Lady Oscar e la sua rivoluzione
E’ tornato in sala il piccolo, indipendentissimo, Hurt Locker. Forte dei sei oscar (contro i tre di Avatar) prova a racimolare qualcos’altro qui in Italia (e presumibilmente anche fuori) visto che gli incassi erano stati pochi e tormentati nel primo passaggio. Il film ebbe la sua anteprima a Venezia 2008, nella nostra penisola passò inosservato un mese dopo, e negli Usa si mostrò al pubblico addirittura nel giugno 2009.
Già, perchè il mercato cinematografico statunitense non fa sconti a nessuno: se Kathryn Bigelow pensava di avere qualche credito grazie ai cult Point break e Strange Days, sbagliava di grosso (così come successe a Soderbergh con Bubble: il papà del Danny Ocean redivivo, uno che ha fatto incassare miliardi di dollari agli esercenti e alle major, con un film piccolo fu trattato alla stregua di tutti gli indipendenti). Di lei, al massimo, con la memoria furba e corta dei mercanti del tempio, si ricordavano per il flop di K-19 che sembrava averle spezzato, metaforicamente, le gambe.
E invece ecco il miracolo: il giornalista e saggista d’inchiesta, Mark Boal, suo fidanzato, parte per l’Iraq per studiare le squadre scelte degli artificieri. Sta al loro fianco, li studia, rischia di saltare in aria almeno due volte la settimana. D’altronde per stare con l’amazzone Bigelow (che due anni di matrimonio se li è fatti anche con James Cameron, poi lo sposalizio naufragò col Titanic) ci vuole una gran tempra. Torna e scrive, gratis (sembra la storia di un film italiano). Capiscono entrambi di avere per le mani una bomba- scusate l’espressione involontariamente ironica- ma non hanno nessuna voglia di disinnescarla. E il film che pensano, decidono di girarlo in Giordania e senza studios, producendoselo da soli per avere il controllo completo. Ce la fanno, vanno in concorso a Venezia e l’inizio non è dei migliori: neanche un premio. E la distribuzione fa peggio, ostracismi commerciali (e probabilmente politici) creano un percorso tormentato che alla fine porterà a casa 18 milioni di dollari (il budget è stato di 15) e solo perchè verso l’estate-autunno l’Academy comincia a notare questo lungometraggio.
Un film spinoso, Kathryn da sempre è una regista molto “maschia”, molti la considerano (a torto) una reazionaria, solo perchè può ricordare nello spirito e nella narrazione il miglior Milius. Ama mettersi in panni scomodi – quelle di ladri gentiluomini o di resistenti di un mondo drogato senza ideali ma con sentimenti – ed essere politicamente scorretta. Da qui nascono i primi 40 minuti di Hurt Locker, cinema e istinto alla massima potenza, una delle cose migliori mai viste al cinema. Siamo in Iraq, una presunta autobomba va disinnescata da questo reparto di uomini preparatissimi, squilibrati e fanatici (uno in particolare). Jeremy Renner è un ufficiale giudizioso. Sono ragazzi, prima che soldati, e nella loro imperfezione non scorgiamo disumanità. La cineasta ci piazza con loro, in mezzo a una città invasa, la macchina da presa è la loro ottica. Da spettatori sentiamo la paura, l’angoscia, la paranoia: ogni immagine è un pericolo potenziale, nessun uomo, donna, bambino in avvicinamento sembra innocuo. Tutti innocenti, tutti kamikaze. Ci sembra impossibile che nessuno, sullo schermo, prema il grilletto. Quei trenta minuti lasciano lo spettatore spossato e spiazzato: chi, come chi scrive, è un pacifista convinto, ha sentito addosso il terrore del soldato, l’irrazionale sensazione di pericolo imminente. E nel resto del film, con la casualità tipica della guerra, certi atteggiamenti saranno ripetuti oppure omessi. Saranno sopravvivenza o morte. E pazienza se Bigelow, nella seconda parte, ben più convenzionale e “patriottica”, perde quest’ispirazione. Il suo violento pacifismo è tutto fuorchè guerrafondaio, difende chi mangia la polvere e combatte, ma non la guerra in sè, strumento di Poteri che non hanno la minima idea di cosa sia un conflitto moderno, ma ne cercano solo i dividendi in Borsa.
L’Academy doveva fare una scelta coraggiosa, e l’ha fatta. Il cinema indipendente (o presunto tale, le major con molte sottocompagnie lo stanno ingabbiando e normalizzando) aveva già da qualche anno il suo posto al Kodak Theatre. Ma lo otteneva, anche da ospite d’onore, solo se rispondente a certi requisiti, come The millionaire. Doveva essere vicino al gusto hollywoodiano e aver avuto successo economico. Persino Crash, che pure, forse fu il più problematico con Million Dollar Baby (non a caso la coppia Haggis-Eastwood lavora anche insieme), seguiva queste leggi non scritte.
E doveva avere una posizione precisa: ecco perchè Michael Moore ebbe la sua, pur breve, stagione d’oro.
Qui invece c’è una donna (la prima a vincere l’Oscar, un’altra rivoluzione) che non accontenta nessuno e che ha avuto una produzione faticosa (se la miglior regia era prevedibile andasse alla talentuosa e bellissima 58enne, la miglior sceneggiatura a Boal è stata una sorpresa non immeritata, il miglior film, che agli Oscar, è un premio soprattutto produttivo, è una provocatoria dichiarazione d’intenti)- La cineasta fa “brillare” le contraddizioni di un’America profonda che sprofonda. E il successo non l’ha avuto, se non agli Oscar stessi (che fanno una scelta da festival: cercare il film difficile per sostenerlo).
Non ha vinto il migliore: l’eco-kolossal pacifista Avatar, l’inno all’integrazione in 3D, gli splendidi Na’Vi che mischiano in sè i lineamenti di ispanici, nativi americani e afroamericani cambieranno il cinema, Hurt Locker probabilmente no. Ma è stata presa la decisione più difficile e coraggiosa. A dimostrazione che in America, sanno ancora stupirci. E stupirsi.
A volte con Bush, altre con Obama.
