Rosarno, la pax mafiosa dopo la tempesta
Dopo i pogrom di Rosarno e la successiva manifestazione dell’11 gennaio – che ha visto coinvolti circa 2000 cittadini – alcune riflessioni sono opportune per provare a fare luce su alcuni eventi che solo apparentemente sembrano marginali.
Le politiche securitarie del centrosinistra unite al clima d’odio razzista portato avanti dal governo Berlusconi ha completamente distrutto e reso minimale quella che in passato era riconosciuta come la capacità del Sud ad accogliere il “diverso”. La crisi economica, come ben sappiamo, ha fatto il resto. I primi ad essere colpiti sono stati i migranti che sono stati sbattuti fuori dalle fabbriche e da posti di lavoro dove un minimo di diritti esistevano. Non a caso, a Rosarno si trovavano lavoratori migranti regolari (circa il 60%), più coscienti dei propri diritti e non più disponibili a farsi calpestare.
Così, quasi all’improvviso, un intero paese si scopre razzista ed invece di solidarizzare con le lotte migranti, con chi in questi anni ha garantito il lavoro nelle campagne della piana di Gioia Tauro, con chi 40 anni dopo rivive le stesse vicissitudini ed angherie che un’intera generazione del Mezzogiorno d’Italia ha vissuto sulla propria pelle, si lascia coinvolgere in barricate reazionarie e contromanifestazioni capeggiate dall’ex assessore comunale Mimmo Ventre (An) e da Domenico Romeo, fratello di Alfredo ex assessore comunale di Forza Italia, arrestato, proprio all’indomani della stessa manifestazione cittadina, insieme ad altre 16 persone appartenenti al clan dei Bellocco che di fatto controllavano una catena di supermercati nella Piana.
Nel 2008 la giunta di centrodestra è stata sciolta per infiltrazione mafiosa e così a governare la città c’è una terna commissariale che per sua natura non va oltre l’ordinaria amministrazione.
La ‘ndrangheta quindi ha dispiegato la sua potenza e, cavalcando il malcontento cittadino, ha colto l’occasione per cacciare dalla città coloro che hanno osato sfidare l’ordine malavitoso, coloro che esattamente un anno fa avevano avuto il coraggio di sfidare i mafiosi e denunciarli.
Si è trattata, con tutta evidenza, di una vera e propria vendetta, un modo per segnare una egemonia territoriale, mandare un chiaro messaggio a tutti coloro che, seguendo l’esempio dei neri, volessero iniziare a lottare e denunciare sfruttamento ed oppressione. Non a caso durante la manifestazione cittadina è apparso uno striscione che chiedeva la libertà per Andrea Fortugno, arrestato grazie alle denunce di un gruppo di lavoratori migranti o ancora quando i promotori del “corteo dell’autodifesa” hanno costretto gli studenti del liceo scientifico Piria di Rosarno a rimuovere lo striscione contro la mafia (“speriamo di poter dire un giorno: c’era una volta la mafia”) con banali motivazioni di carattere organizzativo. Cosa ancora più strana è che lo stesso fantomatico comitato promotore del corteo si sia sciolto all’indomani della stessa manifestazione, come a voler dire: allontanati “gli sporchi negri”, ringraziato il ministro Maroni, tutto deve rientrare nella assoluta normalità quotidiana.
Duemila migranti impegnati nella raccolta degli agrumi sono stati deportati o rinchiusi nel Cie di Crotone e Bari, molti sono scappati autonomamente per cercare lidi migliori. Era quasi tutta la forza lavoro impegnata nella Piana di Gioia Tauro con salari da fame. Fra l’altro molti, a causa di questa fuga, hanno dovuto lasciare il poco di salario che avevano guadagnato.
Eppure imprenditori agricoli e ‘ndrangheta hanno fatto affari d’oro con le sovvenzioni comunitarie erogate a pioggia dall’UE e dalla Regione Calabria e che avrebbero dovuto creare nuovi posti di lavoro. Solo nel 2007, una mega truffa ha coinvolto 49 aziende agricole per un ammontare di 44 milioni di euro di finanziamenti comunitari.
Questo sistema ha portato profitti da capogiro alla borghesia mafiosa calabrese a fronte di salari conferiti ai “lavoratori neri” che nella migliore delle ipotesi raggiungono i 20 euro giornalieri.
Ma le condizioni di sfruttamento dei migranti a Rosarno erano note a tutti, istituzioni, forze politiche e sindacati: durante il suo mandato elettorale l’ex ministro Ferrero ignorò completamente le condizioni del Rognetta e dell’ex Cartiera e poi, va sottolineata la completa assenza della sinistra di governo (perché in Calabria Rifondazione e Pdci governano…) e della giunta Loiero tuttora operante che, nell’arco della legislatura salvo proclami e convegni, non è riuscita a dare un minimo di sollievo alla situazione degradante in cui si trovavano i migranti. Il silenzio assordante nei giorni della contestazione migrante, ha completato il quadro di desolazione sociale in Calabria.
Ma questi giorni di lotta hanno evidenziato anche la debolezza del movimento antirazzista calabrese: a distanza di una settimana dagli scontri è stata del tutto insufficiente la risposta organizzativa. A tutt’oggi soltanto un sit-in a Cosenza e la visita al Cie di Crotone, alcune assemblee spontanee e partecipate a Cosenza e Reggio, ma niente nell’immediato a Rosarno.
Il clima creatosi a Rosarno è molto pesante. Ricreare una rete di collegamenti per riflettere su quanto accaduto, per avviare una mobilitazione che faccia emergere una Calabria antirazzista con una grande manifestazione davanti alla Regione crediamo sia un percorso da seguire. Ma è importante cosa si farà a livello nazionale ed internazionale.
La proposta da parte della rete reggina di tenere l’assemblea nazionale della Rete Antirazzista il 24 gennaio a Riace (città che in questi anni si è distinta – insieme a Caulonia e Badolato – per l’accoglienze di decine e decine di migranti) tutta da verificare nella reale fattibilità, può segnare un primo momento di riflessione e di risposta collettiva, ad una situazione che oggi si è determinata nella Piana di Gioia Tauro, ma che, con tutta evidenza, coinvolge l’Italia intera.
Il primo marzo Rosarno potrebbe essere la città adatta ad ospitare lo sciopero degli immigrati, il jour sans immigrè, che dalla Francia sta contaminando l’Italia. Un’occasione per contrastare le politiche securitarie del Governo e lo strapotere mafioso.
