Una rissa di “latinos” fa irruzione allo Zapata di Genova. Un ragazzo muore accoltellato
Tutto è successo la sera di domenica a Sampierdarena, a ovest del centro di Genova, tra le 20 e le 21. Stefano Eduardo Perez Soto aveva 17 anni e nessun precedente. E’ morto accoltellato al cuore, probabilmente da un suo coetaneo. Un altro ragazzo, italiano, è ricoverato per alcune ferite alle braccia, un colpo di machete, parrebbe. L’ospedale per entrambi è Villa Scassi. La questura è partita in quarta: tutto sarebbe accaduto allo Zapata. E così scrive il maggiore giornale cittadino che ieri ha avuto tempo solo per una fotonotizia: «Delitto al centro sociale». Nulla può togliere la gravità di una tragedia simile ma le informazioni sono frammentarie. Si sarebbero dati appuntamento proprio allo Zapata – dicono le agenzie – per regolare un conto aperto di recente, forse di natura sentimentale, una mirada, uno sguardo di troppo. Si fa il nome di due bande i Latin King e i Vatos Locos ma non sarebbe la prima volta che vengono evocati a sproposito. Sul luogo del crimine non è stata ancora rinvenuta l’arma del delitto. Forse perché non è il luogo del delitto. «Quello che è certo – racconta una fonte vicina allo Zapata, il centro sociale che occupa gli antichi Magazzini del sale – è che domenica sera una ventina di persone sono piombate nel centro sociale con spranghe, machete, coltelli, bottiglie. Si tratta di giovani latinoamericani sconosciuti ai gruppi che animano il centro sociale». Al momento in cui scriviamo, la squadra mobile è al lavoro e la situazione è confusa. Le ipotesi sono tre: che l’invasione dello Zapata sia conseguenza di un incidente avvenuto altrove, che l’accoltellamento sia avvenuto dentro e contestualmente, oppure fuori dai magazzini del sale dopo la spedizione.
Ma, ovunque sia accaduto, è grave. E ieri sera tardi, allo Zapata, è stata la volta di un’assemblea importante dopo una giornata passata ad ascoltare ogni voce possibile. «Pensiamo occorra dare una risposta immediata e forte alla terribile morte di Stefano».
Allo Zapata è ancora vivo il ricordo di Claudio ”Spagna”, accoltellato mortalemnte 15 anni fa da un gruppo di tifosi milanisti di estrema destra. Allora partì da Genova una campagna che ha attraversato tutto il mondo del calcio: “Basta lame! Basta infami!”. Si ripartirà da lì, per far rimbalzare su tutti i muri di Sampierdarena quello slogan, discuterlo e condividerlo con le organizzazioni della strada, nelle scuole, con tutti i giovani italiani e migranti.
Per tutto il giorno è stato solo un rincorrersi di frammenti di notizie sotto il titolo fuorviante della guerra tra “pandillas” di cui l’importante giornale sbaglia perfino il nome, le chiama “bandillas”.
Certo, una morte così, sconvolge gli attivisti e i frequentatori dello spazio occupato, «dopo quattro anni di sforzi per costruire progetti sociali, alternative alla strada e alla violenza, in tutti questi anni Genova è rimasta alla finestra, non c’è stato investimento pubblico», è il commento della prima ora.
Da quasi 4 anni lo Zapata è luogo di riferimento di centinaia di giovani latinos dopo un percorso di coinvolgimento delle organizzazioni della strada, quelle che questura e giornali chiamavano “baby gang”. Era il 2006 quando i 3 gruppi più numerosi (non c’erano i Vatos Locos) decisero di cessare le ostilità per dimostrare alla città che le loro organizzazioni erano invece una via d’uscita dalla guerra fra poveri, una sorta di società di mutuo soccorso, una risposta collettiva e solidale alla loro condizione di precarietà e marginalità. In questi 4 anni lo Zapata e le organizzazioni della strada hanno organizzato centinaia di eventi (feste, tornei di calcio, assemblee, incontri pubblici) con poche forze coinvolgendo le scuole, l’università, i servizi sociali, il sert, il consultorio, il teatro Modena.
Un lavoro svolto nel deserto più assoluto. Da parte delle istituzioni cittadine sono arrivate solo «qualche pacca sulle spalle, il finanziamento di qualche piccolo progetto marginale e molte promesse», denunciano allo Zapata.
A ridosso della rissa, trovano fiato tutti coloro, dentro e fuori la Giunta, che vorrebbero risolvere il problema riempiendo Sampierdarena di telecamere e di alpini anziché investire su una nuova stagione che veda il ponente genovese (territorio che da sempre ha richiamato uomini e donne di altri luoghi)rivendicare la sua natura meticcia.
L’appello dello Zapata
Domenica sera a Genova è successa una tragedia, un giovane ragazzo cileno, Stefano Eduardo, è morto accoltellato, probabilmente da un coetaneo nel quartiere di Sampierdarena.
Il contesto in cui è maturata la tragedia è ancora molto incerto.
Sicuramente domenica sera lo Zapata era chiuso, verso le 20.00 un gruppo di 20/30 ragazzi latinoamericani ha fatto irruzione nel centro sociale assalendo con coltelli, bottiglie e pietre una quindicina di ragazzi che si trovavano al suo interno per un compleanno.
Cosa sia successo dopo non è ancora chiaro a nessuno, quello che certamente sappiamo è che ancora una volta a Genova, è morto un ragazzo e, in questo momento terribile, ci sentiamo innanzitutto vicini al dolore della famiglia e degli amici.
Questa tragedia, in parte purtroppo annunciata, è il frutto del completo abbandono da parte della città di Genova e delle sue istituzioni e autorità di una generazione intera di giovani latinoamericani nel ponente della nostra città.
Da quasi 4 anni lo Zapata è luogo di riferimento di centinaia di giovani latinoamericani.
Il percorso con le organizzazioni della strada latine, quelle che questura e giornali chiamavano, e non hanno mai smesso di chiamare,“baby gang”, è cominciato nel 2006.
In quell’anno, dopo un lungo periodo di scontri, i 3 gruppi più numerosi decisero di cessare le ostilità, di uscire allo scoperto, di dimostrare alla città che le loro organizzazioni erano invece una via d’uscita dalla guerra fra poveri, una sorta di società di mutuo soccorso, una risposta collettiva e solidale alla loro condizione di precarietà e marginalità senza prospettive.
In questi 4 anni assieme allo Zapata ed alle organizzazioni della strada sono stati organizzati centinaia di eventi (tornei di calcio, assemblee, incontri pubblici, feste, manifestazioni) sia a Sampierdarena, sia in tutta Genova.
In questi anni, con poche forze, sono stati costruiti progetti di partecipazione (musicali, sportivi, sociali, che hanno portato alla nascita di gruppi musicali, di squadre di calcio, etc.), momenti di confronto e di crescita collettiva, coinvolgendo le scuole, l’università, i servizi sociali, il sert, il consultorio, il teatro Modena, i CIV, qualche assessore, etc.
Abbiamo sempre inteso il percorso con i ragazzi sudamericani all’insegna della fine di ogni violenza cieca e inutile, concretizzando nel quotidiano, allo Zapata e in tutta la città, quel percorso di pace siglato alla Sala Chiamata del Porto di Genova nel Giugno del 2006.
Alla luce di questo, non possiamo che prendere le distanze da quanto accaduto e ribadire quanto andiamo dicendo da anni, perché non è mai accettabile perdere la vita a 17 anni in questa maniera: chi risolve le proprie liti con un coltello non è più “fiero” o coraggioso, ma anzi è più vile e codardo.
A chiunque speculerà su questa tragedia per chiedere sgomberi o interventi repressivi che interrompano un percorso di autogestione, socialità, lotta e integrazione, che dura da sedici anni, rispondiamo che rivendicheremo e difenderemo sempre il progetto finora compiuto.
Tutto questo lavoro è stato fatto, a parte la rete di soggetti intelligenti e coraggiosi che sopra citavamo, nel deserto più assoluto.
Da parte delle istituzioni cittadine sono arrivate sostanzialmente solo qualche pacca sulle spalle, il finanziamento di qualche piccolo progetto e molte promesse mai mantenute.
Ma cosa molto più grave è che le stesse istituzioni cittadine non abbiano dato alcuna attenzione né tanto meno risposte a chi, migrante o italiano che sia, vive e lavora nei quartieri del ponente genovese.
Invece di cogliere il problema sollevato, di investire risorse ed energie su di esso e di aiutare chi lavorava e lavora (non solo noi per fortuna) per inventare alternative e renderle praticabili ad un numero di ragazzi e ragazze sempre maggiore, Genova è rimasta alla finestra, contenta che qualcuno si occupasse del problema e mugugnosa rispetto alle chances di successo di questo percorso.
Non si può più stare alla finestra e la tragica morte di Stefano è solo la più terribile delle dimostrazioni.
La lega e l’assessore Scidone vorrebbero risolvere il problema riempiendo Sampierdarena di telecamere, di ronde e di alpini, noi pensiamo che non servirebbero a nulla, che chi vuole si accoltellerebbe lo stesso, che i cittadini non si sentirebbero più sicuri ma solo più controllati.
Pensiamo che sia invece necessario uscire una volta per tutte dalle ambiguità, investire su una nuova stagione che veda il ponente genovese (territorio che da sempre ha richiamato uomini e donne di altri luoghi, persone che venivano a lavorare nelle sue grandi fabbriche o nel porto e che ora lavorano nell’edilizia o assistendo anziani) rivendicare la sua natura meticcia, farne un elemento di forza e di orgoglio come è stato in passato.
Invece di spendere miliardi di euro nella gronda di ponente o di pensare a ronde, alpini e telecamere il comune dovrebbe pensare allo stato di vivibilità dei suoi quartieri, investire su percorsi di partecipazione, costruire spazi e servizi per italiani e migranti, costruire spazi verdi, finanziare chi lavora dal basso nei quartieri, dare possibilità di studio e lavoro.
Noi, con tutte le nostre forze, continueremo a costruire, giorno dopo giorno, progetti dal basso, di partecipazione ed autogestione, di lotta politica per uscire dallo scontro fra poveri… Genova dovrà scegliere se è ancora accettabile stare alla finestra.
Per adesioni: zapata@dirittinrete.org
Primi firmatari:
Centro Sociale Zapata, Comunità San Benedetto al Porto, Centro Sociale Terra di Nessuno, Associazione Ya Basta Genova, Centro Sociale Pinelli, Aut Aut 357 Spazio liberato per l’autonomia e l’autoformazione,Massimo Cannarella (Università di Genova), Luca Queirolo Palmas (Università di Genova), Francesca Lagomarsino (Università di Genova), Teresa Marcelli (coordinatrice Centro Servizi per i minori e la famiglia), Federico Persico (Presidente cooperativa sociale), Etta Rapallo (operatrice sociale)
