“Whose street ? Our street “
Trayvon Martin aveva solo 17 anni quando la sera del 26 febbraio scorso è stato ucciso con un colpo di pistola al petto a Sanford in Florida. Era uscito di casa per andare al negozio vicino a comprare dei dolci e per strada stava parlando al telefono con la fidanzata. La sua unica colpa era di avere alzato il cappuccio della felpa e di avere la pelle scura. L’assassino, George Zimmerman, nonostante l’ammissione dell’omicidio è a piede libero perchè la polizia sta ancora svolgendo le indagini. Zimmerman è un “neighborhood watch leader”, un specie di capo della ronda del quartiere che agisce con il consenso della polizia ed ha la pelle chiara. La petizione, lanciata dai familiari del giovane, per chiedere l’arresto dell’assassino ha già raccolto quasi un milione di firme e ieri in molte città degli Stati Uniti si sono svolte manifestazioni e presidi di protesta.
A New York il presidio convocato a Union Square, la nuova piazza occupata da un paio di giorni da Occupy Wall Street portando banchetti e sacchi a pelo, ha visto la partecipazione inaspettata di migliaia di persone. La protesta era diretta non solo contro le ronde di cittadini armati tollerate dalla polizia ma anche contro il cosiddetto programma “Stop and frisk” , ferma e perquisisci, che permette alla polizia di New York – a proprio insindacabile giudizio- di bloccare grandi stazioni della metropolitana e interi quartieri identificando e perquisendo coloro che si ritengono sospetti. L’anno scorso sono state fermate e perquisite, con metodi a dir poco discutibili e senza alcuna garanzia legale, quasi un milione di persone di cui l’84 per cento afroamericani e latini, in gran parte giovani. I quartieri maggiormente colpiti da questo “programma” sono stati Harlem e il Bronx mostrando ancora una volta come il razzismo istituzionale sia direttamente funzionale al controllo sociale nei confronti della popolazione che maggiormente paga i costi della crisi economica. Dopo una trattativa con la polizia, è stato concesso di fare un breve corteo nelle vicinanze della piazza. Al termine alcune migliaia di giovani, soprattutto afroamericani e latini provenienti da Harlem e dal Bronx, improvvisamente sono partiti in un corteo non autorizzato imboccando contromano Broadway, la principale arteria di Manhattan. Un corteo che ha bloccato il centro di Manhattan per piu’ di due ore cogliendo completamente di sorpresa la polizia.
Un’andata e ritorno Union square-Times square al grido di “no justice, no peace”, sei kilometri fatti quasi di corsa in mezzo alla strada con piccoli gruppi che man mano bloccavano tutti gli incroci, carica di un misto di rabbia e soddisfazione. La rabbia per il razzismo della polizia e delle istituzioni che negli ultimi anni ha ormai raggiunto livelli intollerabili, la soddisfazione di aver dimostrato che si possono riconquistare le strade e gli spazi pubblici, mandando in tilt l’asfissiante controllo sociale, mettendo in campo forme di conflitto imprevedibili e radicali. E’ stata sicuramente l’iniziativa che ha visto il piu’ alto grado di unità e condivisione tra il movimento Occupy e i giovani delle comunità latine e afroamericane. Dopo il violento sgombero di sabato notte di Zuccotti park Occupy Wall Street ha chiesto le dimissioni di Raymond Kelly, il potentissimo capo dei 36 mila agenti del Dipartimento di Polizia di New York, che insieme al Sindaco Bloomberg ha minacciato lo sgombero anche di Union square nonostante sia una piazza pubblica. Forse qualche crepa si sta facendo strada all’interno dell’amministrazione di New York se cinque consiglieri comunali sottoscrivono una lettera di protesta per il comportamento della polizia e se persino il paludato New York Times, in un editoriale, si chiede se sia giusto che la polizia sospenda delle libertà costituzionali fondamentali. La primavera a New York è arrivata facendo di nuovo riecheggiare lo slogan del settembre scorso: “ Whose street ? Our street “. Di chi è la strada? La strada è nostra.
