Il Paraguay come l’Honduras?
Da qualche mese si moltiplicano i segnali allarmanti che provengono dal Paraguay. Una parte della coalizione eterogenea che aveva permesso all’ex vescovo Fernando Lugo di essere eletto presidente, si è schierata con l’opposizione. Mentre una parte del suo elettorato gli rimprovera di aver fatto poco per ridurre le enormi differenziazioni sociali, l’ala “moderata” (cioè di destra) della sua coalizione (Alianza Patriótica para el Cambio), compreso il vicepresidente Federico Franco, capo del Partido Liberal, rimproverano a Lugo i rapporti troppo stretti con l’asse bolivariano. In realtà Lugo si è dato tempi incredibilmente lunghi per le riforme (quella agraria è stata rinviata al 2023!) e ha sempre polemizzato con il presunto “estremismo” di Chávez, schierandosi piuttosto con Lula e con la cilena Michelle Bachelet.
Tuttavia alla destra trogloditica del Paraguay, la più rozza e ottusa del continente, sembra estremista anche Lula e forse, pur usando lo spauracchio di Chávez, che è lontano e ha altro a cui pensare, il vero timore è un legame del Paraguay con i paesi vicini moderatissimamente riformisti.
Fatto sta che, anche grazie a una sistematica campagna di stampa sulle sue antiche scappatelle di vescovo (che lasciava figli qua e là senza riconoscerli), la popolarità di Lugo è passata dal 93% dell’agosto 2008 al 25% di un mese fa.
Ed aumentano le voci di golpe e gli incitamenti alla rivolta armata dei latifondisti. Ad esempio è stata intercettata per errore una e.mail di un allevatore cileno trasferitosi in Paraguay da decenni, Eduardo Avilés, che invitava i suoi amici impresari a formare un “Comando anticomunista Paraguayo”, per “identificare e uccidere i comunisti” (a partire da tutti i membri del governo, anche i più moderati) per evitare che “distruggano il nostro amato Paraguay, come fecero gli allendisti in Cile”.
In un testo sgrammaticato e delirante, Avilés si domanda “quanti padri, fratelli e figli dovremo seppellire per poter reagire? Quanto lutto e dolore dovranno sopportare le nostre madri, signore e figlie, prima di liquidare questa peste chiamata sovversivi comunisti?” In realtà di morti in Paraguay ce ne sono stati, ma solo della sinistra, assassinati dalle squadracce di latifondisti o dall’esercito, o vittime della denutrizione e dell’assenza di cure.
Intanto il presidente del Congreso Miguel Carrizosa ha annunciato il 30 dicembre che il parlamento non ratificherà il trattato di adesione del Venezuela al Mercosur. Il pretesto addotto è che Asunción non condivide gli “atteggiamenti autoritari ed estremisti” del presidente venezuelano Hugo Chávez. Per l’ingresso di Caracas nell’area di libero scambio, dopo l’approvazione di Uruguay, Argentina e Brasile, mancava solo il “sì” del Paraguay. Secondo Carrizosa, le posizioni assunte da Chávez “rappresentano un rischio per il rafforzamento del Mercosur”. In attesa della decisione paraguayana era stato ritardato per diverse settimane il via libera del parlamento brasiliano (concesso solo lo scorso 15 dicembre). Ma probabilmente non servirà a niente, perché lo Statuto del Mercosur prevede il consenso di tutti i paesi membri.
L’assurdo è che al Paraguay non possono venire in nessun modo danni dall’entrata del generoso Venezuela, che anzi finora ha tappato tutte le falle dei bilanci di paesi del continente, anche non governati dalla sinistra. Carrizosa afferma invece grottescamente che con l’entrata del Venezuela, tutti i paesi del Mercosur dovrebbero “diventare amici dell’Iran, della bomba atomica e compiere attentati sugli autobus”
Il rischio vero è che in Paraguay la destra abbia la tentazione di ripetere l’esperienza dell’Honduras: in questa ottica si comprendono meglio alcuni avvicendamenti voluti da Lugo ai vertici dell’esercito. Tuttavia il problema non è solo quello di avere meno nemici alla testa delle Forze Armate, ma quello di garantirsi un consenso forte dalla propria base. Questo non ce l’aveva Zelaya, e a forza di concessioni non ce l’ha più neanche Fernando Lugo, che è paralizzato anche dai veti del Senato su tutto, perfino sulle nomine di ambasciatori in paesi come Brasile, Argentina, Uruguay e Bolivia.
Intanto l’ambasciatrice degli Stati Uniti, Liliana Ayalde, spadroneggia interferendo nella politica del governo, che ha accettato che l’ambasciata USA collabori con l’esercito paraguayano in “missioni di salute” che coprono in realtà attività della DEA (squadra antinarcotici), e conducono una campagna di discredito e calunnie nei confronti della cubana Operación Milagro. L’ambasciata e i militari distribuiscono pillole “cura-tutto”, spesso risultate dannose, ma mettono anche in piedi strutture oftalmiche finanziate dagli USA in contrapposizione agli ambulatori gestiti da medici cubani.
Insomma la situazione non è facile, e la “moderazione” e gli sforzi per accattivarsi la destra finora non sono serviti molto al vescovo Lugo.
PS Per un analisi più completa, rinvio a un articolo sul Paraguay scritto dall’argentino Pablo Stefanoni, direttore dell’edizione boliviana de Le Monde diplomatique, e collaboratore di Inprecor, disponibile in italiano sul sito:
http://antoniomoscato.altervista.org/
