Geronzi, la crisi e le alternative necessarie
Le cause della crisi possono essere molteplici, a seconda di come si metta a fuoco il sistema. Più l’obiettivo si avvicina e più si ingrandiscono i dettagli, maggiore è la distanza e migliore è la visione d’insieme. Nel caso della crisi economica e finanziaria lo zoom dei commentatori e analisti in genere focalizza l’attenzione sulla dimensione micro, sottolineando le ragioni contingenti, scambiando spesso gli effetti con le cause, adombrando o persino non menzionando neppure le cause più profonde, quelle cosiddette strutturali. L’ex governatore della Banca d’Italia Guido Carli rivendicava il fatto di diffidare delle spiegazioni metaeconomiche, l’ex banchiere, oggi presidente Generali, Cesare Geronzi interviene sul solco di questa impostazione[1]. La crisi viene definita non una semplice tappa della storia del capitalismo, ma un vero e proprio «passaggio d’epoca» che imporrà riforme di sistema. Tuttavia alla base della crisi sottolinea ragioni di deregolamentazione, di denaro facile, di distorsione della funzione degli intermediari, elementi che attengono alla sfera delle spiegazioni superficiali e che in definitiva non riescono a dare ragione di un fenomeno ben più complesso, tanto che lo stesso Geronzi alla fine prova a dare una spiegazione più credibile e finisce per sfiorare nuovamente quell’analisi metaeconomica da cui vorrebbe rifuggire.
E qui nascono i problemi di impostazione che rendono sorprendente e al contempo interessante il ragionamento del banchiere, quantomeno per le conclusioni che se ne possono trarre. Questi sottolinea come alle fondamenta della crisi vi sia «una distorsione profonda dei valori ai quali guardano parti della società in varie parti del globo, finendo con il porre in primo piano l’arricchimento facile, la prevalenza dell’avere sull’essere, ma concorre anche l’isterilirsi della visione dei fini della vita, la riflessione su di essi essendo ritenuta quasi come una perdita di tempo». E ancora come questi siano i tempi dei valori effimeri quando non di veri e propri disvalori. Una sorta di condanna senza appello perlomeno delle degenerazioni del capitalismo globale. Ma ecco che i presupposti della sua riflessione comportano una questione inedita nel campo dei sostenitori dell’attuale sistema economico, e cioè che «il mercato non è un fenomeno naturale, bensì una costruzione dell’uomo, che funziona adeguatamente se altrettanto adeguatamente è regolata». Esistono dunque degli accorgimenti da dover prendere per far funzionare un istituto che non è sempre esistito, in quanto invenzione dell’uomo, e quindi che non possiede un decorso automatico e spontaneo come molti suoi paladini hanno sempre teso a far credere. Scavando dentro questa impostazione si potrebbe scoprire che forse viene meno uno dei capisaldi del capitalismo, che lo avrebbe reso superiore nei confronti di qualsivoglia sistema alternativo. Cioè il fatto che la società capitalista si affermerebbe mettendo spontaneamente a valore alcune propensioni dell’individuo, come l’intraprendenza e la competizione, senza costrizioni e regolamentazioni che andrebbero nella direzione di snaturarle. Questa è sempre stata la forza del capitalismo, la sua adesione al profilo del genere umano, tanto che uno dei suoi padri filosofici, Mandeville, teorizzò l’equazione «vizi privati, pubbliche virtù», come a dire che nella nascente economia di mercato erano proprio i difetti umani, dall’egoismo fino per paradosso al ladrocinio, a far funzionare il sistema, creando ricchezza per tutti, compresa per i costruttori di porte! Il capitalismo era il primo e unico sistema che facendo perseguire l’interesse privato del singolo cittadino consentiva il raggiungimento del benessere generale attraverso il medium del mercato elevato a fattore strutturante il sociale. Era il prevalere della centralità dell’economico, misura di ogni cosa. Questa capacità di mettere a valore persino alcuni difetti umani dichiarati ineliminabili conferiva un carattere superiore al capitalismo tale da renderlo il più efficiente e il più giusto dei sistemi possibili.
Oggi la crisi sembra rimettere in discussione questo assunto di non poco conto, rivelando l’esigenza di riforme di carattere ben più profondo di quelle tecniche e di breve respiro. Non è strano dunque che da un lato non si riescano ad approvare neppure modeste regolamentazioni alla finanza e dall’altro si proponga di riflettere su nuovi valori che in una certa misura sono in contraddizione con la cultura capitalistica. Ecco allora un Geronzi che accusa «l’uomo che attraverso l’economia persegue l’egoistica soddisfazione dei propri esclusivi interessi particolari, in maniera avulsa da ogni sentimento di coesione e solidarietà». Così anche nel campo dei fautori del capitalismo si parla della necessità di affermare qualcosa in più della semplice natura umana imperante, qualcosa che non è dato in maniera diffusa e prevalente, ma che richiede uno sforzo di ordine culturale, sociale, politico. Geronzi scrive che «c’è un’esigenza del ritorno ai valori veri, della valorizzazione del volontariato, del dono, della capacità di agire in una logica di sussidiarietà e di ricostruire le relazioni nelle comunità, nel territorio». Stona che ad avanzare tali esigenze per la vita pubblica sia proprio uno dei rappresentanti dell’attuale establishment, anzi l’espressione di uno di quei comparti specificamente al centro del ciclone della crisi. Proposte forse ambigue e certamente insufficienti, ma che richiedono profondo cambiamento sulle persone oltre che nei meccanismi economici. E soprattutto proposte assai distanti dalle logiche attualmente dominanti, dove al dono e alle comunità si frappone la competizione esasperata, la rincorsa ai costi più bassi e ai profitti più alti, come anche le recenti vicende della Fiat stanno lì a ricordarci, altro che dono e comunità!
Curioso allora appare l’intervento di uno dei più affermati banchieri italiani, tanto più perché verrà pubblicato sul prossimo numero di una rivista, Atlantide, che avrà per tema «Siamo realisti. Domandiamo l’impossibile». Se per salvare il capitalismo si scomodano note dal sapore persino sessantottesco qualcosa di significativo si è perlomeno incrinato.
Sembra che migliorare il capitalismo oggi non possa più avvenire spontaneamente e senza bruciare corpose energie, e per quanto si potrà sempre sostenere che comunque costi sempre meno fatica di quella richiesta per far funzionare una società postcapitalista, l’attuale crisi consente di avere qualche dubbio in più su tale teorema. Se dobbiamo impegnarci per un cambiamento che abbia l’ambizione di trasformare, almeno parzialmente, persino la natura umana, allora sarà meglio provarci attraverso una trasformazione dei fondamenti economici, politici e culturali anziché con il proselitismo e la predicazione di un ritorno a presunti valori autentici da affiancare ai meccanismi dominanti del capitalismo. A volte le cose più complesse in definitiva risultano essere le più semplici da fare.
[1]Geronzi Cesare, XXI secolo, la tempesta perfetta della finanza, in «Il Sole 24 Ore», 24 luglio 2010.