Anna Pizzo su Liberazione
Soggetto, potere e rivoluzione, un’alternativa dalle ceneri del ‘900
Anna Pizzo (da Liberazione del 05/07/2007)
Una delle doti (parola quanto mai allusiva e “femminile”) delle donne in politica è la spontaneità nel linguaggio. Così come esistono codici e simboli nel costruire il discorso politico che ha i suoi riferimenti, le sue accelerazioni e le sue pause, solitamente il linguaggio delle donne confonde tali liturgie introducendo elementi di “disturbo” nel ritmo del discorso politico. A mostrare quanto l’immediatezza di “un’altra possibile narrazione” (del mondo?) sia sostanza nel pensiero della differenza, è Lidia Cirillo con il suo Da Vladimir Ilich a Vladimir Luxuria. Soggetti di liberazione, rivoluzioni e potere (Edizioni Alegre, pp. 255, euro 14,00).
Una raccolta di relazioni tenute dalla stessa responsabile del seminario femminista permanente dei Quaderni viola nonché militante di Rifondazione comunista nell’arco di un periodo di tempo sufficientemente ampio a tracciare un paradigma: quello, appunto, delle trasformazioni “epocali” che hanno attraversato il Novecento e che si trovano, in forme mutate, ancora dentro le contraddizioni dell’oggi. Un itinerario fatto di grandi questioni e di suggestioni appena alluse ma che hanno fatto breccia nella memoria e nelle biografie di una certa parte della sinistra, quella che, con termine a dir poco fastidioso, viene definita “radicale”.
Impossibile ricostruire tutti i segmenti di tale itinerario; meglio individuare alcune parole che a mio parere meglio di altre rappresentano le fessure più nette tra il secolo scorso e quello che si è da poco aperto: quelle che squadernano la contraddizione nella sua forma più immediata e diretta e sulle quali Cirillo si sofferma.
Ne ho scelte tre: il “soggetto”, il “potere” e, per finire, la rivoluzione in un libro che, fuori di dubbio, è percorso da capo a piedi da una elettricità marxiana impossibile ad esaurirsi e, quindi, alla perenne ricerca di “fonti alternative”.
Il soggetto è quel concretissimo fantasma che ha percorso l’intero secolo scorso senza soluzione di continuità. Scrive Cirillo che, fuor di metafora il soggetto è stato individuato ora «nel movimento operaio, ora nell’Unione Sovietica, ora nella classe operaia bianca, maschile ed eterosessuale. L’idealizzazione delle dinamiche centrifughe in quanto tali è cessata, quando è diventato evidente il loro risvolto perverso, che era poi la crisi delle pretese universalistiche del più importante soggetto del Novecento e alla fine il suo tracollo. Che naturalmente non significa scomparsa perché nessun fenomeno della storia cessa all’improvviso e senza lasciare spezzoni e brandelli di sé». Problema irrisolto, certo. Soprattutto per chi si ostina a non voler guardare altrove. Altrimenti, e Lidia Cirillo ce lo potrebbe tranquillamente spiegare, sarebbe persino possibile “elaborare quel lutto” e guardare in una quantità notevole di interstizi che indicano una nuova prospettiva. Lo descrive bene l’autrice nella relazione intitolata «Attualità e inattualità di Marx: la kritik ritrovata e il soggetto perduto».
Seconda parola chiave: il potere. Qui il terreno si fa ancora più impervio. Scrive Cirillo: «La conquista di poteri non è stata sufficiente a fare spazio alle donne dove il potere è più strutturato e condensato perché lì il maschile è cristallizzato, insistito e stratificato». Chi, come me, da un paio di anni ha a che fare molto da vicino con quel mondo così sinteticamente ma efficacemente descritto ne sa qualcosa. E tuttavia, la mia semplice e al tempo stesso complicatissima convinzione si potrebbe riassumere nel titolo del libro di John Holloway: «Cambiare il mondo senza prendere il potere». Perché, se è vero quel che scrive l’autrice e cioè che «chi ha limitati poteri e scarsa dimestichezza con il potere ha bisogno di un lungo esercizio al potere». Ma se, mettiamo caso, qualcuna volesse cambiare il metro di misura? Se decidesse che giocare allo stesso gioco è noioso e perdente e decidesse di cambiare il gioco per cambiare il mondo? Domande ingenue, le mie, che mi faccio da parecchio tempo e sulle quali non ho intenzione di lasciar perdere.
Infine, la rivoluzione che non può che essere di vita, di politica, di sesso. Al contrario dell’autrice, io non penso che la rivoluzione sia (solo) una istanza dello spirito o una materialissima trasformazione dei rapporti di potere. Penso che possa essere il frutto di un magnifico cambiamento planetario costruito nella forma comunitaria perfino sulle macerie prodotte da questa “modernità”, da questa forma della politica.
