Bianzino, archiviata l’inchiesta per l’omicidio in carcere del falegname
Aneurisma cerebrale: il gip di Perugia è sicuro. Aldo Bianzino non sarebbe stato ucciso dal mix proibizionismo-carcere ma sarebbe morto per cause naturali. E le lesioni al fegato non sarebbero che le conseguenze delle manovre di rianimazione. Così, l’opposizione dei familiari all’archiviazione dell’inchiesta per omicidio è stata respinta per la seconda volta dal tribunale di Perugia città dove il falegname quarantatreenne era detenuto da un paio di giorni per colpa di poche piante di canapa indiana che coltivava per il consumo personale. L’uomo era stato arrestato il 12 ottobre del 2007 assieme alla moglie, Roberta Radici, scomparsa da pochi mesi. Sul cadavere, oltre alle lesioni al fegato erano state riscontrate lesioni agli organi interni, presenza di sangue nell’addome e nella pelvi, lacerazione epatica, lesioni all encefalo, a fronte di un aspetto esterno indenne da segni di traumi. E resta senza nome l’uomo in mimetica immortalato da un video mentre esce dalla cella di Bianzino. Ma il gip non nutre «margini di dubbio» e parla di «insussistenza» di elementi con i quali affermare che la morte di Bianzino «fosse dipesa da azioni violente compiute in carcere». Però, alcuni detenuti della stessa sezione dichiarano che nel corso della notte del 14 ottobre Aldo avrebbe invocato ripetutamente assistenza medica ma senza alcun esito. Unico indagato, dunque, un agente di polizia penitenziaria, in servizio in carcere durante quella notte, che è stato rinviato a giudizio il prossimo 28 giugno per omissione di soccorso e falsificazione dei registri, con riferimento a quanto sarebbe accaduto nella cella di Bianzino. Un rinvio a giudizio «estremamente significativo – ha detto Patti Cirino del Comitato Verità per Aldo – dal momento che il sistema penitenziario è una sorta di regime dell’omissione di soccorso, dell’assenza di cure, dell’abbandono terapeutico. Un regime della trascuratezza programmata e della carenza sistematica, dove la terapia più semplice e il farmaco più comune rappresentano una meta irraggiungibile per la gran parte dei reclusi; e dove qualunque infermità può diventare cronica, qualunque malattia trasformarsi in minaccia letale, qualunque patologia degenerare. Pertanto, l’omissione di soccorso che contribuisce alla morte di Bianzino svolge un ruolo essenziale nella debilitazione e nella sofferenza di migliaia di detenuti, nell’aggravamento del loro stato di salute, nell’accelerarne la decadenza psichica e fisica».
«Oggi Aldo Bianzino è stato ucciso una seconda volta – dice Italo Di Sabato dell’Osservatorio contro la repressione del Prc – sembra quasi che stia (ri)nascendo una zona d’ombra nella nostra democrazia, generata dall’intreccio tra retoriche securitarie e piano simbolico, tra guerra al povero e disprezzo per la diversità. Ormai, sembra che la nostra società non sia più in grado di metabolizzare i fenomeni che l’attraversano, e che stia delegando all’apparato repressivo la risoluzione di tutte le sue contraddizioni. Quello che è certo è che questa deriva va contrastata a fondo, senza cedimenti, e dopo archiviazione del caso Bianzino è difficile credere ancora nella giustizia. Per questo rivolgo un’appello per organizzare al più presto, in una modalità tale da permettere la massima convergenza di tutte le forze che ritengono utile impegnarsi in questo senso, un grande appuntamento nazionale contro le leggi emergenzialiste e per un nuovo garantismo sociale, perché un paese intollerante è tutto tranne che un paese sicuro». Anche i Radicali ricordano gli «esiti discordanti delle due autopsie che furono fatte immediatamente dopo il decesso» il primo esame autoptico escluse patologie cardiache pregresse e mise invece in evidenza lesioni agli organi interni, un secondo esame autoptico, del novembre 2007, accreditò la tesi della rottura di un aneurisma cerebrale. «Le conseguenze di questo decesso in carcere – hanno sostenuto Bonino, Pannella e Bernardini – sono state per la famiglia di Aldo Bianzino drammatiche: pochi mesi dopo la suocera di Aldo morì e da pochi mesi è morta di dolore anche la compagna Roberta. Il figlio Rudra, minorenne, rimasto solo con lo zio Ernesto, si trova ora senza nonna e genitori. Ci sorprende questa decisione del Tribunale di Perugia, cercheremo di capire cosa ha spinto i magistrati a questa decisione dell’archiviazione che era già stata proposta in altre due occasioni». Sul prossimo numero di Erre un’inchiesta sui decessi in carcere.
