“Il popolo vuole la fine del regime”
Saada Ali, militante siriano di ritorno da Damasco ha attraversato la Siria negli ultimi mesi. L’intervista che segue è stata pubblicata da Tean, la rivista del Npa francese.
Puoi parlarli dell’esercito? Ci sono diserzioni di massa e forze che si uniscono ai manifestanti? Esiste il tentativo di uno scontro diretto con il potere?
L’esercito siriano e gli alti ufficiali sono quasi tutti degli “alauiti” molto fedeli al regime ma la base dell’esercito è a maggioranza sunnita e proviene dagli strati popolari. Gli elementi “liberi” dell’esercito rifiutano di sparare sulla gente ma sono minacciati, perseguitati, le loro famiglie intimidite e alcuni sono stati anche assassinati sul posto. Le defezioni individuali si moltiplicano. Occorre salutare l’estremo coraggio di coloro che assumono una tale responsabilità. Al momento, a mio avviso, non ci ulteriori sgretolamenti dell’esercito. Ma i disertori si raggruppano sempre di più presso la frontiera turca e un “esercito siriano di liberazione” è in via di costituzione. A Homs, invece, sede più importante dell’insurrezione, una parte dell’esercito protegge i manifestanti contro gli abusi dei teppisti pro-regime e dei membri dei servizi di sicurezza che tentano di imporre il terrore. C’è anche stato un attacco da parte di un centro di sicurezza dell’aviazione per liberare alcuni prigionieri
Il consiglio nazionale siriano (per ora installato in Turchia) dialoga con i responsabili dell’Esercito siriano di liberazione. Entrambi chiedono che sia data loro la possibilità di avere armi che permettano di affrontare efficacemente le truppe del dittatore.
I manifestanti chiedono un “auto straniero”?
I manifestanti in piazza…sì, perché non vedono prospettive immediate e dunque “chiedono al diavolo” di venire. I quartieri e le città che non si muovono hanno invece paura di un intervento straniero. C’è un contrasto evidente tra certi quartieri, certe città in movimento e le altre. Lo sciopero generale di domenica 11 dicembre è riuscito e alcune città sono state totalmente paralizzate. Lo sciopero è stato il frutto di una mobilitazione del Coordinamento nazionale dei comitati locali. Il Consiglio nazionale siriano (Cns) lo ha sostenuto. La gente pensa che il regime non se ne andrà facilmente e prima di farlo (quando sarà costretto in maniera ineluttabile) distruggerà tutto. Molte persone hanno paura dell’ignoto e si chiedono cosa potrebbe arrivare in caso di fuga di Bachar el Assad. Tra le tante paure, quella di un regime islamista. Temono di tornare indietro di cento anni.
In questi giorni viene spesso evocato un ricambio di faccia con membri del clan Assad che sarebbero “più presentabili”. Pensi che esista questa possibilità?
Sicuramente dei nomi sono evocati da coloro che vogliono ancora credere a una possibilità di riforma del regime. In particolare le organizzazioni che si pretendono di sinistra. Certo, non tutte le personalità hanno le mani macchiate di sangue anche se sostengono un regime sanguinario e dunque questa illusione esiste. Ma la sola prospettiva per il regime al momento è di distruggere il movimento. Per contro, coloro che sono in piazza non torneranno mai indietro e non vogliono negoziare. Per loro la sola parola d’ordine resta “il popolo vuole la fine del regime”. Un punto di non ritorno è stato oltrepassato. La gente ha paura che in caso di fallimento del movimento il regime possa vendicarsi come ha fatto nel 1982, quando la repressione è stata feroce.
La caduta del regime potrebbe giungere nei prossimi mesi o a più lungo termine?
Le carte a disposizione del regime sono ancora numerose dunque il rischio è che sia una cosa lunga. Un anno, un anno e mezzo o due anni? Nel frattempo senza dubbio emergeranno altre forze e avanzeranno le loro proposte. E’ un bel paradosso vedere organizzazioni posizionate a sinistra, come il Partito di azione comunista – che ha subito un forte repressione con Assad padre e figlio – oppure organizzazioni palestinesi, come il Flpp-Cg, sostenere questo regime odiato da larga parte della popolazione. Bisogna distinguere tra le organizzazioni palestinesi, e i loro dirigenti, e il popolo palestinese che vive in Siria. I palestinesi in Siria hanno uno statuto superiore a quello posseduto negli altri paesi. Sono molto legati alla popolazione. Beneficiano degli stessi diritti e degli stessi doveri. Un tentativo di discredito dei palestinesi, additati come coloro che “rubano il lavoro ai siriani” è fallito. Il popolo palestinese, da parte sua, non nutre alcuna illusione sul governo siriano.
I palestinesi del principale campo di Damasco hanno avuto un ruolo attivo nelle manifestazioni anti-regime. I campi palestinesi hanno giocato un ruolo fondamentale per rifornire la popolazione assediata dall’esercito, in particolare a Daara ma anche a Lattaquié e a Homs.
Qual è il miglior sostegno che possiamo organizzare in Francia?
Fare pressione sul governo. Attenzione, nessuno è a favore di un intervento armato occidentale…nessuno! Abbiamo bisogno di aiuto in medicine per curare i feriti, di aiuto alimentare e di una pressione economica sul regime. Occorre che il popolo siriano non si senta isolato, che si renda conto dell’appoggio internazionale.
Traduzione a cura di imq
