Di Pietro “se n’è ghiuto”, la sinistra resta sola. E cerca il Pd
Martedì 9 febbraio si terrà un dibattito curioso a Roma in occasione della presentazione del libro di Alessandro Valentini – già dirigente cossuttiano del Prc oggi membro dell’area “bertinottiana” che è restata in Rifondazione – “Per il socialismo”. La presentazione vedrà dietro lo stesso tavolo Fausto Bertinotti, Achille Occhetto e Paolo Ferrero, attuale segretario del Prc. L’intento di Valentini è quello di «contribuire a una discussione vera sulle prospettive della sinistra, di una sinistra che vuole continuare a svolgere una critica anticapitalistica». E non c’è dubbio che di questo si discuterà nell’incontro con argomentazioni e bilanci in parte già scontati, in parte forse nuovi. Ma certamente i vari dirigenti della sinistra non potranno eludere il tema del proprio futuro, cioè del futuro delle rispettive organizzazioni o della sinistra più in generale, alla luce del micro-terremoto che sta smuovendo certezze e prospettive apparentemente consolidate.
Le novità dell’ultima fase non sono poche. La prima, la più voluminosa riguarda la crisi strisciante del Pd e i differenti casi di Puglia e Lazio, dove due forti personalità di una sinistra contigua al Pd hanno strappato a quest’ultimo la leadership imponendosi anche agli occhi dei suoi elettori. La vittoria di Vendola alle primarie pugliesi, in particolare, ha fatto allusione a uno scenario nuovo, quello di una sinistra interna-esterna al partito democratico in grado di condizionarne le scelte. Così come il caso Bonino nel Lazio con la leader radicale in grado di risolvere, almeno in superficie, la crisi del Pd laziale dopo il caso Marrazzo. Ma anche di aprire una discussione nuova all’interno dello stesso partito. Prima è stato Luigi Manconi – già portavoce dei Verdi, membro del Pd e attivo nel campo delle carceri e della repressione – dalle colonne dell’Unità a proporre l’ingresso di Bonino e Vendola nel Pd per costruire un nuovo grande partito della sinistra italiana. Poi, sabato scorso, è stato Ignazio Marino, già candidato alla segreteria, a sostenere la necessità di fare del Lazio «il vero laboratorio politico della sinistra». «Crediamo – ha detto Marino concludendo i lavori della convention della propria area “Cambia l’Italia”- che vadano recuperate le molte forze di sinistra che oggi non sono rappresentate in Parlamento e credo che, insieme all’Idv possono contribuire non solo a fare opposizione al governo Berlusconi ma anche costruire una valida e concreta alternativa per il futuro del nostro paese». Anche qui, l’ipotesi di un Pd grande o, se si preferisce, del “grande Ulivo, che inizia a essere ribadita da diversi dirigenti piddini e che trova orecchie attente a sinistra. Ad esempio in Fausto Bertinotti, anche lui intervenuto nel fine settimana, questa volta dagli schermi di “Che tempo che fa” di Fabio Fazio, dove ha avanzato una proposta tipicamente “bertinottiana”, con l’idea che dopo le elezioni venga indetta un’assemblea nazionale per costruire «una sola grande sinistra italiana». Chi può indire una simile assemblea non è chiaro ma la prospettiva è chiaramente segnata e punta a risolvere nella riunificazione di tutti i pezzi che popolano l’attuale centrosinistra – ad eccezione di Rutelli e Casini – la crisi attuale.
La prospettiva “unitaria” ovviamente muove il dibattito di Sinistra, Ecologia e Libertà, la formazione più contigua all’ex presidente della Camera e quella il cui portavoce è proprio Nichi Vendola. Ora, è chiaro che Sel punta a ottenere un buon risultato elettorale alle Regionali per aumentare il proprio peso, anche se la dialettica interna è piuttosto accesa. Nel Lazio, ad esempio, è già guerra per le candidature con l’assessore uscente, Zaratti (ex verde) che ha già fatto affiggere i manifesti 6X3 (con il simbolo non aggiornato, cioè senza l’aggiunta “Con Vendola”), con l’altro assessore Nieri che vorrebbe riconosciuta la testa di lista e con Sinistra Democratica che rivendica spazi per sé, addirittura lanciando, e poi ritirando, la proposta di Claudio Fava come capolista nel Lazio. Nonostante i successi di Vendola, Sel non trova pace al suo interno segno non solo di una dirigenza rissosa e litigiosa ma anche di un non trovato equilibrio, di una transitorietà destinata a risolversi con il tempo. La prospettiva di “una sola sinistra” trova molti consensi ma la sua probabilità è ancora incerta e quindi non è chiaro quale debba essere il baricentro attuale (un partito nuovo, un’alleanza elettorale, altro?).
Un disagio analogo si respira ancora più a sinistra, dalle parti della Federazione della sinistra. Qui brucia lo schiaffo rimediato nel week-end da Antonio Di Pietro. Nella crisi dell’ultimo anno Ferrero e soci avevano individuato nell’ex pm un punto di riferimento per cercare di non restare isolati rispetto al Pd. Con Di Pietro, lo stesso Ferrero aveva indetto una conferenza stampa per lanciare la manifestazione “viola” dello scorso 5 dicembre e poi era stata annunciata un’intesa per la raccolta firme su tre referendum abrogativi (acqua, nucleare, legge 30). Oggi, l’amarezza del Prc è chiaramente espressa dalle dichiarazioni che il suo segretario ha fatto subito dopo la conclusione del congresso Idv: «Nel congresso dell’Italia dei Valori prevale nettamente la scelta di un accordo organico con il PD ed esce sconfitta la linea di costruire un polo politico della sinistra. La svolta fatta da Di Pietro mi pare fortemente negativa». In realtà, se a Di Pietro si fosse applicata un’analisi rigorosa e non puramente tattica, la svolta moderata sarebbe stata annusata in anticipo, perché Di Pietro è esattamente quello che si è visto al congresso: un politico abile, istrionico e populista e, soprattutto, moderato nei contenuti di fondo e quindi adeguato strutturalmente a un’alleanza organica con il Pd. Stupirsene in ritardo è solo il segno di una debolezza così come è sintomo di fragilità pensare a “un polo di sinistra” con lui.
Quello che brucia di più, però, è il caso Campania. Di Pietro ha compiuto una vera e propria “rodomontata” inventandosi l’appoggio plateale a Vincenzo De Luca, sindaco-sceriffo di Salerno. E facendolo ha messo in un angolo Luigi De Magistris, indicato alla vigilia come alter ego dell’ex magistrato e possibile nuovo leader dell’Idv ma uscito piuttosto emarginato dall’assise dipietrista. Non solo, ha spaccato anche la sinistra. La prima reazione da registrare è ancora un’altra scissione, stavolta campana, del Prc con l’assessore Corrado Gabriele che, dimessosi da Rifondazione, ha annunciato la formazione di una lista civica “Campania solidale” alleata a De Luca. Poi, i consiglieri comunali napoletani Raffaele Carotenuto (Prc), Salvatore Parisi e Ciro Borriello (Sel) hanno redatto una nota congiunta in cui chiedono alle forze di sinistra della Campania di sostenere De Luca.
Rifondazione, inoltre, ha difficoltà a mantenere una linea unitaria sulle elezioni. Nonostante fosse intenzionata a siglare accordi ovunque con il Pd è stata costretta a correre da sola in Lombardia, dopo aver a lungo supplicato Penati di stringere l’accordo, è stata esclusa dagli accordi nelle Marche, è costretta a subire un contraccolpo in Campania essendo saltata l’alleanza con Di Pietro e, forse, si deciderà a correre da sola anche in Toscana. In compenso si allea nel Lazio con Bonino e in Piemonte e Liguria stringe accordi elettorali anche con l’Udc. Insomma un puzzle poco coerente.
Si discute, quindi, di come uscire dalla crisi della sinistra ma la discussione è gestita dalle forze moderate, grazie agli evidenti rapporti di forza, con una sinistra che non riesce a afferrare il bandolo della matassa e che, con l’acqua allo gola, aspetta solo che le venga lanciato il salvagente giusto.
