La vera storia di Calciopoli
Ci voleva proprio, questo libro di Giuseppe Narducci, per rinfrescare la memoria agli smemorati di Calciopoli. E non mi riferisco tanto ai tifosi che, per definizione (me compreso, quando ancora lo ero), ragionano con la pancia e non con la testa. Ma ai giornalisti, ai commentatori, agli “esperti” veri o presunti e ai dirigenti del calcio italiano, che sono o sarebbero tenuti a rispettare le regole: quelle della correttezza, della deontologia, della completezza dell’informazione, e anche del codice penale e di quello sportivo.
Scrivo questa prefazione poche ore dopo la vittoria dello scudetto da parte della “mia” Juventus: lo scudetto numero 28, che però i dirigenti e molti tifosi bianconeri spacciano per il numero 30, incuranti del fatto che due campionati furono giustamente sanzionati dalla giustizia sportiva (e anche penale) perchè viziati dalle gravissime irregolarità e illegalità di Calciopoli. Sono felice di questo scudetto numero 28 (gli altri due sono quelli della vergogna ed è meglio dimenticarli): felice perchè è stato conquistato sul campo, senza favoritismi né moggismi, così come fui felice che la “mia” Juventus nel 2006 venisse retrocessa per espiare le sue colpe. Colpe che erano sotto gli occhi di tutti i vedenti ancor prima che uscissero le intercettazioni dello scandalo, anche se pochissimi cronisti, commentatori e osservatori osavano scriverlo sui loro giornali e dirlo nei programmi Tv (Moggi controllava militarmente anche quelli).
Quelle intercettazioni fui il primo a pubblicarle, sulle pagine di Repubblica con cui all’epoca collaboravo. Ma, per conoscereil sistema Moggi, non ebbi bisogno di leggerne le trascrizioni: mi era bastato seguire le partite della mia squadra del cuore con occhi non foderati di prosciutto, per rendermi conto che molte delle vittorie travolgenti dell’èra Moggi-Giraudo-Umberto Agnelli avvenivano altrove, fuori dal campo, prima ancora del fischio d’inizio: frutto del doping e dell’abuso di farmaci (come poi dimostrò il processo intentato dal procuratore torinese Raffaele Guariniello al capo dello staff medico bianconero Riccardo Agricola e all’amministratore delegato Antonio Giraudo, salvati dalla prescrizione in Cassazione), ma anche del controllo padronale e capillare su arbitri, procuratori, dirigenti federali, giornalisti, moviolisti e addirittura sui vertici di altri club (come poi dimostrarono le sentenze della giustizia sportiva e poi di quella penale).
Chi fosse Moggi, poi, l’aveva stabilito un altro processo, celebrato ai tempi in cui Moggi era direttore generale dell’altro club pallonaro subalpino: il Torino Calcio. Un processo che dimostrò come “Lucianone” fosse solito allietare le trasferte delle terne arbitrali sotto la Mole prima e dopo le partite di coppa Uefa con la dolce compagnia di ragazze squillo da lui ingaggiate (quella volta Moggi se la cavò grazie a un buco nella legge sulla frode sportiva, reato punito soltanto se commesso nell’ambito di competizioni organizzate dal Coni e non dall’Uefa). Eppure, nonostante quell’indecente pedigree, o forse proprio per quello, nel 1994 Umberto Agnelli e Antonio Giraudo lo arruolarono come direttore generale del club più blasonato d’Italia, con tanti saluti allo “stile Juventus”. E lui ricominciò a vincere alla sua maniera: con la frode, solo in forme più sistematiche e spudorate (la famigerata “Cupola”) grazie alla potenza della Real Casa zebrata.
