Israele, un nuovo muro al confine con l’Egitto
La barriera «tecnologica», annunciata ieri sera dal premier israeliano Benyamin Netanyahu in funzione di contenimento dell’immigrazione clandestina e di potenziali infiltrazioni terroristiche dall’Egitto, sarà completata nel giro di due anni. Lo confermano oggi i media locali, secondo i quali il progetto costerà un milione di shekel (poco meno di 200 milioni di euro al cambio attuale) e prevederà l’innalzamento di reticolati – sotto l’ombra di un sofisticato sistema di controllo radar – lungo l’intera linea di confine che separa l’estrema propaggine meridionale del deserto israeliano del Neghev dal Sinai egiziano. L’annuncio è stato commentato oggi senza polemiche dal governo del Cairo, un cui portavoce si è limitato a definire la questione «un affare interno» d’Israele. Il muro rappresenterebbe del resto una sorta di continuazione ideale della barriera sotterranea che lo stesso Egitto sta realizzando qualche chilometro più a ovest, lungo il proprio confine con la Striscia di Gaza (l’adiacente enclave palestinese controllata da Hamas). Netanyahu, da parte sua, ha giustificato l’iniziativa con ragioni di sicurezza, ma soprattutto di difesa della stabilità dello Stato di Israele di fronte al flusso degli immigrati clandestini. «Ho preso la decisione di chiudere la frontiera sud d’Israele a infiltrati e terroristi», ha detto seccamente. «Si tratta di una scelta strategica diretta a tutelare il carattere ebraico e democratico di Israele», ha aggiunto, sottolineando come non sia a suo parere possibile sostenere l’ingresso di «decine di migliaia di lavoratori illegali che (provenienti dal continente africano) inondano il Paese attraverso i suoi confini meridionali».
La notizia giunge mentre sembra riscaldarsi nuovamente la situazione attorno a Gaza. Dopo che il raid compiuto dall’aviazione israeliana che ha ucciso tre presunti guerriglieri islamici, continuano i lanci di missili provenienti da Gaza e che interessando la zona a sud del deserto del Negev. Il ministro della Difesa, Barack, ha però annunciato che quando il nuovo sistema di protezione Iron Dome – un sistema tecnologico antimissilistico che disintegra i razzi a corto raggio che cadono su Israele – il paese sarà al sicuro e anche le relazioni mediorientali miglioreranno. Ma subito dopo ha dovuto ammettere che «ci vorranno anni» prima del dispiegamento di Iron Dome anche se le prime difese verranno installate a maggio. Il sistema, tramite dei radar, “cattura” i razzi nemici e li abbatte entro pochi secondi dal loro lancio. Anche per questo il ministro della Difesa ha preso il tempo per avvertire Hamas di stare «attenti alle prossime mosse» e di non «piangere lacrime di coccodrillo» quando Israele colpirà. L’allarme di Tel Aviv è rivolto soprattutto alla possibilità che il governo di Gaza non controlli i suoi dissidenti interni in grado di lanciare missili contro Israele.
Tutto quindi sembra convergere verso un inasprimento della situazione provocata dall’ulteriore slittamento a destra della politica israeliana, dalla continuazione della politica di insediamento dei coloni, dall’assoluto disinteresse degli organismi internazionali e anche dalla crisi strisciante che vive l’Autorità palestinese.
Sembra quindi destinato a cadere nel vuoto l’invito che ieri lanciava il quotidiano progressista israeliano Haaretz: «E’ venuto il tempo per Israele di ripensare la sua strategia a Gaza. L’embargo, che ha provocato danni ingenti alla popolazione, non ha indebolito Hamas e non ha liberato il soldato Shalit. Il blocco ha solo danneggiato l’immagine di Israele». Tempo di cambiare strategia anche se ogni giorno che passa non c’è più tempo.
