Via Padova, il fallimento della linea dura
La “rivolta” di via Padova, a Milano, è stata l’ennesima occasione per la destra al governo di tutte le istituzioni milanesi di soffiare sul fuoco della propaganda razzista e delle loro inutili e dannose politiche sicuritarie.
Le proposte che si sono sentite fare dai vari esponenti leghisti e post-fascisti – rastrellamenti casa per casa, espulsioni in massa, divieto agli stranieri di acquisti di case e negozi nella zona per un anno… – sono naturalmente impraticabili e persino i loro sodali al governo hanno abbassato i toni: servono comunque a creare una coscienza negativa nelle/nei cittadine/i, a continuare la politica della paura e della falsa sicurezza, a rendere sempre più difficile ogni tentativo di costruzione di una diversa atmosfera in città.
Gli aspetti negativi di quartieri “abbandonati”, dove italianissimi proprietari di immobili fatiscenti di cui evitano da decenni ogni manutenzione speculano sulla pelle degli abitanti (migranti e non), li conosciamo. Quartieri dove ogni socialità è resa quasi impossibile da politiche culturali inesistenti o indirizzate alla “salvaguardia delle identità” (non a caso a Milano esiste un assessore al “Turismo, Marketing Territoriale, Identità” e in regione Lombardia un omologo alle “Culture Identità e Autonomie della Lombardia”…).
Quartieri dove il disagio della metropoli è reso più profondo da condizioni di vita rese precarie dalle leggi sul soggiorno e dai vari pacchetti-sicurezza.
La rabbia degli egiziani e il rischio di scontri “etnici” sono il segnale di una metropoli che davvero rischia di esplodere in mille pezzi e in tanti fortini non comunicanti, se non si consolidano tutte le esperienze in controtendenza –associazionismo migrante e solidale, reti di cultura e socialità, movimenti di lotta per gli spazi e la difesa territoriale.
Per questo occorre impegnarci in iniziative antirazziste, a partire da quelle che si stanno organizzando e dalla riuscita della giornata del 1° marzo – “sciopero delle/dei migranti” – appuntamento ancora più importante per rendere più salde le reti che si oppongono alle divisioni (tra migranti e tra lavoratori) e allo scontro “etnico” e alle politiche di razzismo istituzionale diffuse a piene mani dalla destra (e da una sinistra incapace di alternativa).
