Berlusconi è all’ospedale ma Fini attacca ancora. Pdl in crisi di nervi
Chissà se ad armare la mano di qualche eventuale nuova aggressione a Silvio Berlusconi sarà stato questa volta, secondo i falchi del Pdl, Gianfranco Fini. In effetti, al termine di una giornata che era iniziata con un’aggressione verbale ma rabbiosa del capogruppo Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, nei confronti di Di Pietro e della sua cerchia (giudici, Santoro, Travaglio), il nemico numero uno per la maggioranza di governo sembra proprio essere il presidente della Camera. Che in giornata ha fatto sapere a Berlusconi – visitato il giorno prima in ospedale in un incontro che le cronache riferiscono denso di commozione – la propria irritazione sia per «l’inutile e incendiario» discorso dello stesso Cicchitto sia per la «forzatura» operata con la fiducia sulla Finanziaria approvata dal ministro Tremonti.
E così, un evento imprevisto e drammatico, come il lancio della statuetta del Duomo in faccia a Berlusconi, che sembrava potesse ricucire i rapporti interni alla maggioranza, viene rapidamente dimenticato lasciando il passo a un nuovo scontro. Stavolta ancora più duro.
Fini interviene dallo scranno più alto di Montecitorio per definire «deprecabile» la decisione di porre la fiducia da parte del governo (la 27a) e spiega ai deputati che stavolta la scelta dell’esecutivo non ha nulla di «tecnico» ma è tutta politica e riguarda interamente il rapporto tra governo e maggioranza. E’ una fucilata, anzi, come dirà il deputato Lehner, «un altro colpo in faccia il premier». E in effetti i berlusconiani mostrano tutta la loro irritazione. Tremonti e Cicchitto, in primo luogo, che stendono un comitato per rivendicare la scelta della fiducia e tenere così testa alla sfida di Fini.
Nonostante il “capo” si trovi in ospedale, con il naso fratturato e l’umore nero, i vari colonnelli non smettono di scontrarsi e di menarsi fendenti. Segno, dunque, di una crisi interna al Pdl e al fronte berlusconiano di natura strutturale. Da tempo si dice che Fini ha dietro di sé non soltanto molta parte dell’imprenditoria italiana che non ne può più dell’impasse cui l’attuale governo costringe l’economia nazionale ma che lo stesso Dipartimento di Stato Usa guardi con un occhio di favore alle sue mosse. Si tratta di voci di Transatlantico ma, certamente, per muoversi così duramente – il discorso alla Camera è di quelli senza appello – in giorni come questi, Fini deve avere una motivazione importante e un progetto che persegue con determinazione.
Ma che la maggioranza sia in fibrillazione e che il fronte berlusconiano scricchioli non lo si desume solo dalla scelta di una fiducia che serve a blindare il Popolo della Libertà, ma lo si capisce anche dalla violenza verbale e dal rancore politico con cui Cicchitto pronuncia in mattinata il suo intervento dopo le comunicazioni del ministro Maroni (vedi articolo sopra). Senza perifrasi, e rivendicando schiettezza di espressione, il capogruppo del Pdl spara ad alzo zero contro coloro che a suo giudizio hanno armato la mano di Massimo Tartaglia: La Repubblica, Il Fatto quotidiano, definito un «mattinale delle questure», Annozero, Marco Travaglio, chiamato «terrorista mediatico», e lo stesso Di Pietro, accusato, quest’ultimo, di volere «portare lo scontro in una guerra civile fredda e poi in qualcos’altro». L’intervento pidiellino lascia di sasso il leader del Pd, Bersani così come anche Casini. Il Pdl, nonostante le aperture dei due oppositori moderati, sceglie invece “la faccia feroce”anche se, così facendo, mostra per intero la propria difficoltà. Essere costretti a strumentalizzare il gesto di Massimo Tartaglia per uscire dalla difensiva e recuperare credibilità e consensi è un atto, non solo di grande viltà politica ma anche un’espressione di debolezza. Anche perché da Pd e Udc i segnali di disponibilità a collaborare si sprecano: Bersani chiede un gesto di apertura, invitando il governo a rinunciare a porre la fiducia sulla Finanziaria e Casini, pur non condividendo a pieno le parole di Maroni, comunque decide di «affidarsi» all’operato del ministro degli Interni. Ma la linea dura scelta dal Pdl chiude qualsiasi gioco e ripropone uno scontro al calor bianco.
Che, ovviamente, viene sostenuto con agilità dal solo Di Pietro il quale, in un intervento che vede i deputati del Pdl alzarsi per lasciare l’aula, rivendica le proprie scelte e anzi contrattacca, accusando Cicchitto di aver «condannato a morte» i vari Santoro e Travaglio. Come si vede, la trama della congiuntura politica prosegue piuttosto invariata: la linea del dialogo e della collaborazione, assiduamente auspicata da Napolitano, non trova varchi. Da un lato, infatti, Silvio Berlusconi, accerchiato dalle sue grane giudiziarie non ha più margini per rivelarsi disponibile e moderato ma può solo attaccare; anche perché non ha altri strumenti per tenere unita una maggioranza che scricchiola pericolosamente. Dall’altro, il partito di Di Pietro non intende rinunciare a quello spazio dettato dall’antiberlusconismo radicale di cui ormai detiene il monopolio e che fa proseliti sia nel Pd – si veda il caso Bindi – sia nella sinistra extraparlamentare in gran parte accodata alla linea dipietrista. Che poi questo antiberlusconismo sia proficuo e in grado davvero a liberarci politicamente di Berlusconi, e non invece l’ennesimo suicidio di una sinistra perduta, è tutto da dimostrare.
Ma a questo discorso ci dedicheremo con calma nei prossimi giorni.
