L’anarco-netturbino sogna l’autogestione dei rifiuti – Checchino Antonini su “il manifesto”
Checchino Antonini – il manifesto – 2 ottobre 2026
Spandex, Ti-Chris, il vecchio André, Beaujeunehomme, Pompon, tutti vidangeur, come si chiamano i netturbini in Québec. Gente sdentata, tatuata, bizzarra, marginale «e così poco pulita che i vestiti che indossavano sembravano provenire direttamente dalle pattumiere». Ad accomunarli il fatto di lavorare a Montréal fianco a fianco con Simon Paré-Poupart, autore di Spazzatura! (traduzione di Silvia Turato, Edizioni Alegre, pp. 128, euro 14 euro).
Si tratta di un memoir orgoglioso e furente che arriva in Italia, nella collana «Working Class» diretta da Alberto Prunetti, forte delle 50mila copie vendute in Québec, dopo essere diventato un caso letterario in Francia, dove ha venduto già 8mila copie e mentre la stampa Usa paragona l’autore a un Anthony Bourdain ma con la tuta da spazzino. Simon Paré-Poupart sarà domani sul palco del festival di Internazionale, a Ferrara, per un talk con ZeroCalcare sui lavoratori resi invisibili, «spazzati via» appunto (ore 16.30, Teatro Comunale, introduce Giulia Zoli).
Poco più che quarantenne, diploma di maturità in psicosociologia, studi di giornalismo, laurea magistrale in amministrazione pubblica, Paré-Poupart sta dietro al camion da quando ne aveva 19. A domandargli di come viva questo successo, ribalta la domanda: «Cosa trovi di così rilevante in questo racconto? La mia ipotesi – spiega – è che parli molto delle classi sociali e del disprezzo di classe. Questo libro permette, forse, di ricollegarci a quella figura quasi mitica del netturbino che si è formata in noi da bambini e che abbiamo dimenticato. Un oblio tragico, poiché ci separa da una parte delle persone con cui formiamo la società. E la mia seconda ipotesi viene da Georges Bataille. Credo che la part maudite descritta dal filosofo sia forse ciò che di più universale abbiamo in noi».
Se il «freeganismo» consiste nel vivere degli scarti della società dei consumi, credo che da questo si possa partire per immaginare un diverso progetto di collettività
Ora stai lavorando a diversi progetti multimediali eppure da ogni tua parola traspare il desiderio di continuare a fare il runner, come se il «vidangeur» fosse un atleta.
L’addetto allo svuotamento dei cassonetti, il runner, è il sintomo di un problema, quello del consumo eccessivo. La sua velocità dipende dal fatto che l’operatore è una figura che nasce insieme al camion. È il sistema di motorizzazione abbinato a un sistema di compattazione dei rifiuti a dettare il ritmo. Ma, almeno in Québec, è proprio questa esigenza di rendimento a rendere desiderabile questo lavoro. È una sorta di sport nazionale… Senza quella sensazione di realizzare qualcosa che pochi sarebbero in grado di fare, è più difficile provare orgoglio e sarebbe uno dei peggiori lavori del settore pubblico. Questa cultura del «bûcheux», persone che amano lavorare sodo, esiste. Per me è assurdo lavorare più «lentamente» se non se ne ha voglia, se dopo il turno di lavoro bisogna andare in palestra. Ma sono anche consapevole del rischio che facendo appello alla performance si possa assecondare il produttivismo, se non addirittura lo sfruttamento.
Ti definisci una sorta di «anarco-netturbino che sogna l’autogestione delle immondizie da parte degli scarti della società». Credi che la scelta del «freeganesimo» sia generalizzabile?
Credo che muovendo da un approccio individuale, possa tradursi in politica pubblica. Se il freeganismo consiste nel vivere degli scarti della società dei consumi credo che si possa avere un progetto di società che riunisca destra e sinistra. A destra, l’individualismo e lo «shopping»; a sinistra, il localismo e il rispetto dell’ambiente. Si tratta quindi di rispettare la gerarchia delle cosiddette 3RV-E: «ridurre, riutilizzare e riciclare». Il freeganesimo consiste nel rispettare l’intera catena del valore intrecciata in ciascuno dei prodotti che utilizziamo. Evitando il feticismo della merce che Marx ha ben teorizzato.
Quanto alla scrittura, hai scelto una voce narrativa nitida che combina realismo crudo, fisicità e autoironia…
Credo che questo libro debba molto alla letteratura. La mia immaginazione si ispira ai Romans du terroir di Germain Guévremont. Il libro deve molto a Émile Zola, in particolare a Germinal ma anche a Robert Linhart e a L’Établi. Per quanto riguarda il cinema realista, penso a Gaspard Noé. Per quanto riguarda l’umorismo, credo che il libro sia radicato nell’universo di François Avard, dove il dramma si affianca all’umorismo poiché, quando la violenza e i traumi sono forti e presenti, non resta che l’umorismo per superarli.
Un lettore europeo di sinistra può essere colpito dalla sostanziale marginalità del sindacato nelle dinamiche narrate nel libro…
Il fatto che i vidangeur in Québec guadagnino attualmente molto denaro scoraggia in qualche modo la sindacalizzazione. Ma la questione è più profonda di così. Cerco qui di riportare le idee che i miei colleghi possono avere sui sindacati, senza dire che questa sia necessariamente la mia opinione. L’ambiente operaio è piuttosto vicino alle idee che possono avere alcuni conservatori-libertari. I colleghi vogliono i loro soldi, gestirli da soli, in contanti se possibile, e che ci siano il minor numero possibile di funzionari e dirigenti che ne trattengono una parte. Vogliono difendersi da soli, al punto che alcuni sono pronti a minacciare un capo per essere pagati. È una mentalità più «americana» e davvero propria di quell’ambiente.
