Processo a Ground Zero
Gli Stati Uniti e Osama bin Laden? Alleati, non nemici. Con un comune obiettivo: radicalizzare il mondo islamico. Una lettura che è arrivata da uno dei massimi intellettuali viventi, non nuovo a provocazioni del genere: Noam Chomsky.
Sul sito del network panarabo Al Jazeera il linguista statunitense ha fatto un’ampia riflessione sugli attacchi dell’11 settembre, soffermandosi a lungo sull’uccisione di bin Laden e chiedendosi, a 10 anni di distanza dall’attentato, se esistesse una reale alternativa alla guerra.
La risposta, chiaramente, non può essere univoca. Ma, ha osservato Chomsky, i fatti che seguirono Ground Zero possono essere classificati «indiscutibilmente» come un «supremo crimine internazionale».
Gli Usa furono il migliore alleato dello sceicco del terrore
Nella sua analisi, Chomsky ha citato le osservazioni di diversi giornalisti, funzionari governativi, giuristi. Partendo da una constatazione di Michael Scheuer, analista della Cia che ha seguito le tracce del leader di al Qaeda fin dal 1996. «Bin Laden è stato chiarissimo sui motivi per muovere guerra agli Usa: modificare la politica americana e di tutto l’Occidente verso il mondo islamico», scriveva Scheuer nel 2004, evidenziando come l’esercito e le politiche degli Usa stessero in realtà completando proprio la «radicalizzazione del mondo islamico che lo sceicco del terrore non era riuscito a terminare». Quindi, era la conclusione di Scheuer, gli Usa sono stati «il solo, indispensabile alleato del leader di al Qaeda». Una conclusione che, secondo Chomsky, resta valida anche dopo la morte di Osama.
LICENZA DI UCCIDERE. Chomsky si è soffermato poi sul blitz in cui è stato ucciso Osama, ad Abbotabad, in Pakistan. Il leader di al Qaeda era, secondo l’intellettuale americano, solo un «sospetto» dell’attacco dell’11 settembre. E, «in una società che professa il rispetto della legge, i sospetti vanno arrestati e condotti a processo».
Bin Laden, invece, è stato catturato e ucciso mentre era nel suo rifugio, «disarmato e privo di difese». Per Chomsky, «non c’è stato alcun tentativo, da parte dei reparti speciali statunitensi dei Navy Seals, di catturare Osama come invece avrebbero dovuto fare».
OSAMA SOLO UN SOSPETTO. L’intellettuale ha citato quindi un’inchiesta della rivista americana The Atlantic che conferma la tesi secondo la quale «la Casa Bianca sembrava non aver neppure considerato l’opzione di catturare bin Laden vivo».
Per molti, nel Pentagono e nella Cia, uccidere bin Laden «era un necessario e giustificabile gesto di vendetta». Catturarlo vivo, secondo l’intellettuale, «avrebbe comportato per l’amministrazione una serie di spinose sfide legali e politiche».
I messaggi lanciati dal leader di al Qaeda non possono essere considerati delle confessioni su quanto avvenuto 10 anni fa, ma solo parole di vanto. «Credibili quanto una mia confessione di aver vinto la maratona di Boston», ha detto provocatoriamente Chomsky.
L’11 settembre ha prodotto poi una serie di orrori, a partire dalla guerra in Iraq iniziata da George W. Bush, che «può essere indiscutibilmente considerata come un supremo crimine internazionale: quello dell’aggressione», ha osservato ancora il linguista che, per avvalorare la sua idea ha ripreso le parole del giudice Robert Jackson a capo del Consiglio statunitense al processo di Norimberga.
«Un aggressore», affermò Jackson davanti al Tribunale istituito per processare i crimini nazisti, «è uno Stato che per primo invade con forze armate, con o senza dichiarazioni di guerra, un altro Stato».
L’INVASIONE DI BUSH. A più di 50 anni di distanza, «nessuno potrebbe negare che Bush e i suoi alleati fecero esattamente questo», ha scritto Chomsky. E allora «sarebbe istruttivo chiedersi come avremmo reagito se un commando iracheno fosse entrato nella residenza di Bush, lo avessero ucciso e avessero gettato il suo corpo in mare».
C’era un’alternativa alla guerra, dopo l’11/9, quindi? «Probabilmente il movimento della Jihad, già molto critico con bin Laden», è l’ipotesi dell’intellettuale, «si sarebbe potuto spaccare e indebolire se gli attacchi fossero stati affrontati, alla stregua di crimini contro l’umanità, con un’operazione finalizzata a catturare i possibili sospetti». Una possibilità che non è mai stata presa nemmeno in considerazione.
E così come per «il supremo crimine internazionale commesso in Iraq, l’uccisione di bin Laden è un’altra dimostrazione del fatto che la sicurezza non è un’altra priorità dell’azione di Stato, così come insegnato dalla dottrina», ha concluso Chomsky.
