Recensione a Femonazionalismo – Emanuela Mangiarotti da “AG – About Gender”
da About Gender, vol. 9, n. 17, pp. 308-311
La strumentalizzazione dei diritti delle donne (e più recentemente anche delle persone Lgbtiq) da parte di progetti imperialisti e razzisti è da diverso tempo oggetto di critica intellettuale e politica. Il libro di Sara Farris si inserisce in questo dibattito, contribuendo in particolare agli studi su femminismo, nazionalismi e capitalismo. La sua analisi si sviluppa a partire da una domanda fondamentale: in che modo è possibile inquadrare l’improbabile convergenza tra nazionalismi di destra, alcune correnti del femminismo occidentale e la retorica neoliberista nel contesto europeo contemporaneo? Per rispondere, Farris introduce il concetto di femonazionalismo come categoria analitica che identifica il confluire di progettualità politiche diverse intorno alla necessità di emancipare le donne migranti non occidentali da ciò che si considera la causa principale della loro oppressione: gli uomini di colore e l’inferno patriarcale delle loro tradizioni e pratiche religiose.
Vorrei qui mettere in luce la rilevanza per il dibattito femminista di alcuni passaggi attraverso cui Farris spiega la normalizzazione nel discorso politico di posizioni islamofobe e razziste che si articolano a partire dal consenso intorno all’uguaglianza di genere.
Il libro ripercorre il processo attraverso cui la questione dei diritti delle donne è divenuta mainstream nel repertorio ideologico-politico europeo contemporaneo in concomitanza con l’ascesa dei nazionalismi di destra. Per spiegare il carattere apparentemente paradossale di questo interesse per le questioni di genere da parte di formazioni politiche tradizionalmente misogine e conservatrici, l’autrice si concentra sui casi di Francia, Paesi Bassi e Italia. L’analisi mostra come, in questi Paesi, le campagne islamofobe che hanno caratterizzato l’affermarsi dei nazionalismi di destra siano entrate in risonanza, per quanto riguarda il tema dei diritti delle donne migranti non occidentali, con le posizioni di alcune intellettuali femministe e con le politiche di integrazione dei/delle migranti. Si tratta appunto di ciò che Farris identifica con l’espressione “convergenza femonazionalista”.
Il testo mostra come la mobilitazione ideologica intorno all’emancipazione delle donne sia tutt’altro che incidentale, ma piuttosto costitutiva dei regimi europei contemporanei, animati da missioni civilizzatrici e votati allo sfruttamento economico in chiave razzista. La riconoscibilità del topos de “l’uomo bianco che salverà la donna nera dall’uomo nero”, – un evergreen per quanto riguarda le ideologie razziste, secondo la fortunata e potente sintesi di Gayatri Chakravorty Spivak – fa da sfondo ad un’analisi precisa ed accurata degli sviluppi storici e dei risvolti materiali del femonazionalismo, le cui radici affondano in modo evidente nella storia coloniale.
I gruppi coinvolti, sostiene Farris, guardano alle donne migranti non occidentali come vittime passive di culture e religioni patriarcali, la cui emancipazione dipende dalla loro cooptazione – in posizione subordinata – da parte della modernità occidentale. L’autrice presenta quindi i meccanismi di razzializzazione del sessismo (gli uomini migranti come oppressori e minacce sessuali e le donne migranti come vittime) e di sessualizzazione del razzismo (il migrante come portatore di culture e pratiche sessiste e violente), espressi in modo trasversale ai vari schieramenti politici attraverso una specifica formulazione della
causa femminista.
Queste osservazioni permettono di comprendere come la confluenza intorno alla sorte delle donne musulmane e migranti non occidentali in Europa da parte di certe correnti del femminismo europeo e dei partiti nazionalisti di destra sia sostanzialmente organica al regime neoliberista che ha orientato le politiche migratorie e di integrazione degli ultimi vent’anni. In particolare, l’analisi pone il problema di saper riconoscere le logiche attorno a cui si strutturano gerarchie razziste e sessiste che garantiscono il reclutamento delle donne migranti non occidentali nel lavoro di riproduzione sociale, alla base del sistema neoliberista. Lungi dal costituire una reazione al neoliberismo, il femonazionalismo è in questo senso sia un suo prodotto che una condizione necessaria alla riproduzione di questo regime politico-economico.
Queste riflessioni costringono chi legge a fare i conti con il consenso generalizzato attorno alla convergenza femonazionalista. Un aspetto particolarmente interessante dell’analisi di Farris, infatti, riguarda il modo in cui l’autrice, pur riconoscendo il contributo di recenti studi sui nazionalismi europei, prende le distanze dalla tendenza ad imputare la mobilitazione per i diritti delle donne in chiave razzista soltanto ai registri discorsivi e alle pratiche di queste formazioni politiche. In questo senso, il libro nella traduzione di Marie Moïse e Marta Panighel, introduce finalmente nel dibattito italiano il tema del razzismo non soltanto come aspetto pervasivo, ma come dimensione costitutiva della politica
e del discorso pubblico.
In particolare, ciò che qui preme sottolineare è l’emergere del carattere strutturale e istituzionale del nesso di sessismo e razzismo. Secondo Farris, infatti, la chiave della convergenza femonazionalista è da ricercare nelle implicazioni materiali che collegano la condizione delle donne (lavoratrici) europee e quella delle donne migranti non occidentali.
Per riprendere un’altra recente e preziosa traduzione italiana per la casa editrice Alegre del classico di Angela Davis, il nesso tra donne, razza e classe si fa qui evidente. In questo senso, la riflessione di Farris sull’intreccio tra razzismo e sessismo offre una potente chiave di lettura per comprendere le basi ideologiche su cui poggia una divisione sessualizzata e razzializzata del lavoro che si traduce nell’impiego delle donne migranti non occidentali come mano d’opera per il mantenimento di regimi di welfare.
Il libro tuttavia non si sofferma sui meccanismi attraverso cui i rapporti di classe rendono le donne occidentali un insieme tutt’altro che omogeneo per condizioni materiali e collocazione nel circuito del lavoro (ri)produttivo. Per questo, un passaggio ulteriore per la comprensione delle complesse intersezioni che sorreggono il sistema neoliberista potrebbe riguardare i modi in cui il femonazionalismo sostiene non soltanto la subordinazione lavorativa delle donne migranti, ma anche il mantenimento di gerarchie di classe tra donne native impiegate nel lavoro retribuito.
Le riflessioni sulla dimensione politico-economica del femonazionalismo mostrano comunque il suo collegamento con una divisione del lavoro che permette ad alcune donne di emanciparsi dal peso della riproduzione sociale a scapito di altre. Un passaggio fondamentale questo per comprendere come rapporti di privilegio e marginalità complessi che chiamano in causa le donne e le loro esperienze diverse di emancipazione e sfruttamento siano alla base della riproduzione di una governance neoliberista. Per questo, uno sguardo sulle ramificazioni ideologiche e le diverse implicazioni materiali del collegamento tra ordine di genere e razzismo è sicuramente un aspetto centrale di questo libro.
Femonazionalismo. Il razzismo nel nome delle donne mette in luce così la necessità di aprire un confronto franco all’interno del movimento femminista italiano su questioni fondamentali che non si discostano molto dalla critica che da tempo femministe nere e postcoloniali muovono nei confronti della partecipazione di alcune correnti del femminismo occidentale a progetti imperialisti e politiche razziste in nome dei diritti delle donne.
Il lavoro di Sara Farris costituisce in questo senso un contributo importante per la costruzione un femminismo transnazionale solidale in grado di scuotere la gerarchia di genere razzializzata su cui poggia il regime politico-economico neoliberista.
