Milano ha rappresentato un’altra tappa di questo possibile percorso che segnala un conflitto radicale che cova sotto la cenere delle macerie della concertazione e del conservatorismo di apparati sindacali e partitici votati alla “governance” subalterna della crisi del debito. Lì si è manifestata una composizione del corteo fatta di lavoratori e delegati sindacali della sinistra Cgil, sindacati di base e associazioni, centri sociali e comitati No Tav, No Tem, No Expo, studenti e militanti di una sinistra diffusa e “nascosta” da anni di delusioni e sconfitte. Un insieme che chiedeva semplicemente una opposizione decisa e radicale al governo dei Professori ed ai suoi ispiratori ‒ a partire da Napolitano ‒ italiani ed europei.
Questi “segnali di incendio” come possono essere alimentati? Queste rondini, come possono imparare a volare ed arrivare un po’ più lontano? Proponendo ad esse un percorso di iniziative che “metta il piede nella porta” di chi vuole bloccare le dinamiche conflittuali vendendo rassegnazione e sfiducia mascherata di realismo e di buonsenso. Quindi, da Milano a Francoforte.
Tutto ciò che si è prodotto in questi mesi, in termini di faticosa costruzione del conflitto sociale, può intrecciarsi a una dinamica europea dei movimenti sociali che vogliono contrastare le politiche di austerità.
La spinta a una costruzione internazionale del primo maggio, venuta anche dagli appelli di Occupy Wall Street e Occupy Oakland negli Stati Uniti e che ha visto lì, nel cuore del capitalismo, il tentativo mai sperimentato prima di costruire uno sciopero generale vero, scontrandosi non solo con la legislazione antisindacale e antisciopero del “paese più democratico del mondo” ma anche con la diffidenza delle organizzazioni sindacali nordamericane, può essere utilizzata per indicare la strada dello “sciopero europeo” di cui c’è un gran bisogno.
Dopo il primo maggio si può proseguire con tentativi di organizzazione dal basso dello “sciopero precario”, individuando luoghi di lavoro simbolici, organizzando momenti di “sciopero” specificamente rivolti a quei segmenti del potenziale blocco sociale anticapitalistico più oppressi e ricattati e che solitamente si fa più fatica a coinvolgere nelle mobilitazioni. Costruendo così un ponte verso le manifestazioni del 12/15 maggio che raccoglieranno e rilanceranno in tutta Europa l’esperienza del “movimento degli/lle indignati/e”; arrivando poi a Francoforte, appuntamento internazionale dei movimenti sociali per “assediare” simbolicamente la cittadella finanziaria di quella città, una delle più importanti del continente europeo.
E se Francoforte, in questo contesto e sotto queste spinte potesse assumere per i movimenti sociali contro la crisi e il debito la valenza che Seattle ebbe nel 1999 per l’allora incipiente movimento contro la globalizzazione neoliberista? Sarà difficile, ma ci sembra un’opzione su cui scommettere.
Tutto ciò ha ovviamente un senso non soltanto propagandistico se mette in comunicazione ciò che fino ad oggi ha marciato separatamente. E se si intreccia con la battaglia per la costruzione di uno sciopero generale vero in questo paese capace di bloccare i flussi produttivi, i trasporti, le grandi arterie della comunicazione, rendendosi visibile nei grandi come nei piccoli centri urbani. In una parola ciò che è stato fatto in Spagna il 29 marzo scorso si può riproporre in Italia nei prossimi mesi.
Va collegata l’indispensabile battaglia in difesa dell’articolo 18 con le tante lotte di resistenza in corso, ponendosi il problema di continuare anche dopo l’eventuale approvazione di quel disegno di legge. Ragionando su quali strumenti possano permettere di non considerare chiusa questa battaglia senza immediatamente spostarla su un altro piano ‒ quello referendario, per esempio ‒ che potrebbe rivelarsi uno strumento da prendere in considerazioni ma non ora, in una fase cioè in cui bisogna giocarsela nel campo aperto del conflitto sociale.
Va accolta la sfida lanciata dall’assemblea nazionale dei delegati della Fiom del 14 aprile: assemblee territoriali per discutere tutti insieme come e su cosa lottare per contrastare le politiche governative al servizio della Bce. Lavorando dal basso per raccordare le lotte esistenti dei diversi soggetti in movimento, sollecitando i sindacati di base perché – unitariamente ‒ si facciano carico di mettere a disposizione di tutti quello che la Cgil non vuole fare. Cioè la proclamazione di una intera giornata di sciopero, per far ripartire da lì una nuova fase della mobilitazione generale. Se poi la Fiom decidesse di darcene un “assaggio” tra i metalmeccanici, sarebbe certamente ben accolto da chi ha a cuore la tenuta delle lotte difensive e il rilancio dei movimenti sociali.
Infine, i contenuti. Di fronte alla crisi del debito, si può tornare a parlare di costruzione dei comitati locali per l’Audit insieme alla nazionalizzazione delle banche? Si può ragionare di Beni comuni e di socializzazione delle aziende colpite dalla crisi che chiudono o magari di quelle che investono in attività speculative più redditizie sacrificando ad esse le attività produttive? Insomma, nella crisi si può riproporre la tematica del controllo operaio e sociale sui mezzi di produzione? Di fronte al dramma di chi è buttato in mezzo ad una strada, nell’epoca della “revisione” dell’articolo 18, si può riproporre il veto sui licenziamenti, di cui per esempio si discute nella campagna elettorale francese, e la tematica della riduzione d’orario a parità di salario?
La prossima fase può essere quella in cui le lotte difensive contro la “loro” crisi si connettono con una idea di riconversione sociale ed ecologica della produzione di beni e servizi. A condizione che questa idea esca dalla nicchia del dibattito colto per addetti ai lavori per camminare sulle gambe di alcune esperienze pratiche.
Maggio e Giugno sono mesi che ispirano. D’altra parte, se non ora,quando?
