Un golpe annunciato
Articolo tratto da www.vientosur.info
vedi anche il libro “Il risveglio dell’America Latina”
il sito www.antoniomoscato.altervista.org
Un Parlamento nelle mani dei vecchi partiti oligarchici, un Podere giudiziario funzionale al capitalismo mafioso e un Presidente debole che però aveva chiuso sei decenni di “regno” del partito Colorado, il colpo di Stato soft, sullo stile di quello che in Honduras ha deposto Manuel Zelaya nel 2009, sembrava in attesa del momento giusto. Infatti alla fine del 2009, a un anno dall’affermazione di Fernando Lugo, si è iniziato a parlare di impeachment da parte del Congresso, nel quale il presidente non aveva praticamente nessun sostegno, in combutta con il vicepresidente Federico Franco del Partito liberale radicale autentico. Fu in quel momento che scrivemmo un articolo – Paraguay, un nuovo Honduras? – nel quale dicevamo: “Probabilmente la destra paraguaiana ha appreso dai gorilla honduregni che non è opportuno arrestare Lugo in pigiama, all’alba, e mandarlo in un paese vicino con un aereo pirata, ma questo non significa necessariamente che abbia abbandonato le proprie intenzioni destabilizzatrici ma che, semplicemente, sarà più attenta”.
La política di Lugo del “Mbytetépe poncho Jurùicha” (collocarsi al centro come il collo del poncho) non ha allontanato i fantasmi della borghesia paraguayana circa una transizione del Paraguay verso il “comunismo” di Chavez, Evo e Correa. All’epoca, la ragione sulla quale la destra ha basato la richiesta di impeachment era tragicomica: Lugo avrebbe affermato, infatti, che i ricchi si oppongono al processo di cambiamento. Lugo in realtà aveva detto: “Quelli che genuinamente chiedono di cambiare il paese sono coloro che non hanno conti in banca e che non escono tutti i giorni sulle cronache mondane dei giornali…Quelli che vogliono continuare a guardare il passato nei propri privilegi a difesa dei loro depositi nelle banche internazionali, questi non vogliono cambiare”. Un discorso inoffensivo? Forse, però non in Paraguay. Le reazioni furono inusuali: l’ex candidato alla Presidenza Pedro Fadul, del partito Patria Querida, bollò come “criminale” il contenuto del messaggio di Lugo a causa del suo carattere “conflittuale” che “rovina l’anima e lo spirito”. Curiosa, in ogni caso, la capacità di indignazione dello “spirito” di una élite che ha convissuto senza alcuna indignazione con le peggiori diseguaglianze del continente.
Da parte sua, l’analista Carlos Redil ha commentato: “Lugo ha fatto un discorso incendiario incentivando la lotta di classe e l’opposizione non poteva stare zizza”. Redil riteneva che “per il momento” non ci fossero le condizioni di un impeachment. “Per il momento”. In quel frangente si è conosciuta una mail del miliardario cileno Eduardo Avilés, residente in Paraguay da 30 anni, nella quale chiedeva un contributo ai suoi colleghi imprenditori per comprare armi, formare squadroni e identificare e liquidare i comunisti. “E’ venuto il momento di indossare i pantaloni. Fino a quando dobbiamo aspettare per combattere questi comunisti figli di puttana che vogliono distruggere il nostro caro Paraguay come hanno fatto gli allendisti in Cile” diceva. L’anticomunismo è moneta corrente in Paraguay. Il dittatore Stroessner diceva che il suo paese era “il più anticomunista del mondo” insieme a Taiwan, uno dei suoi principali alleati. Gli accordi politici e monetari tra le due nazioni sono ben documentati nell’appassionante libro “Il Paraguay di Stroessner” di Rogelio Garcia Lupo che contiene ampi e dettagliati aneddoti dei sanguinosi decennni di regno del dittatore. Ogni riforma sociale, anche minima, attiva l’anticomunismo latente di una delle più marce oligarchie della regione. Fare un semplice catasto delle proprietà agricole, per non parlare di una riforma agraria, è già una misura rivoluzionaria in Paraguay dove i proprietari terrieri del posto e i “brasiguaios” (figli di brasiliani nati in Paraguay) controllano le proprie aziende con il fucile in mano. Il momento del colpo di Stato è giunto dopo il massacro di 17 contadini e poliziotti lo scorso 15 giugno. “Il costante conflitto e la lotta di classe, che come risultato finale ha prodotto il massacro tra compatrioti, è un fatto inedito negli annali della storia dalla nostra indipendenza fino a oggi, in tempo di pace” recita una parte delle motivazioni addotte per l’impeachment che ha lo scopo, una volta eliminato il presidente, di ripristinare il vecchio ordine appena eroso dalla gestione Lugo.
Segnaliamo anche, dal sito di Antonio Moscato, un articolo scritto nel 2008, che aggiornava il libro, edito da Edizioni Alegre, Il risveglio dell’America Latina, in cui si metteva in guardia dalle illusioni riposte in Lugo. Ne riportiamo uno stralcio significativo:
In questo contesto, grandi attese hanno circondato l’elezione di Fernando Lugo, il “prete rosso” divenuto presidente del Paraguay. Sono analoghe a quelle che avevano sopravvalutato la portata dell’elezione di Lula e sottovalutato il peso delle sue alleanze con partiti moderati e conservatori, realizzata in parte con una politica di “acquisti” di singoli deputati, ma in parte con accordi politici gravidi di conseguenze. Ad esempio Lula ha affidato il ministero della Difesa, in precedenza nelle mani di Waldir Pires, un vecchio militante della sinistra a lungo esiliato sotto la dittatura e perciò inviso ai militari, a un esponente del PMDB, il partito conservatore sempre più influente nel governo.[2]
Sembra certo che Lugo seguirà la stessa strada. Ciò non toglie nulla all’effetto psicologico dirompente di questa elezione, che rappresenta la chiusura di 60 anni di regime di quel partito colorado creato negli anni terribili della dittatura del generale Stroessner, e finora mai sradicato. Ma come per Lula, la cui elezione aveva suscitato enormi speranze, non contano solo il passato e le idee sostenute per tanti anni, ma con quali forze ci si allea per governare. Le forze borghesi che hanno dominato per decenni possono essere costrette momentaneamente ad allearsi con partiti che rappresentano gli oppressi, ma solo per farsi cavare le castagne dal fuoco in un periodo difficile. Non pensiamo solo alla delusione del PRC per la brutalità con cui Prodi nel 1998 e poi di nuovo nel 2008 ha rifiutato di accettarne le pur modeste proposte, ma alla ben più significativa esperienza di partecipazione del PCI al governo nel 1944-1947: era stata imposta alla borghesia dalla crisi profonda della società italiana lacerata dalla guerra civile e priva dei suoi tradizionali strumenti repressivi, ma si era conclusa nel maggio del 1947 con l’espulsione delle sinistre dal governo, che segnava l’inizio della lunga fase di repressione che consentì il cosiddetto “miracolo italiano” garantito da precarietà e bassi salari. Una cacciata senza appello, particolarmente amara per chi aveva assicurato e fatto accettare alle masse comuniste e al movimento partigiano la ricostruzione dello Stato borghese, con la sua magistratura reazionaria, una polizia fascisteggiante e un esercito pieno zeppo di nostalgici. Comunque non ci basiamo solo su quanto ci suggerisce l’esperienza storica: Fernando Lugo in primo luogo ha esaltato in varie interviste il carattere interclassista di Alianza Patriótica para el Cambio, la coalizione che lo ha portato alla presidenza; ma ha fatto di più. Attraverso il suo vicepresidente Federico Franco, ha cercato subito dopo la sua elezione un rapporto con il generale golpista Lino Oviedo, per arrivare a un accordo parlamentare. Oviedo, pur essendo arrivato terzo nelle elezioni presidenziali, dispone infatti di un buon blocco di deputati, mentre la coalizione di Lugo non ha una maggioranza netta. Oviedo si è dichiarato subito disponibile a lavorare insieme “per le riforme” e ha anzi promesso “un appoggio incondizionato” a Lugo… Vedremo.[3] Naturalmente segnalare i pericoli che possono insidiare la vittoria non significa sminuirla o considerarla ininfluente.
