Un giornalista in pericolo
Un dibattito che ormai è travalicato su tutti i giornali e che ha fatto discutere lettori, frequentatori di blog, opinionisti. Si può criticare Saviano da sinistra, si può smitizzarne la figura, demolire l’icona creata ad arte, chiede Dal Lago e quelli che hanno avanzato critiche sullo scrittore campano? Si può invece avere il senso della realtà, capire il ruolo che ha svolto Gomorra nella decostruzione del mito camorristico e nella conoscenza a un ampio pubblico della ferocia dei clan, domanda invece la neodirettrice del Manifesto? Ogni dibattito ha senso per le persone che se ne sentono motivate e per le riflessioni che fa scaturire. Di questo dibattito non sentivamo una stringente necessità anche se nessuno può impedire la pubblicazione di un libro o l’esercizio di una critica. A noi Saviano non sembra né un eroe né un banale commentatore ma un giornalista e uno scrittore che ha fatto un buon lavoro, un ottimo lavoro e per questo va giudicato. E che oggi, preso di mira congiuntamente dalle famiglie camorriste e dalle famiglie del premier, merita di essere difeso. Per il resto, il dibattito resta aperto.
SAVIANO BENE COMUNE
Norma Rangeri
Che succede? Siete impazziti? Non avete nulla proprio di meglio da fare che criticare Saviano? E tu inauguri così la tua direzione al manifesto?
I nostri lettori sono increduli, arrabbiati, disorientati perché leggono come un ingiustificato attacco le pagine che un nostro collaboratore, Alessandro Dal Lago, rivolge a Roberto Saviano nel libro Eroi di carta, edito dalla manifesto libri, la nostra piccola (e autonoma) casa editrice. Li capisco, per un motivo molto semplice: ho stima di Saviano e credo che la sua battaglia sia anche la mia.
Dal Lago svolge una critica molto aspra (nel merito e nel tono) su Gomorra, sul fenomeno Saviano e sulla sinistra ridotta a claque di una illusoria bandiera politica. Non discuto dell’analisi letteraria del professore. Se Gomorra abbia i crismi della grande letteratura o sia un romanzo cronachistico non mi pare fondamentale. È un buon libro e che lo abbiano letto in moltissimi è positivo, specialmente per un paese pigro e analfabeta come il nostro. Mi interessa invece discutere la critica politica che Dal Lago porta a Saviano, e che in parte fa discendere da quella letteraria quando mette in dubbio (navigando in un labirinto di minuzie) l’attendibilità dei fatti raccontati in Gomorra.
Mi ha molto colpito, per esempio, che già nelle prime pagine dell’introduzione l’autore citi Nichi Vendola stigmatizzandone il linguaggio «da pulpito e da confessionale» per accostarlo in qualche modo alla retorica di Saviano. Lo scrittore sarebbe preda di una visione «ossessiva» della camorra come Male Assoluto, un mostro, un dragone da combattere con la spada lucente dell’eroe. Un’ossessione che funzionerebbe come un’arma di distrazione di massa perché la criminalità non si combatte a colpi di moda, perché non ci sono solo i camorristi, perché il capitalismo esiste anche senza la camorra, perché non si muore solo ammazzati dai killer di Casal di Principe ma anche negli altoforni, perché, perché, perché… La critica letteraria cede rapidamente il passo a una discussione politica viziata, a mio parere, da un concentrato di ideologia.
Effettivamente a volte Vendola parla come un pastore di anime o un poeta, ma questo non appanna la freschezza e l’efficacia del suo lavoro di politico e di amministratore pubblico. Né Saviano vede nella camorra il male assoluto (è una delle critiche di base e più insistenti che gli rivolge Dal Lago). Semplicemente ne ha fatto esperienza e ne racconta, con discorsi e ragionamenti per nulla sommari e moralistici. Ogni volta che l’ho ascoltato ha sempre spiegato i nessi tra economia legale e illegale (Saviano è di formazione marxista e, vorrei ricordarlo, dal 2004 al 2006 ha lavorato per il manifesto scrivendo molti articoli, in pratica già delineando il nucleo di Gomorra).
Il suo grande merito è stato proprio aver tolto la camorra dal folklore e averne fatto conoscere al grande pubblico i legami con il potere legale, nazionale e internazionale, del turbocapitalismo. CONTINUA | PAGINA 10
Saviano è stato tra i primi a scavare negli affari di quel Nicola Cosentino poi salito alle cronache nazional berlusconiane, ad aver distrutto l’aurea di rispetto verso il più forte e il più furbo, specialmente uno dei pochi capace di parlare ai ragazzi. Apertamente, pubblicamente, coraggiosamente (il prezzo che sta pagando lo dimostra) persino nella nostra asfittica televisione. Che infatti lo tollera ma non lo sopporta e ora prova a dimezzare il suo ciclo di incontri autunnali con Fabio Fazio. Fermiamoci per un momento al piccolo schermo.
Ricordo ancora la serata su Raitre. Per due ore Saviano fece una lezione sul ruolo giocato dalla stampa locale a sostegno della camorra. Analizzò titoli, nomignoli, slang, impaginazione: il linguaggio del consenso popolare alla mafia. Regalando un inedito squarcio sull’antropologia criminale alimentata dall’informazione regionale. E l’altra, alcuni mesi dopo, altrettanto eccentrica per il nostro piccolo schermo, dedicata agli scrittori della libertà, pericolosi sovversivi, morti o sopravvissuti alla ferocia del sistema politico. Anche allora ci fu chi prese la matita rossoblu per precisare sulla conformità di questo o quel passaggio, commettendo l’errore di abbassare gli occhi sul dito anziché sollevare lo sguardo verso la luna. Non sarà per caso questo fissare il proprio ombelico uno dei tic più perniciosi della sinistra?
Dal Lago sostiene che le cose scritte da Saviano già erano conosciute, che dunque non avrebbe scoperto nulla di nuovo. Ma conosciute da chi? Quanti sapevano della dimensione internazionale dell’impero di Sandokan? Prima che Napoli si coprisse di rifiuti, prima di vedere certe scene del film Gomorra, quanti avevano capito che i nostri pomodorini o le nostre mele affondano le radici nei rifiuti tossici delle industrie del nord?
Nel lungo j’accuse si infilano poi i rivoluzionari doc (ma di quale secolo?), pronti a contestargli di non aver detto cosa pensa su palestinesi, guerre e quant’altro. Ma come? Prima lo si accusa di mettersi su un piedistallo e sproloquiare su cose che non sa, poi si pretende di vestirlo da tuttologo? Prima il “martire” deve tacere poi invece deve sentenziare sul mondo?
Dice Dal Lago che in sostanza noi gli crediamo solo perché lui è un martire e noi ci sentiamo tutti colpevoli di non esserlo. Dunque gli crediamo a prescindere, cedendo alla categoria dell’eroismo da sempre terreno di coltura della destra. Probabilmente è scattato anche questo meccanismo. E sono d’accordo con Dal Lago anche quando osserva che spostare il conflitto politico in una dimensione solo morale finisce per assecondare una tendenza moralistica e consolatoria (si potrebbe anche aggiungere giustizialista). Ma appuntare questa deriva sul petto di Saviano è un’operazione impropria. Vogliamo caricare tutto sulle spalle di questo ragazzo? Vogliamo farne una metafora degli errori della sinistra? Consiglio di ascoltarlo con più attenzione, invece, e potremo sentirlo ripetere di non voler essere un eroe («io non voglio essere un eroe, perché gli eroi sono morti e io sono vivo. Io voglio vivere e voglio sbagliare»), e di temere la diffamazione, che ha visto all’opera contro don Diana («ne ho paura ma me l’aspetto»).
Saviano si è conquistato una credibilità per quello che ha scritto e per ciò che ha fatto. Credo che gli italiani e l’opinione pubblica di sinistra siano più intelligenti di quel che si crede (l’altra sera la seriosa puntata di Annozero sulla crisi economica, con Tremonti, Bersani, la protesta dei ricercatori, e niente risse, ha fatto il boom di ascolti).
Oggi in Italia c’è una platea, che altrimenti ne sarebbe rimasta esclusa, capace di conoscere i volti, i modi, le leggi di una mafia globale. Perché uno scrittore ha raccontato di controllo del territorio, lavoro nero, nord e sud. Una moda? Un’illusione? Un surrogato dell’autentica lotta di classe, un’icona annacquata, bipartisan e un po’ berlusconianiana? Ogni volta che nella sinistra nasce una speranza legata a una persona capace di interpretare e di rappresentare qualcosa di più di se stesso, scatta una voglia matta, un vizietto masochista, di buttarlo giù. Ma chi è che fa l’esame del sangue ai movimenti buoni e a quelli cattivi, dov’è il nuovo laboratorio, dove sono i medici con la ricetta salvasinistra?
Se essere ascoltati, avere successo, essere amati, avere a cuore il riscatto dei deboli, essere il testimone di storie come quella di don Diana, fare una battaglia per la legalità contro le mafie (nel paese di Falcone e Borsellino) sono trappole borghesi, modi sbagliati di fare politica, mi piacerebbe che in Italia fossimo sempre di più a sbagliare così.
Il diritto di criticare l’icona Saviano
di Alessandro Dal Lago
Non ho intenzione di difendermi dalle «critiche» per il mio libretto sul caso Gomorra-Saviano (anche perché si tratta, per lo più, non di critiche ma di esecrazioni e «vade retro»). Se si è interessati alla questione, mi si può leggere e giudicare di conseguenza. Intervengo invece sull’accusa di dissacrazione che alcuni (per esempio Violante e Flores d’Arcais) mi hanno gettato addosso, visibilmente senza aver letto il testo e, nel caso di Flores, incitando il pubblico a non leggerlo. Qui, come in altri casi (penso a Sofri) non c’è solo un appello alla censura preventiva (mi si critica non per quello che dico ma perché lo dico).
Appare anche un modo di pensare mitologico e autoritario, e quindi sostanzialmente papalino, il che fa specie in persone (parlo di Sofri e Flores) che passano per campioni della libertà di parola e del laicismo. È questa la cultura capace di opporsi a Berlusconi?
Per Violante, il mio è un tipico caso di sinistra «iconoclasta». Ne deduco che per lui la sinistra deve adorare le icone. E non diversamente pensa Flores, quando invita a manifestare contro Berlusconi o a darsi al sesso o ad altre attività ricreative, piuttosto che leggermi quando critico Saviano. Insomma, guai a entrare nel merito di quello che Saviano scrive. E soprattutto, guai a interrogarci sul significato politico dell’identificazione di una parte consistente della sinistra nella sua figura e nella sua opera.
È semplicemente quanto ho tentato di fare nel mio libro a tre livelli, narrativo, mediale e sociologico (tra parentesi, occuparmi di queste cose è esattamente il mio mestiere, diversamente da quanto Flores, che pure mi conosce da quasi trent’anni, fa credere ai lettori del Fatto quotidiano). Livello narrativo: ho analizzato la «verità» di Gomorra in base al testo e a nient’altro, ignorando qualsiasi pettegolezzo sulle sue fonti, ma portando alla luce il carattere tecnicamente auto-referenziale della narrazione («ci sono stato e ho visto, e quindi dico la verità»); livello mediale: ho discusso la costruzione, in buona parte dei media, dell’eroismo di Saviano, mostrando anche come lo scrittore, nei suoi interventi successivi a Gomorra, abbia in qualche modo fatto proprio il ruolo che gli veniva cucito addosso; livello sociologico (e se vogliamo, politico): che significa il processo di iconizzazione dello scrittore nella sfera pubblica del nostro paese?
L’ultimo punto mi sembra decisivo e integra i primi due. La trasformazione di Saviano, a sinistra, in icona del bene contro il male (rappresentato dal crimine organizzato) sposta il conflitto politico in una dimensione morale e moralistica fondamentalmente diversiva e consolatoria. Una dimensione illusoria, in cui – ma questa è solo un’ipotesi – molti scaricano le frustrazioni di una sinistra che in buona parte non è più rappresentata, oppure è impotente di fronte al trionfo della destra. Il fatto interessante è che la categoria dell’eroismo è storicamente appannaggio della destra romantica (penso a Evola), e questo spiega la fortuna di Saviano tra i seguaci di Fini (si veda la fondazione Farefuturo e che cosa pensa di me). Di conseguenza, la classica accusa zdanoviana che mi rivolgono Sofri e Flores («a chi giova?») è risibile, un altro aspetto della loro reazione censoria.
Come si conviene a qualcuno che, volente o nolente, è stato trasformato in icona dell’eroismo, molto spesso le posizioni di Saviano su questioni di interesse pubblico sono unanimiste e apolitiche, e cioè buone per tutti (anche se nel libretto riconosco che talvolta prende posizione contro le derive più clamorose dell’attuale regime in materia di conflitto di interessi). Sostenere che la recente lotta degli studenti contro la distruzione della scuola e dell’università pubblica conta ben poco di fronte al crimine organizzato o ridurre la morte dei soldati in Afghanistan alla questione dei poveri ragazzi del sud che non hanno alternative, senza dire nulla del significato della guerra e dell’implicazione dell’Italia, è qualcosa che non si può passare sotto silenzio. Nessuno chiede a Saviano di occuparsi di questi problemi. Ma se ne scrive o ne parla, naturalmente è criticabile, come chiunque altro. Io trovo grottesco che qualcuno liquidi tutto questo, e cioè la critica di quello che Saviano dice, in termini di «invidia»: è come sostenere che se un critico cinematografico parla male di un film, è perché invidia il regista.
Ma dietro tutte queste reazioni, volta per volta isteriche o moraliste, si profila un enorme problema politico: l’impotenza evidente di un’idea di alternativa basata quasi esclusivamente sull’opposizione all’anomalia Berlusconi, e non al blocco di interessi (e valori e simboli) che il cavaliere sintetizza. Di fatto, precari e pensionati, studenti e lavoratori, insegnanti e tutte le altre figure socialmente deboli (per non parlare di marginali, esclusi e stranieri) sono sostanzialmente soli sulla scena politica, in balia di questa destra. E, come le elezioni dimostrano, la mancanza di rappresentanza porta anche quote importanti di elettori di sinistra a votare per gli altri (un classico sintomo di un sistema sociale e politico in preda al populismo). La destra fa politica di classe, eccome, l’opposizione no.
E questo è anche un effetto dello spostamento del conflitto in chiave simbolico-morale (e, sì, giustizialista), come dimostra l’ossessione unanime per la legalità. Ecco allora che il conflitto è evacuato, che tutto (dalla questione del lavoro all’ignobile condizione delle nostre carceri o al razzismo imperante) viene minimizzato o comunque messo in secondo piano. Ed è inevitabile se, in nome della legalità, ci mettiamo a priori dalla parte dell’ordine, politico o simbolico che sia.
Di questo, ovviamente, a Saviano non imputo una particolare responsabilità, anche se lo critico, in base ai suoi scritti, per aver contribuito ampiamente alla retorica dell’eroismo. Ma forse i suoi seguaci a priori e a prescindere, le vestali della pubblica indignazione che pontificano dalle tribune mediali, non sono proprio innocenti della spoliticizzazione di cui parlo sopra. E pensando proprio a loro, mi chiedo chi rispetti di più, in ultima analisi, lo scrittore perseguitato dalla camorra: chi lo prende sul serio, discutendolo anche polemicamente, o chi si genuflette davanti alla sua icona.
