La Lega di fronte a una fase nuova
Il sindaco di Adro con l’ennesima trovata razzista, marchiare una scuola pubblica con il simbolo del Carroccio, esprime al tempo stesso la forza e la debolezza della Lega. Ha il consenso e la forza per farlo ma nasconde la debolezza di molti amministratori leghisti, che dopo anni di gestione dei comuni con scarsi risultati, devono sovraccaricare simbolicamente anche interventi che dovrebbero essere di ordinaria amministrazione. Il partito di lotta e di governo vive una contraddizione che a volte si manifesta in una stessa persona.
L’impressione è che per la Lega nord si stia chiudendo una fase politica, senza che ciò significhi necessariamente una perdita di consensi. Dopo il primo periodo compreso tra tangentopoli, la fine della cosiddetta Prima Repubblica, il massimo dei voti nelle elezioni del ’96 e la caduta nelle elezioni del 2001, con il concreto rischio di perdere la rappresentanza parlamentare e un secondo periodo che va dal secondo governo Berlusconi ad oggi, sembra che la Lega nord sia chiamata a una metamorfosi, a un salto di qualità. In quale direzione e con quali riferimenti è il tema che agita il sonno del gruppo dirigente leghista e del suo capo. Se nel 2001 la sopravvivenza e la riconquista del consenso fu perseguita attenuando i toni sull’indipendenza della Padania, riconvertendo programmi e militanti nella “lunga marcia attraverso le istituzioni” per ottenere il federalismo, oggi dopo i sette anni dei due governi Berlusconi i risultati non sono sicuramente all’altezza delle aspettative. Il federalismo stenta a decollare, e se fosse ottenuto non sarebbe in salsa leghista ma pasticciato, con vari orpelli che snaturerebbero il progetto di Bossi. Il cambiamento della Costituzione in versione presidenzialista/federalista è stato bocciato nel 2006 da uno stanco referendum che non ha coinvolto nemmeno l’elettorato largo della Lega. Rimane la legge Bossi-Fini, che in questi anni ha mostrato tutta la sua ferocia nei confronti dei migranti, e il pacchetto sicurezza. Risultati da non sottovalutare, che hanno impresso un’accelerazione alle politiche razziste e repressive sia del centrodestra che del centrosinistra. Tuttavia si coglie un senso di insoddisfazione tra i militanti e l’elettorato più attivo della Lega. Certo pesa il dover ingoiare le cricche affaristiche, il populismo allucinato di Berlusconi, il clima da “ultimi giorni di Pompei” nella maggioranza governativa ma l’assalto alle banche del nord e alle grandi aziende municipalizzate stenta a concretizzarsi, trova ostacoli. Non si tratta solo di scarsa presentabilità degli aspiranti banchieri leghisti, ammesso che questo sia stato un problema per il capitalismo finanziario, è la crisi riduce i margini di manovra, ridefinisce alleanze, inasprisce lo scontro tra i vari gruppi di potere. E la Lega amministrando due Regioni, centinaia di comuni, decine di province del nord si trova ad essere sovraesposta politicamente senza avere un radicamento corrispondente nei gangli economico-finanziari. Non è una questione di consenso elettorale o simpatia politica: molti imprenditori, professionisti, finanzieri grandi e piccoli votano Lega ma questo non si traduce ancora in un’influenza reale del partito di Bossi sulle loro scelte strategiche. Tanto è vero che grandi gruppi economico-finanziari, settori della grande burocrazia statale, legati al centrosinistra hanno colto la contraddizione che può logorare la Lega: dover conseguire risultati tangibili e non aver a disposizione strumenti, risorse, finanziamenti per ottenerli. Infatti, all’interno della Lega, ci sono primi sintomi di un divario nei comportamenti politici tra il “partito degli amministratori” e il “partito dei militanti”. Il carisma del leader continua ad essere il collante di un partito sempre più gerarchizzato e verticale che ha visto diminuire l’attivismo dei propri militanti ed aumentare l’inserimento nelle istituzioni degli “amministratori”. I recenti proclami di Bossi sui milioni di padani pronti a scendere in piazza, la grancassa sulle elezioni anticipate a novembre, il “battesimo” di ministri e governatori con l’acqua del Po parlano soprattutto ad un quadro militante che mostra segni di disorientamento e dev’essere ricompattato. Ciò che ha fatto in piccolo il sindaco di Adro usando il suo ruolo istituzionale per un’operazione identitaria. Dopo il successo nelle elezioni del ‘96 la Lega tentò lo sfondamento politico agitando l’indipendenza della Padania, ci mancò poco che Maroni fosse candidato governatore della Lombardia anche dal centrosinistra, ma non andò bene. Ora, dopo anni di governo, il federalismo che realmente si profila non corrisponde alle aspettative leghiste, al di là delle boutade di Bossi sulla vittoria che si avvicina. Nel momenti di difficoltà la Lega ha giocato la carta del razzismo e dell’autoreferenzialità. Questo basterà in una situazione di profonda crisi politica e economica in cui si governano regioni, comuni, province e il paese ?
