Il Pci delle occasioni mancate
Un seminario a porte chiuse per discutere del recente libro di Lucio Magri “Il sarto di Ulm, una possibile storia del Pci” organizzato oggi pomeriggio presso la Camera dei deputati. Un seminario certamente riuscito, sala piena e molti dei protagonisti della storia raccontata da Magri, per quanto oggi diversamente collocati, presenti. Vecchi dirigenti del Pci come Alfredo Reichlin, Emanuele Macaluso, Aldo Tortorella, giovani dirigenti del Pd come Gianni Cuperlo, il manifesto con Rossana Rossanda e Valentino Parlato, quella che fu Rifondazione con Bertinotti, Ferrero, Giordano, Sentinelli, Deiana, molti intellettuali “d’area” tra cui Mario Tronti che insieme a Rossanda ha introdotto la discussione coordinata da Aldo Garzia, organizzatore dell’iniziativa.
Il libro di Magri è denso e ampio e non può certamente essere oggetto di una rapida sintesi. La storia del Pci è ripercorsa con dettagli e sguardo d’insieme, senza essere spacciata per una autobiografia ma assoggettata al tentativo di offrire un senso di quella storia e qualche risposta sulla sua improvvisa fine. Il libro è certamente utile e interessante anche se alla fine è vittima di un giustificazionismo di fondo sia per le vicende relative alla ex Unione sovietica, sia soprattutto per il debito riconosciuto all’opera e al pensiero di Togliatti. Ciò non toglie che Magri si riconosca pienamente in quella “sinistra” del Pci che dagli anni 60 fino al XIX congresso mantiene un filo conduttore, quasi una strategia alternativa a quella della maggioranza, prima togliattiana-amendoliana e poi berlingueriana e il cui sviluppo, crescita e irrobustimento avrebbe probabilmente costituito un antidoto alla “sventurata» impresa di Achille Occhetto. A rappresentare questo esito possibile, questa opportunità c’è la pubblicazione, in appendice, di quella che fu la bozza originaria di una piattaforma alternativa da presentare al XVIII congresso del Pci, nel 1987, che avrebbe dovuto costituire un’alternativa al “nuovismo” occhettiano e che invece alla fine non fu presentata. In larga parte per la ritrosia di Ingrao ma anche, forse, per la complessiva debolezza di quel possibile gruppo dirigente alternativo.
A Magri, sia Rossanda che Tronti, riconoscono la positività del lavoro, la riuscita della storia narrata anche se in alcuni punti non condivisa. Più decisa a marcare differenze è Rossana Rossanda che intanto riconosce a Magri un merito: aver riaffermato l’importanza de 1917, come spartiacque decisivo, da non ridurre a un disastro. E però, dice la fondatrice del manifesto, il libro concede un po’ troppo all’Urss, «non tutta staliniana» e concede molto al togliattismo finanche alla linea del “compromesso storico” di Enrico Berlinguer che pure viene collocata ampiamente nel contesto dell’epoca – il golpe in Cile, il timore di una dittatura in Europa – per cercare di spiegarne la profondità dell’analisi e la coerenza, dal punto di vista berlingueriano, della proposta. «Fu un errore grave» afferma invece Rossanda, perché in quell’epoca il rischio della dittatura in Europa non solo non esisteva ma si verificano fenomeni di sgretolamento delle dittature esistenti come nel caso di Portogallo e Spagna. In realtà, afferma ancora, «il compromesso fu sociale e poi anche politico e addirittura religioso perché si tradiva il Concilio Vaticano II per allearsi con la Dc». E poi propone una lettura d’insieme che attraverserà il dibattito: il declino del Pci non si ha ancora con il compromesso storico o con la fase che verrà dopo, dal rapimento Moro alla sconfitta alla Fiat; esso inizia già a metà degli anni 60 – «gli anni decisivi della storia italiana del dopoguerra» – quando di fronte allo scongelamento della società il Pci «si mostra esitante» non sa aiutare gli studenti nel ’68, si dispone a un suo precipuo declino operaio fino alla sconfitta degli anni 70. Ma la storia del Pci, conclude Rossanda, nel disastro di oggi, ne mette in risalto la necessità, l’importanza e pone la domanda cruciale: «Come si può fare oggi a ricostruire qualcosa a cui guardare?».
Tronti aderisce invece più comodamente al libro di Magri. Mette in risalto con forza come il Pci sia stato essenzialmente «il partito di Togliatti» che non nasce nel 1921 ma nel ’44 a Salerno. Affermazione fortemente sottoscritta poi dagli interventi di Reichlin e Macaluso. E di Togliatti, Tronti fa un elogio a tutto tondo: Togliatti il «totus politicus», interamente politico, in grado di concepire grandemente la politica come «congiunzione tra il contingente e la storia». Anche la sua «doppiezza» costituisce «una grande categoria politica» che conferma la capacità di un dirigente il cui «capolavoro è costituito dall’essere uscito vivo dalla vicenda sovietica. Gramsci non ci sarebbe riuscito». Come si vede l’ammirazione, il riconoscimento alla grandezza togliattiana è totale, fino a dimenticare che se a Togliatti è riuscito quello che a Gramsci non sarebbe riuscito è perché il primo è interamente interno e complice alla vicenda staliniana mentre il secondo, per quel poco che ha potuto sapere e dire – si veda l’importante lettera del ’26 al Pcus – ne era estraneo. Ma Tronti può spingersi a questa interpretazione non solo per la composizione della sala – quasi totalmente “erede” della storia Pci e debitrice della matrice togliattiana – ma per l’ampio appoggio che gli concede la struttura del libro di Magri che ha nella statura di Togliatti il baricentro.
Ecco dunque che fa capolino una lettura conclusiva che spiega il declino, le sconfitte, gli arretramenti degli anni 80 fino alla scelta dissolutoria della Bolognina, come un progressivo allontanarsi dalla linea madre e dalla strada maestra – il riformismo strutturale, la via democratica al socialismo – che Togliatti ha impresso al suo partito.
Magri in realtà nel suo libro mette in evidenza la dialettica interna – mai pienamente sviluppata ma che segna la vita del Pci – tra una “destra” e una “sinistra” che si confrontano a partire dall’inizio degli anni 60. In particolare, da quel Convegno sulle “Tendenze del neocapitalismo italiano” organizzato nel ’62 dall’Istituto Gramsci. Un convegno in cui si confrontano l’impostazione amendoliana che mette l’accento sull’arretratezza del capitalismo italiano, rispetto ai suoi concorrenti occidentali, e sulla necessità in Italia di realizzare ancora le riforme democratiche e di ammodernamento della società italiana con lo scopo, implicito, di allearsi anche a forze della borghesia. Dall’altra parte, ma in controluce, solo ammiccata e non dichiarata esplicitamente, una lettura – più aderente alla realtà – che vede le grandi avanzate del capitalismo, le innovazioni della classe e che richiederanno una capacità di confronto con le dinamiche capitaliste italiane, e quindi una linea politica, più adeguata di quelle tracciata finora. E’ la base di pensiero che condurrà poi alla formula ingraiana del “nuovo modello produttivo”. Quella dialettica, in realtà, sembra poi caratterizzare tutta la storia Pci fino allo scioglimento: sono i due blocchi, infatti, che si affrontano nell’XI congresso, del 1966, quello dello scontro tra Amendola e Ingrao con sconfitta bruciante del secondo incapace di portare l’affondo interno (e che si tradurrà nella marginalizzazione dei suoi sostenitori tra cui il gruppo del manifesto, e lo stesso Magri, che finirà radiato). E in fondo sono ancora i due blocchi che conducono la battaglia del XIX congresso, quello del cambiamento di nome e della definitiva dissoluzione. E fa bene Tronti – qui c’è il suo contributo più interessante – a ricondurre «le due sinistre» che domineranno la storia del dopo scissione, quella segnata da Ds e Prc, proprio a quella fase, a quel passaggio cruciale non a caso avvenuto all’inizio degli «anni decisivi» di cui ha appena parlato Rossanda. Ma cosa permetteva a quelle due sinistre, presenti nello stesso partito, di stare insieme, «qual era la sintesi?» si domanda Tronti. Intanto il contenuto, la linea, quella «via democratica, sì, ma al socialismo» cioè a una prospettiva di fondo di cambiamento dell’esistente e alternativo al capitalismo occidentale. Tronti non lo dice ma si potrebbe aggiungere che a tenere insieme quelle due visioni era esattamente il carattere di classe del Pci, la sua appartenenza a un campo ben preciso della lotta di classe rappresentata con posizioni riformiste ma alternative a quelle del capitalismo italiano.
Il tema non viene ripreso adeguatamente nel dibattito anche se invece ha un’indicazione utile per l’oggi: se una sinistra unitaria andrebbe ricostruita, essa dovrebbe avere nel radicamento di classe, nell’appartenenza ai suoi princìpi e ai suoi interessi, il baricentro essenziale, senza alcuna compromissione con l’altra classe oggi rappresentata anche da forze vive del centrosinistra.
E invece Reichlin – dirigente antico, a cavallo tra Togliatti e Ingrao – si lancia in una appassionata difesa della storia del Pci che «non può essere riassunto nei suoi errori, come fa Rossanda» e ne sottolinea l’estrema vitalità rispetto alla situazione catastrofica dell’oggi in cui «siamo senza armi ad affrontare la crisi della democrazia e quindi della politica». Ha buon gioco però il “migliorista” Macaluso – appartenuto alla corrente allora guidata da Giorgio Napolitano – a chiedere «come mai siamo senza armi?», domandando se non sia forse colpa del modo in cui il Pci è stato sciolto. Macaluso si riferisce a quelli che sono a suo avviso gli errori speculari di Occhetto e del suo «oltrismo» e quelli di chi patrocinò la scissione di Rifondazione comunista. E a suo avviso se un punto di crisi va individuato, esso non è negli anni 60 ma nel periodo che segue il rapimento Moro quando, sia pure ribadendola al congresso del ’79, Berlinguer sconfessa nel 1980 con la «svoltina di Salerno» la linea del compromesso storico. Che Macaluso rivendica e riconduce – a ragione! – al nocciolo della strategia togliattiana. «Cos’è stata la Costituzione italiana se non il prodotto dello stesso compromesso realizzato tra il movimento operaio e le forze cattoliche?». E perché Togliatti, nel 1947 quando Pci e Psi furono estromessi dal governo da De Gasperi, parlò alla Camera di «una semplice parentesi» in una prospettiva che sarebbe stata ripristinata? Il compromesso storico, spiega ancora l’anziano dirigente, «non aveva nulla a che vedere con i timori di dittatura ma si inscriveva nella convinzione che per fare le riforme strutturali di cui aveva bisogno l’Italia non bastava solo la maggioranza social-comunista, servivano anche i cattolici».
E invece, la lettura di Rossanda sui «decisivi anni 60» torna utile a capire una dinamica ancora tutta da studiare e in cui si rintracciano lezioni per il presente. Perché se è vero, come dice Mario Santostasi che il Pci «non regge alla prova delle novità del periodo che va dal ’62 (convegno Gramsci) al ’66 (XI congresso, sconfitta di Ingrao), è vero che si dimostra davvero come il partito in grado di suonare solo lo spartito disegnato da Togliatti e incatenato alla sua visione strategica. Quando l’abbandona definitivamente – a parte la transizione di Natta degli anni 80 – l’abbandona per suicidarsi. Forse anche per questo, tra le righe, Massimo D’Alema cerca di reinterpretarla oggi nel Pd…
E la sinistra interna non è in grado di rappresentare davvero, agli occhi degli iscritti, un’alternativa concreta e si trascina di sconfitta in sconfitta fino al XX congresso e a quel seminario di Arco in cui una parte consistente decide di far nascere Rifondazione comunista ma una parte ben più consistente del gruppo dirigente decide, con Ingrao, di «restare nel gorgo». Una storia di occasioni mancate, di analisi solo accennate – negli anni 60 l’operaismo italiano si dimostrerà ben più capace di analizzare le trasformazioni del lavoro e del capitale – e di sconfitte accumulate. Non a caso, la sala di oggi era tenuta insieme proprio dalla condivisione delle sconfitte e da una crisi che ancora oggi non riesce a focalizzare gli obiettivi giusti e le giuste vie d’uscita.
