Le opportunità del deserto
A sinistra, in questo momento, c’è il deserto. Ma la sinistra sociale c’è eccome. Per ciò abbiamo davanti un’opportunità epocale. Si tratta di giocarla in un senso positivo.
Lo sappiamo bene, “sinistra” è un concetto che nasce entro l’Assemblea nazionale costituente francese, e prese a designare coloro che volevano cancellare i privilegi feudali, dare al paese una Costituzione (e su quale tipo di Costituzione vi saranno ulteriori divisioni, tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta) e garantire l’universalità dei diritti – e qui, un’ulteriore divisione: l’uguaglianza è solo formale o anche sostanziale? In questo senso, i giacobini credettero che le classi popolari erano realmente i detentori della sovranità, e che per realizzarla non fosse sufficiente garantire un’uguaglianza formale, ma fosse necessario garantire anche un’uguaglianza sostanziale, economico-sociale.
Dopodiché, la sinistra ha preso corpo entro la società di massa, e tutto è cambiato radicalmente: ma le coordinate secondo cui siamo abituati a pensare sono quelle. Per quanto negli ultimi decenni si sia faticato ad orientarsi (e come prendersela con chi pensa che destra e sinistra non esistano più, se ai loro occhi la sinistra è parsa come colei che controlla il Monte dei Paschi di Siena?), in questo senso “sinistra” è un concetto inestricabile da, e fondativo della società moderna. Si tratta, allora, di ripensarla. E in questo spazio bianco e magmatico che è la terra in cui ci troviamo adesso, abbiamo un’occasione straordinaria.
Cambiare si può – l’appello per la costruzione di un “quarto polo” – è stata suicidata in quanto esperienza politica, ma con tutti i suoi limiti (sopratutto: la sua frettolosa costruzione in vista dell’appuntamento elettorale) ha prefigurato qualcosa che dovrà nascere. I soggetti politici così come li conosciamo sono morti. Finale di partito, dice Marco Revelli. E’ necessario, per l’epoca nuova, un soggetto aperto, dal basso, che si confronti con le istanze della democrazia diretta, che sia strumento della democrazia partecipativa, di una diffusa partecipazione dal basso.
Un’esperienza che riparta dalla realtà dei movimenti, superando l’equivoco della “società civile” (presa in una fondativa complementarità con lo Stato) come luogo della salvezza contro la politica come luogo della corruzione: superare, insomma, il divario abissale tra rappresentanti e rappresentati. Un soggetto reticolare e non identitario, fondato sulle pratiche, dove – per detournare Marx – il fare preceda l’essere. Dire “partito” significa dire un soggetto finalizzato al momento elettorale e all’occupazione delle cariche pubbliche dei suoi militanti (si confronti la classica definizione di Anthony Downs: “una compagine di persone che cercano di ottenere il controllo dell’apparato governativo a seguito di regolari elezioni”).
Oggi bisogna rovesciare questa piramide, e ridare vita, di fatto, a una pratica libertaria: una pratica reticolare, dove è la partecipazione dal basso a dar forma al movimento e non viceversa, dove le dinamiche del movimento (nonché il suo “personale politico”) siano l’espressione dei processi reali del territorio. Un movimento che non sia finalizzato al momento elettorale, ma dove esso sia uno dei momenti di un processo più ampio di risocializzazione del territorio, dei territori, anche dal punto di vista di quella che Beck chiama “subpolitica”.
Insomma, una vera rivoluzione copernicana. Solo così può rinascere un soggetto collettivo che sappia mettere al centro del discorso politico il tema dei beni comuni, che ripensi un nuovo legame sociale basato senza tentennamenti sull’inclusione e sull’universalità dei diritti, che sappia contrastare l’ideologia e la pratica dei poteri forti globali, quell’intreccio inestricabile tra classe politica, finanziaria ed economica che costituisce il nerbo del finanzcapitalismo. Su questa base, poi, ci si dovrà confrontare con altre forze politiche che condividono alcuni o molti temi e istanze.
C’è bisogno dunque di un soggetto che comprenda il trapasso epocale che c’è stato: il resto è sopravvivenza post-mortem.
*scrittore e musicista
