Libia, la guerra che divide a sinistra
Libia, una guerra che divide
di Giampaolo Calchi Novati
Da alcuni giorni ho deciso di sospendere la collaborazione al manifesto per dare sfogo al mio disagio nei confronti del giornale, della politica della sinistra in generale e delle complicità diffuse con la guerra contro Gheddafi (perché di questo si tratta). Non scriverò dunque un articolo vero e proprio ma una lettera-intervento. Sono spinto a intervenire dallo scambio un po’ rude fra Tariq Ali e Rossana Rossanda a proposito della guerra. L’articolo di Tariq Ali conteneva due considerazioni a mio parere fondate e una conclusione discutibile. Aveva il difetto però di usare un linguaggio grossolano, del tutto improprio in un dibattito civile. I due punti interessanti dell’articolo – oggetto poi della reprimenda di Rossana – riguardano il carattere spurio della rivolta di Bengasi e la volontà dell’Occidente (il triumvirato imperiale lo chiama Chomsky) di dar prova di mantenere malgrado tutto il controllo dell’evoluzione in atto nel mondo arabo e intanto nel Nord Africa. Dell’aspetto dell’articolo su cui dissento dirò dopo. La risentita reazione di Rossanda configura in modo plastico il mio distacco dal manifesto. Rossana non accetta nessuna equidistanza fra i rivoltosi e il regime e di fatto sposa la necessità della guerra visto che i rivoltosi hanno preso le armi e sollecitano i raids. Prendere le distanze da alcuni sottintesi di Sarkozy o di chi per lui, come fa anche Rossanda nel suo articolo, non ha molto senso perché la tesi in campo è appunto che la guerra di Francia-Nato-Onu speculi ad arte sul pretesto di difendere la popolazione libica per legittimarsi ma abbia altri obiettivi, più pesanti.
Si presumeva che la sinistra cercasse di elaborare una strategia per le crisi del Sud plurale nel mondo globale che escludesse la guerra, che è poi l’immagine di marca dell’West nel suo confronto su scala mondiale con il Rest. Quando l’Onu ha approvato una risoluzione chiedendo «tutte le misure» per parare la minaccia incombente sui civili la sola «misura» che è venuta in mente al tandem Sarkozy-Cameron è stata una raffica di bombardamenti. Se quelle crisi generano mostri è anche perché la Left in Europa non offre più nessuna sponda di idee o di azione agli sforzi che i regimi e persino i movimenti anti-autoritari mettono o dovranno mettere in atto per uscirne. Tutto quello che sappiamo offrire a chi crede che l’Egitto, la Libia, la Siria o l’Arabia saudita debbano utilizzare in altro modo le loro risorse naturali e il dinamismo dei loro giovani e dei ceti medi in ascesa è un’azione militare che distrugge beni, non solo l’infrastruttura militare, ed esacerba le ferite fra gli individui, le comunità e le nazioni. Abbiamo dimenticato la Somalia, l’Iraq, l’Afghanistan, i Balcani? Il Nord convenzionalmente inteso non ha più il monopolio dei rapporti con il Sud. Cina, India e Brasile, che sicuramente non hanno il sofisticato apparato di libertà di cui ci vantiamo, partono dal presupposto che le guerre non si esportano. Anche per questo stanno vincendo in Africa. È ciò che, insieme a qualche risveglio neo-nazionalista o neo-radicale, fa tanta paura alla Francia. Il rimedio? Fare concorrenza all’America dimostrando che la Vecchia Europa, sbeffeggiata dai neo-cons dell’era Bush per i suoi flirts con la dea dell’amore, può indossare lo scudo di Marte. Senza accorgercene siamo tornati a Suez nel 1956 quando si evocava l’ombra di Monaco. È contraddittorio cospargerci il capo di cenere per aver avallato lotte di liberazione degenerate in dispotismi di diverso grado e dare nel contempo una patente preventiva e illimitata a movimenti figli di nessuno o dei soliti noti: per di più in un’epoca che non ammette modelli alternativi al capitalismo dipendente, che è all’origine sia dell’autoritarismo sia della disaffezione che esso ha provocato.
Ora che il manifesto non può più essere un giornale-partito, mi sembra che studiare la complessità dei fenomeni, con tutti i dubbi che vi sono connessi, dovrebbe avere la precedenza sullo «schierarsi» con una pretesa di esclusività. Possiamo immaginare tutti molto bene, e applaudire, i sentimenti delle masse in Libia o in Pakistan. Non basta però la voglia di libertà per far finire le dittature e il dominio di classe. Anche i movimenti che hanno deluso avevano l’ambizione di interpretare le forze profonde delle rispettive società.
Cominciamo col dire o ripetere che la guerra non ha mai salvato un popolo dall’oppressione dei poteri e dei saperi. Quand’anche il diritto alla resistenza fosse garantito a tutti allo stesso modo (e Rossana sa che non è così) la transizione ha bisogno di processi che non hanno nulla a che vedere con la violenza e le interferenze dall’esterno. L’assunto di Tariq Ali che non mi sento di condividere è che la guerra in Libia sia propedeutica alla politica del Neo-Impero per il futuro. In effetti, questioni morali a parte, la guerra più amata dagli italiani si porta dietro così tante indicazioni contrastanti che paradossalmente (eterogenesi dei fini) potrebbe costringere tutti a riconoscere la primazia della politica.
Inspiegabile attacco della Rossanda
di Antonio Moscato
Il bersaglio dell’articolo di Rossana Rossanda apparso sul “Manifesto” del 9 aprile non è chiaro: apparentemente se la prende con Tariq Ali per un articolo apparso sullo stesso quotidiano il giorno precedente, ma attacca affermazioni che Tariq non ha fatto, e comunque non apparivano dirette a lei. È probabile che la Rossanda ce l’avesse piuttosto con l’ondivaga redazione del “Manifesto” per aver pubblicato un articolo che le sembra veteromarxista. D’altra parte nel dibattito diversi lettori si sono dichiarati indignati per l’articolo di Tariq Alì. Un lettore allucinato sosteneva non solo che “faceva veramente pena”, ma che era “un condensato di luoghi comuni che vanno per la maggiore anche nella sinistra italiana (e nei suoi giornali).” Ma dove vive? Sono almeno venti anni che sui giornali della sinistra italiana non si parla di imperialismo: anche il PRC mise al bando questo concetto con argomentazioni penose, difese insieme da Alfonso Gianni (oggi SEL) e Paolo Ferrero (PRC doc). Lasciamo perdere alcune incredibili esternazioni di Parlato sullo stesso “Manifesto”, che a volte hanno suscitato accorate proteste dei lettori più affezionati…
Un sito dedicato a una sedicente “Informazionecorretta.com” (destinato a salvaguardare l’immagine di Israele, che sarebbe sempre vittima di diffamazioni…) aveva presentato in questo modo scandalizzato l’articolo di Tariq Ali: il suo nocciolo è condensato nella frase “per porre fine alle ribellioni arabe e riaffermare il controllo occidentale sulla situazione, confiscando il loro impeto e la loro spontaneità, e cercando di restaurare lo status quo”. La cosiddetta “Informazione corretta” proseguiva definendo la frase “talmente assurda da rasentare il ridicolo. Solo sul quotidiano di Rocca Cannuccia poteva trovare spazio una tesi simile”.
Ma torniamo alla Rossanda, il cui intervento ha di nuovo non certo il tono iroso e arrogante, che ha usato molte volte nelle polemiche, ma la gratuita confessione di alcune delle sue sviste clamorose: “So di avere sbagliato quando ho pensato che i popoli arabi avessero bisogno di una mano forte per imparare a governarsi, per cui ho fatto affidamento ai partiti Baath, ai Gheddafi, financo a Khomeini. Non è vero che basta essere nemici degli Stati Uniti per essere dalla parte giusta. Non è vero che chi è un loro nemico è un amico nostro. Almeno, non è il mio”. Beh, ne conosciamo parecchie altre di sviste che meritavano una simile ammissione: per restare nella stessa area geografica almeno l’accettazione della soppressione del secondo turno elettorale in Algeria per evitare la vittoria degli islamici. Lasciamo perdere la faziosità contro Cuba (vista, dopo il breve amore giovanile, sempre con gli occhi di Carlos Franqui, col risultato di perdere la capacità di coglierne le contraddizioni e di immaginare la possibile lunga durata del regime); basterebbe la rimozione delle tante sciocchezze dette – non solo da lei – sulla rivoluzione culturale cinese e la politica estera maoista. Ne avevo scritto già abbastanza duramente in Ingrao, la Rossanda e Mao. E soprattutto avevo riportato sul sito (oltre che il mio Assalto al cielo, che riguardava particolarmente l’atteggiamento del “Manifesto” sulla rivoluzione culturale), alcuni scritti di un certo respiro sulla rivoluzione culturale di Livio Maitan e Ernest Mandel. [Basta avere la pazienza di andare sul blocco di scritti I GRANDI NODI DEL NOVECENTO, e cercare la sezione dedicata a CUBA E LA CINA, che ne contiene parecchi]
Ma l’assurdo è che nella parte dell’articolo della Rossanda che non è di irosa polemica col povero Tariq Ali (che forse per giunta non pensava a lei quando si riferiva alle “persone decenti” finite nel letamaio), la Rossanda dice quasi le stesse cose. Per questo ho definito inspiegabile l’attacco. Riproduco per intero l’articolo della Rossanda e quello di Tariq Ali, che appena ricevuto volevo tradurre e inserire sul sito: non lo avevo fatto, soprattutto perché mi sembrava ripetesse cose già ampiamente dette da me e da altri su questa incredibile guerra, caotica anche perché le divisioni registrate in tutta questa operazione “mostrano che non c’è un obiettivo chiaro”, tranne quello di “strappare l’iniziativa alle piazze”.
Ho messo prima la risposta della Rossanda e poi l’articolo di Ali, per far valutare ai visitatori del sito l’assurdità dell’attacco e della deformazione caricaturale dei suoi bersagli polemici.
(a.m. 11/4/11)
Una voce dal letame
di Rossana Rossanda
Che dobbiamo fare, noi sinistra, quando nel mondo arabo dilaga una inattesa protesta contro quelle dittature? Niente. Sperare che il re del Marocco o Assad in Siria o Gheddafi in Libia mollino qualche concessione o perdano le loro forze armate. Se queste passano con gli insorti tutto va bene, possiamo elogiarli, se la sono cavata con qualche centinaio di morti, e inventare nomi insulsi per le loro rivolte: per esempio, dei “gelsomini” o “primavera araba” (in memoria di quella di Praga) Ma se un re o un dittatore si mette a sparare sugli insorti, alt. Vedi il caso di Gheddafi. Chi sono questi insorti? Sono pochi e disorganizzati. Ma sono armati! Chi gli ha dato le armi? Non certo la sinistra europea, il tempo dei Garibaldi o delle Brigate Internazionali è finito. Se poi gli insorti chiedono aiuto alle Nazioni Unite, ecco che si rivelano: sono il cavallo di Troia dell’occidente per mettere le zampe sul loro petrolio. Chi li sostiene è pericoloso imbecille – l’utile idiota dei nostri giorni. Questa qualifica, e altre inerenti al letame, è quella che Tariq Ali affibbia a gente come me. Risponderò a Tariq Ali due o tre cose . Non mi piace, di Tariq Ali e del manifesto , la equidistanza fra i “lealisti” di Gheddafi e gli “insorti” perché non si sa chi siano. Si sa bene chi sono Gheddafi e il suo regime. Si sa bene che cosa è un «basta» di gente che non ha potuto esprimersi né organizzarsi per alcune decine di anni, conosciamo l’esiguità di tutte le forze clandestine, troviamo pulite le parole con le quali il comitato di Bengasi si esprime. Non mi piace che le Nazioni Unite abbiano ordinato non una guerra, che implica una invasione e un’occupazione, ma un intervento dai limiti poco chiari di interdizione delle armi pesanti del regime, quasi a ricreare un equilibrio fra le parti. Mi rifiuto di sostenere che contro Gheddafi e in aiuto di chi non lo accetta più non si possa che mandare, seppure con fini limitati, tre eserciti o niente. Temo che ecciti contro le rivolte chi già le teme in casa sua. Onestamente, però, non la definirei una spedizione imperialista, non sottolinerei soltanto le falle dell’impresa, che ci sono, come ci sono quelle del regime. E le nostre, perché a chi altri attribuiremo gli almeno 150 affogati sul barcone davanti alle nostre coste? Non abbiamo una Greenpeace per il salvataggio degli umani. Non mi piace, anzi mi fa ribrezzo, che Sarkozy abbia tirato a sé il comunicato dell’Onu per rifarsi una faccia dopo avere sostenuto fino all’ultimo il tunisino Ben Ali. Che i caccia Mirage e Rafale, forniti dalla Francia alla Libia, siano tenuti sotto scacco dai Mirage e Rafale della medesima sta fra il grottesco e il sanguinario. Non ho capito perché Obama, pur intervenendo il meno possibile, sia intervenuto. Non lo considero un satrapo. Non penso che voglia impadronirsi di un petrolio che Gheddafi vendeva senza problemi. Non so se abbia ragione Immanuel Wallerstein quando vede nei giovani arabi un nuovo 1968. So che non ho diritto di chieder loro un attestato prima di decidere se sono per stare dalla loro parte o per sparargli. So di avere sbagliato quando ho pensato che i popoli arabi avessero bisogno di una mano forte per imparare a governarsi, per cui ho fatto affidamento ai partiti Baath, ai Gheddafi, financo a Khomeini. Non è vero che basta essere nemici degli Stati Uniti per essere dalla parte giusta. Non è vero che chi è un loro nemico è un amico nostro. Almeno, non è il mio. Avrei preferito e di molto che a chi prendeva la parola rispondessero folle europee, flottiglie di sostegno, medici e anche, sì, chi fosse pronto a battersi, invece che si muovesse l’Onu incaricando alla fine la Nato di una impresa che, temo, non risolverà nulla. Ma mi ricordo che anche noi abbiamo avuto bisogno degli “alleati” per liberarci dal fascismo. Sì, Gheddafi non è il Terzo Reich e il comitato di Bengasi non ha le stellette del Clnai. Ma allora? Per parlare come Tariq Ali, faccio parte del letame che vedendo gente che chiede confusamente pane e libertà pensa: “Sono dei miei. E io dei loro”.
Una guerra contro le rivolte arabe
di Tariq Ali
L’intervento degli Stati uniti e della Nato in Libia, con la copertura del Consiglio di sicurezza dell’Onu, è parte di una risposta orchestrata per mostrare l’appoggio al movimento contro un dittatore particolare e, così facendo, per porre fine alle ribellioni arabe e riaffermare il controllo occidentale sulla situazione, confiscando il loro impeto e la loro spontaneità, e cercando di restaurare lo status quo. È assurdo pensare che le ragioni per i bombardamenti su Tripoli e il tiro al piccione intorno a Bengasi stiano nella protezione della popolazione civile. L’uso di questo argomento si deve alla necessità di sollecitare l’appoggio dei cittadini euro-nordamericani e di una parte del mondo arabo. «Guardateci », dicono i satrapi Obama/Clinton e della Ue, «stiamo facendo del bene, stiamo al fianco del popolo». Il cinismo è così smaccato da togliere il respiro. Si suppone che dobbiamo credere che certi leader che hanno le mani macchiate di sangue in Afghanistan e Pakistan stiano difendendo adesso il popolo libico. I degenerati media britannici e francesi sono capaci di bersi qualsiasi cosa, però il fatto che la gente decente di sinistra cada ancora in questo letamaio risulta deprimente. La società civile che si commuove facilmente per alcune immagini e la brutalità di Gheddafi che bombarda la sua stessa popolazione, sono state il pretesto usato da Washington per bombardare un altro paese arabo. Intanto gli alleati di Obama nel mondo arabo si applicavano con impegno nell’obiettivo di promuovere la democrazia nel mondo arabo. I sauditi sono entrati in Bahrein, dove la popolazione è tiranneggiata e gli arresti sono di massa. Non si parla molto di questo su al-Jazeera. Mi chiedo perché. Si direbbe che questa emittente abbia patito ultimamente le opportune pressioni per allinearsi alla linea politica di chi la finanzia. Tutto questo con l’appoggio attivo degli Stati uniti. Il despota dello Yemen, esecrato dalla maggioranza del suo popolo, continua a massacrarlo un giorno sì e l’altro pure. Senza essere stato sanzionato neanche con un embargo di armi, per non parlare di una no fly zone. La Libia è un altro caso, uno in più, della vigilanza selettiva da parte degli Usa e dei suoi cani da presa occidentali. Sulla Francia possono contare. Sarkozy era alla disperata ricerca di fare qualcosa. Incapace di salvare il suo amico Ben Ali a Tunisi, ha deciso di prestare il suo aiuto per sbarazzarsi di Gheddafi. I britannici sono sempre disponibili, e in questo caso, dopo aver sostenuto il regime libico negli ultimi decenni, cercano di posizionarsi dalla parte buona per non perdere la divisione delle spoglie. E che dovevano fare? Le divisioni che in tutta questa operazione si sono registrate all’interno della élite politico-militare nord-americana mostrano che non c’è un obiettivo chiaro. Obama e suoi satrapi europei parlano di un cambio di regime. I generali nicchiano e dicono che questo non rientra nell’operazione. Il Dipartimento di stato Usa si affanna nella preparazione di un nuovo governo composto di collaboratori libici anglofoni. Non sapremo mai quanto tempo sarebbe rimasto unito l’esercito di Gheddafi, ormai allo sbando e debilitato, di fronte a un’opposizione forte. La ragione per cui Gheddafi ha perso appoggi fra le sue forze armate è stata precisamente quella di aver ordinato di aprire il fuoco sul suo stesso popolo. Adesso parla della volontà imperialista di rovesciarlo e di impossessarsi del petrolio, e molti che pure lo disprezzano possono vedere che questa è la verità. Un altro Karzai è in cammino. Le frontiere di questo squallido protettorato che l’occidente si appresta a creare si decideranno a Wahington. Anche i libici che, per disperazione, adesso appoggiano i bombardamenti aerei della Nato, finiranno, come i loro omologhi iracheni, per pentirsene. Tutto questo potrebbe culminare in una terza fase: in una crescente collera nazionalista che arrivi fino all’Arabia saudita; e allora, non c’è il minimo dubbio, Washington farà tutto il necessario perché la famiglia saudita regnante resti al potere. Se perdono l’Arabia saudita, perdono gli stati del Golfo. L’assalto alla Libia, a cui molto ha contribuito la stupidità di Gheddafi su tutti i fronti, è stato concepito per strappare l’iniziativa alle piazze e apparire in prima linea nella difesa dei diritti civili. Ma non convinceranno i bahreniti, gli egiziani, i tunisini, i sauditi e gli yemeniti, e perfino in Euro-Nordamerica sono più quelli che si oppongono a questa avventura di quelli che l’appoggiano. La partita è ancora lontana dall’essere decisa. Obama parla di un Gheddafi senza clemenza, però la clemenza occidentale non scende mai gratis dal cielo. Ed è una benedizione solo per il potere che la dispensa, il più poderoso dei più poderosi.
