“Gli anni settanta, gli anni del noi”
Stefano Tassinari vive a Bologna ed è autore di romanzi e libri di racconti, tra cui “Assalti al cielo” (1998), “L’ora del ritorno” (2001), “I segni sulla pelle” (2003), “L’ amore degli insorti” (2005), “Il vento contro” (2008). Scrive di letteratura sulle pagine culturali di quotidiani e periodici ed è direttore della “Nuova rivista Letteraria”. Figura chiave della narrativa sociale contemporanea e infaticabile animatore di quel dibattito sull’uso della memoria nell’arte che ha segnato gli ultimi dieci anni di letteratura.
Il suo ultimo lavoro “D’altri tempi” (Edizioni Alegre) è un libro di racconti, tutti legati tra loro e incentrati su personaggi e fatti che appartengono alla realtà della storia: dall’ex chitarrista dei Rolling Stones, Brian Jones, ai due studenti uccisi dalle forze dell’ordine, Roberto Franceschi e Francesco Lorusso; dal Festival di Parco Lambro alla morte in un manicomio giudiziario dell’attrice del Living Theater, Carolyn Lobravico; dal “Bloody Sunday” irlandese ai desaparecidos argentini e all’ultimo prigioniero garrotato dal regime di Francisco Franco; dalla discussa eliminazione del leader del Black Panther Party all’apertura degli ospedali psichiatrici.
Storie “D’altri tempi”, appunto, che ci riportano dentro gli ambienti generazionali, politici, culturali e psicologici degli anni Settanta. Pisanotizie ha incontrato l’autore prima della presentazione del volume che si è tenuta alle 21.30 presso la Limonaia, a cura di Mariangela Priarolo, all’interno del cartellone organizzato dal Progetto Rebeldìa “Exit Strategy”.
Dopo i romanzi storici degli ultimi anni, ecco una misura più contratta, breve, come quella del racconto. Qual è stata la ragione di questa scelta?
Credo che per parlare degli anni Settanta quella del frammento sia la forma più indicata. Ma prima ancora, la scelta del racconto breve è legata alla convinzione che non si possa scrivere “il” romanzo sugli anni Settanta, anche solo per lo straordinario numero di storie che li hanno scanditi. Io ne ho scelte dieci, ma dietro di queste se ne celano migliaia. Una pluralità che ho cercato di tradurre anche dal punto di vista della lingua e della tecnica del racconto. Quando ci si avventura nel racconto di una storia bisogna adottare uno stile e una struttura precisi, e condurli coerentemente fino alla fine. La scelta del racconto mi ha permesso di spaziare, al contrario, dal racconto epistolare alla scrittura teatrale, dal realismo più crudo al surreale venato di reminiscenze alla Bulgakov. Gli anni Settanta sono stati gli anni del “noi”, del progetto collettivo, ma anche gli anni in cui abbiamo lottato per la liberazione dell’io. Ecco allora che i racconti che compongono “D’altri tempi” risulta un affresco di frammenti, una composizione coerente di organismi diversi dove coesistono la dolcezza e la durezza, lo scontro e la conquista.
Dieci racconti. Dieci capitoli di un passaggio epocale, di una mutazione insita nella Storia che miete continuamente le sue vittime. Tra i tanti scomparsi raccontati in “D’altri tempi” chi sono i sopravvissuti di allora?
Quelli che con un briciolo di coerenza non hanno smesso di ricercare. Quelli che hanno deciso di continuare questo cammino, questo percorso, a prescindere dal fatto che abbiano subito una sconfitta pesante. Quelli che hanno capito come nella sconfitta ci sia stata una grande vittoria che ha visto i suoi frutti nella modernizzazione di questo paese. Quelli che ancora oggi hanno la capacità di riprendere alcuni dei motivi più importanti di quell’epoca, rimotivandoli nel presente.
Non si corre in tal senso il rischio di cadere nel “reducismo”?
Certo, ma se si guarda avanti si può superare. Io parlo degli anni Settanta non da reduce, per il semplice fatto che gli elementi di discussione di allora sono ancora aperti. Me ne vengono in mente alcuni, come la grande riflessione su tempo della vita e tempo del lavoro, o sul pensiero delle differenze: sono temi ancora validi oggi, non tramontati. E’ necessario riprenderli e tradurli nuovamente in funzione delle recenti battaglie, come quella condotta per la salvaguardia per i beni comuni, o quella contro la globalizzazione. Noi abbiamo il dovere di ricostruire il pensiero critico a partire dalle nuove contraddizioni.
Gli anni Settanta sono già archeologia del moderno?
Lo sono solo se non ti interessa il presente. Crogiolarsi nella storia di allora per me non è un’attività utile. E’ utile invece lavorare sulla memoria, anche quando non è condivisa, come nel caso degli anni Settanta. Per allontanare il rischio che tutto diventi reliquia, dobbiamo ricostruire un ponte tra le generazioni. Ero a Padova ultimamente, davanti a me un pubblico molto giovane. Leggo il racconto dedicato ai desaparecidos argentini e tutti rimangono molto colpiti. Alla fine qualcuno mi domanda: “Ma è vero?”. Mi sembrava assurdo, impossibile che ci fossero giovani che non sapessero di quella dittatura. Ecco, io credo che la cosa migliore per salvaguardare la memoria, sia di farlo attraverso l’arte, perché solo questa ti concede la possibilità di utilizzare l’emozione. Da qui ripartirà il ponte che unirà le generazioni, la condivisione di un sentimento.
Tra gli assenti illustri che hanno segnato gli anni da te raccontati, manca Pier Paolo Pasolini. Perché?
E’ stata una vicenda talmente tanto indagata, anche da un punto di vista letterario e soprattutto da chi aveva avuto con lui un rapporto diretto, che mi è apparso privo di autenticità aggiungere una mia scrittura. Ma con molta franchezza, al di là di questo, posso dire che noi non abbiamo avuto il mito di Pasolini in quegli anni, e d’altra parte io amavo il cineasta più che lo scrittore. Non era ancora diventato un punto di riferimento forte. Anni dopo la sua morte sarebbe diventato oggetto di confronto a volte anche aspro, ma nel corso del tempo. Il suo giudizio sul movimento studentesco era notoriamente molto critico e noi non lo condividevamo. Ci sono stati forse elementi che allora non avevamo capito, come questo suo modo di fare il cane da guardia del potere. Allora si sentiva meno la necessità di questo ruolo, così come non si comprendeva la necessità di usare gli strumenti della borghesia, come faceva Pasolini con il “Corriere della sera”, per sottoporla a critica. Io guardavo più a Trotski e a Marcuse, a Sartre, Foucault, insomma, ad altri i punti di riferimento intellettuali.
(da www.pisanotizie.it)
