Obama svende il clima alla Cina e torna ai tempi di Bush
Il lunedì la rassegna si basa su meno giornali. Quasi tutti quelli di sinistra, a eccezione de l’Unità, non escono mentre Il Sole 24 Ore, Il Foglio e Il Riformista hanno un’edizione settimanale. Le prime pagine si dividono tra il patto tra Obama e la Cina (Corriere della Sera, Repubblica), Fini e Berlusconi (Stampa, Messaggero, Giornale) e il vertice Fao (l’Unità). Il giornale di Concita De Gregorio, in realtà, offre una discutibile vetrina alle “Donne contro la fame” mettendo in prima pagina la foto delle mogli di Ahmadinejad, del presidente tunisino Ben Ali e di quello egiziano Mubarak.
La questione più calda, comunque, anche in senso letterale, è quella che riguarda Obama. Il presidente Usa sigla un accordo con il governo cinese per rinviare a data da stabilire un tetto alle emissioni di Co2, accordo che sancisce di fatto, a un mese dal suo inizio, il fallimento preventivo del vertice di Copenaghen. Il pezzo più completo è di Federico Rampini su Repubblica che oltre a spiegare i fatti ricorda anche gli elementi strutturali che stanno alla radice dell’accordo di Singapore: la difficoltà dell’Energy Bill (progetto di legge per ridurre i consumi e dare spazio alle energie alternative) ad avanzare al Senato Usa per l’opposizione frontale della Confindustria Usa, la Chamber of Commerce che sta facendo una campagna super-allarmistica. E la contestuale necessità della Cina di dare fiato a un programma di investimenti in infrastrutture basato su settori industriali inquinanti.
Sta di fatto che Obama delude ancora – dopo la riforma sulla sanità, il ritiro delle truppe, la politica in Medioriente – e si produce in una disastrosa marcia del gambero. Chi mostra comprensione è invece Lucio Caracciolo, sull’Unità, il quale con la lucidità della geopolitica spiega come per gli Usa l’ase con la Cina sia ormai inevitabile.
In effetti è vero e questo provoca un forte allarme in Europa, letteralmente scavalcata dal nuovo “direttorio” mondiale. Il Corriere della Sera dedica una corrispondenza da Berlino alle «preoccupazioni nelle capitali Ue» parlando di «weekend del disastro sul clima» e dando conto di una Francia e una Germania molto irritate per la situazione.
I disegni di Fini e gli arresti di Palermo
Per quanto riguarda l’altro tipo di apertura scelta, va detto che il giornale che sembra più gradire le mosse di Fini è la Stampa. Il quotidiano diretto da Mario Calabresi apre con un «No al voto anticipato» a cui dedica le prime tre pagine ma soprattutto dà rilevanza a un articolo che esplicita la vera paura di Berlusconi: il processo Dell’Utri. «Il premier ha paura che dai giudizi di Palermo gli arrivi un avviso di garanzia per concorso esterno in associazione mafiosa» e tutto viene rinviato alla deposizione che il pentito Spatuzza renderà in aula e alle accuse che muoverà proprio a Dell’Utri. Da notare che la Procura di Palermo ha messo ieri un colpo importante con l’arresto del numero 2 di “Cosa nostra”, Raccuglia, uno di quelli che custodiva il tritolo della strage di Capaci. E non a caso il pm Ingroia – quello azzannato da Minzolini nel suo ultimo editoriale sul Tg1 – rivendica su Repubblica la validità delle intercettazioni come metodo di indagine. A gettare un po’ di benzina sul fuoco anche la puntata di ieri sera di Report, a cui dà risalto il Corriere della Sera, nella quale si dava conto dei legami tra Berlusconi e la ArnerBank in cui giacciono circa 60milioni di euro di depositi del premier e della sua famiglia accanto a depositi che possono essere fatti risalire alla mafia. E l’amministratore delegato della Arner, Nicola Bravetti, è stato indagato per riciclaggio proprio dalla procura di Palermo.
Fini intanto continua a smarcarsi – beccandosi l’assalto del Giornale – ma anche a trattare. La sua intervista di ieri a Lucia Annunziata su RaiTre è un modo per differenziarsi dal presidente del Consiglio ma anche un ulteriore avvertenza ai suoi sulla necessità di tenere la coalizione puntando magari, in forma soft e con garanzie per Berlusconi, a una successione più o meno rapida.
Il ritorno di Veltroni
Chi invece vive un’altra dimensione è il Pd che oggi tiene la prima Direzione Nazionale della segreteria Bersani. I nodi saranno soprattutto due: cosa fare il 5 dicembre quando è convocato a Roma il NoBDay, manifestazione antiBerlusconi promossa dal web ma fortemente sponsorizzata da Di Pietro e Beppe Grillo a cui diversi dirigenti democratici, soprattutto dell’area Franceschini, hanno già annunciato di voler aderire. E cosa fare con Veltroni che ieri, sul Corriere della Sera, ha voluto annunciare con una larga intervista il suo ritorno all’impegno attivo nel Pd probabilmente, nota oggi sempre il Corriere, per piazzare qualche suo uomo nella geografia del potere interno – l’ex segretario del Lazio, Morassut, in segreteria? – e se stesso alla presidenza del Copasir che Rutelli dovrà prima o poi lasciare.
Problemi analoghi anche per Di Pietro il quale per la prima volta sta fronteggiando una protesta interna guidata, in forma sotterranea, dall’europarlamentare, ed ex magistrato, Luigi De Magistris (Corriere, p.13). La polemica verte sul centralismo delle decisioni e la pulizia morale dei dirigenti locali e non è escluso, si dice, che questa posizione possa arrivare a una mozione alternativa al congresso del Idv che si terrà il 6 e 7 febbraio prossimi (ma noi non ci crediamo).
Sempre nel centrosinistra, si è chiuso ieri il congresso dei Radicali italiani che eleggono un nuovo segretario, come nella loro tradizione. Si tratta dell’avvocato romano Mario Staderini e alla notizia dell’ipotesi di un’alleanza elettorale con Socialisti e Verdi chi dedica il maggiore spazio è Repubblica.
Sul caso Cucchi è sempre Repubblica a tenere alta l’attenzione con una ricostruzione, a pagine 13, delle 30 morti in sette anni che si sono prodotte in carcere. Realtà che conferisce particolare forza alla denuncia fatta ieri dall’ex capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Margara, secondo cui la polizia penitenziaria «ha una tendenza alla violenza soprattutto verso gli inermi».
Chi si compra l’acqua pubblica
Il lunedì, infine, è anche giornata di supplementi economici per Repubblica e Corriere della Sera. Dal primo segnaliamo due belle pagine su coloro che muovono all’assato della privatizzazione dell’acqua (ne parla anche la Stampa, visto che in settimana comincia alla Camera l’iter della legge già approvata al Senato). Si parla di un affare di 6 miliardi di bollette l’anno e in cui giocheranno ancora un ruolo gli Enti locali nel rapporto con alcuni potentati economici. Esemplare il caso dell’Acea di Roma e delle relazioni che si instaureranno tra la giunta Alemanno e uno degli azionisti privati di Acea, Caltagirone. Ma va tenuto d’occhio anche il ruolo della Cassa Depositi e Prestiti, recentemente riorganizzata da Tremonti e forte di una grande liquidità (il suo presidente, tra l’altro, è quel Bassanini che della privatizzazione dei servizi pubblici locali ha fatto da sempre una bandiera insieme alla illustri consorte, Linda Lanzillotta appena passata con Rutelli).
Sul CorrierEconomia, invece, nel suo Diario sindacale, Enrico Marro si occupa del congresso Cgil riportando l’affermazione di Guglielmo Epifani: «Sarà un congresso vero e un congresso duro». Nel fronte antiEpifani, infatti, stavolta si schierano dei veri e propri big dell’organizzazione come il segretario della Funzione Pubblica, Podda, quello della Fiom, Rinaldini, dei bancari, Moccia, la segretaria confederale Nicoletta Rocchi oltre a Giorgio Cremaschi. Ma Epifani pensa di poter contare su solidi alleati nelle categorie avverse e penserebbe di poter vincere il congresso nella categoria dei bancari. Il documento alternativo, ricorda Marro, è accreditato di un 25% dei consensi nel Direttivo nazionale e punta ad arrivare al 30%. Un congresso vero, dunque.
