Venezuela, uno scontro evitabile
La decisione del governo venezuelano di chiudere definitivamente il canale televisivo RCTV ha suscitato polemiche e scontri. Indubbiamente era un canale fazioso: nel 2002 aveva esaltato il golpe contro Chávez, e non mancava di attaccare il governo in ogni occasione; nel 2007 non gli era stata rinnovata l’autorizzazione per le trasmissioni in chiaro al momento della sua scadenza; aveva però potuto proseguire le emissioni via cavo. Ora la chiusura è stata motivata dalla CONATEL (Comisión Nacional de Telecomunicaciones) e dal ministro delle Opere Pubbliche Diosdado Cabello con il rifiuto di trasmettere “en cadena” un discorso di Chavez come avevano fatto tutte le altre emittenti. RCTV sosteneva di non essere tenuta a farlo, essendo una tv internazionale con una sede anche a Miami, mentre in realtà più del 70% dei suoi programmi erano prodotti in Venezuela. Il ministro l’accusava anche di non aver trasmesso l’inno nazionale, ma era evidentemente un sottoprodotto dell’altra accusa…
La principale obiezione del presidente della RCTV al provvedimento, è che la legge che ha determinato la chiusura del canale è di dicembre, mentre i calcoli sulla percentuale di emissioni venezuelane e straniere sono stati fatti sugli ultimi quattro mesi. Il canale aveva modificato i palinsesti subito dopo la promulgazione della legge, che quindi non poteva essere applicata in base all’art. 24 della costituzione che stabilisce che “nessuna disposizione legislativa avrà effetto retroattivo”.
Lasciando ai legali la discussione su questi aspetti formali, vorrei sottolineare un aspetto sostanziale.
Questa misura ha inasprito il clima politico in un momento difficile per l’inflazione e la svalutazione del bolivar, provocando manifestazioni di protesta ma anche di sostegno alla decisione governativa, in cui due studenti chavisti sono rimasti uccisi. Era indispensabile prendere questa misura – forse neppure formalmente del tutto regolare – per colpire quella che è solo una delle tante TV ostili al governo? Il ministro Cabello, detestato dalle sinistre bolivariane (ma anche dagli elettori, che non l’hanno rieletto come governatore nello Stato di Miranda) per il suo ostentato arricchimento e il suo autoritarismo, probabilmente non si è reso conto che la misura poteva apparire all’interno come una ritorsione meschina nei confronti di un oppositore fazioso, ma poteva essere bollata a livello internazionale come un passo verso la dittatura…
Diosdado Cabello è stato in molti momenti difficili al fianco di Hugo Chávez, che evidentemente se ne fida totalmente, ma è stato spesso anche un cattivo consigliere. È stato ad esempio uno dei responsabili della pesante burocratizzazione del PSUV, un partito che appena nato, quando non aveva ancora un programma e uno statuto, aveva già una Commissione disciplinare, affidata proprio a Cabello (e chi avrebbe potuto controllare questo “controllore”, di cui molti denunciavano il rapidissimo arricchimento?).
Per questo, indebolito e non rafforzato dalle espulsioni di chi osava proporre una visione diversa, il PSUV fece una figura meschina al referendum sulle modifiche alla costituzione del dicembre 2007, in cui non solo perse ben tre milioni degli elettori che appena un anno prima avevano votato per riconfermare Hugo Chávez alla presidenza, ma ebbe addirittura due milioni di voti in meno rispetto al numero di iscritti al partito, suscitando molti dubbi sulla sua vitalità e sul carattere spontaneo del tesseramento.
La situazione è grave, per le minacce esterne che vengono dal consolidarsi di un’area conservatrice e reazionaria dall’Honduras al Cile, passando ovviamente per la Colombia e il Perú, ma soprattutto per le difficoltà interne dovute alla stabilizzazione verso il basso del prezzo del petrolio, e un’inflazione pericolosa che – insieme al razionamento dell’energia elettrica – può generare malcontento. Francamente irrigidire lo scontro con avversari magari molesti, nell’illusione di poter ricompattare i propri sostenitori deviando la loro attenzione dai problemi economici e sociali più scottanti, potrebbe essere un errore pagato caro nelle elezioni di settembre… (a.m. 29/1/2010)
