Tutti i generi della maschera Cossiga
Francesco Cossiga è morto. L’evento, come si conviene al personaggio, è penetrato con somma rapidità per ogni dove, muovendo all’unisono il gioco del cordoglio e il gioco delle significazioni. E’ lecito sospettare che tutto questo ecumenico cordoglio, ed in particolare la sua condensazione bipartisan, sia ipocrita e fatuo; ed è lecito considerare che tutta questa aureola di significazione, variamente connessa alla parabola della prima repubblica, sia niente più che una recita nazionale.
Cossiga è stato propriamente un personaggio, ma letteralmente ed essenzialmente nel senso teatrale; la sua vicenda politica non lascia “nulla” di educativo alla già grama pedagogia della nazione, ma lascia “tutto” in recitativo, in una gamma di generi di cattivo teatro viceversa ricchissima nel bel paese. Cossiga è stato la quintessenza di un paese senza verità, l’astro di una parabola storica e sociale intrappolata in segreti, omissis e trame. E’ stato la carta d’identità di una società avvezza a risolversi in identità contraffatte.
Le gravi vicende che lo hanno visto protagonista, dal ministero dell’interno alla morte di Giorgiana Masi, dal caso Moro al bingo del debito pubblico, dalle dietrologie su Gladio all’apologia del Piccone, ne hanno forgiato nel corso di decenni la consuetudine alla provocazione e alla millanteria, con una abilità capace di anticipare il senso critico e di surrogare la ragionevolezza politica. Giurista ed istrione, Cossiga ha costretto le tumultuose contraddizioni sociali nel filtro di pseudo princìpi istituzionali e dell’oltranzismo atlantico militante, ha rovesciato le vanesie ipotesi di compromesso storico nel craxismo puro, ha occupato per vent’anni un ruolo da primattore condividendo abilmente la scena con le leadership che ora dopo ora passava il mercato politico. Nel suo genere è diventato talmente bravo da meritare oggi quasi un piccolo paradossale ringraziamento, quello di non avere approfittato più di così di un senso comune nazionale tanto facile al trasformismo e alla stupidità.
Cossiga è diventato infine prigioniero della propria maschera: vent’anni da “emerito”, nonché senatore “a vita”, non gli hanno lasciato altro che futili attimi da comparsa, esibizioni di machiavellismo, evocazioni di affari secretati, lo so ma non lo dico, ecc. E’ stato un uomo consapevole della propria vanità ed insieme poco propenso a dominarla. Ora che si aprirà la scena postuma, quella degli armadi segreti e delle tristezze televisive, se ne cercherà in qualche modo il testamento politico. Invano, poiché un tale attore non poteva lasciare alcun testamento, se non interno al proprio copione.
Quanto al testamento spirituale, non è dato sapere dove siano giunti il tormento e la pace. Noi conserviamo come fiore vivo il pensiero per quella giovane compagna, al Ponte Garibaldi.
