La corsa verso il Pd di Nichi Vendola
Mentre nel resto d’Italia Berlusconi ottiene un importante rilancio, la Lega trionfa e il Pd continua a dissolversi, in Puglia il verdetto sancito dalle regionali sembra in evidente controtendenza. In una regione dove il tasso di astensionismo raggiunge quota 38% (quasi 8 punti in più del 2005), Nichi Vendola riesce a confermarsi governatore con il 48,69% dei consensi, lanciando un chiaro segnale: è lui uno dei principali pretendenti alla leadership del centrosinistra in vista delle Politiche. Ed è proprio questo ciò di cui si discute. Il progetto vendoliano, per quanto propulsivo nei confini pugliesi, risulta più che mai subalterno al Partito Democratico, anche alla luce dei risultati del centrosinistra tutto su scala nazionale.
Analizzando più dettagliatamente il voto, risulta chiaro che, per quanto positivo sia il risultato raggiunto da Sinistra Ecologia e Libertà (9,74%), il PD resta il partito più grosso della coalizione (20,75%). Seguono l’IDV con il 6,46%, e il listino del presidente “La Puglia per Vendola” con il 5,53%. La Federazione della Sinistra-Verdi chiude con uno scarso 3,26%, non riuscendo a superare la soglia del 4% indispensabile per entrare in consiglio regionale.
Intendiamoci: la vittoria di Vendola, per quanto intrisa di un forte personalismo (quasi ai limiti del culto), è politica. I messaggi lanciati in campagna elettorale dal leader di Sinistra Ecologia e Libertà, non basati su un antiberlusconismo stagnante, ma su parole d’ordine stimolanti (precarietà, acqua pubblica, no al nucleare) sono stati accolti in pieno dall’elettorato, e percepiti come “radicali”. Questa, assieme alla strategia suicida del centrodestra (che anche qui viene divorato dalle faide interne tra ex Forza Italia ed ex Alleanza Nazionale), è una delle principali motivazioni del risultato ottenuto. Il punto è che la ricercata raffigurazione carismatica del leader ha imposto l’idea (sbagliata) secondo la quale le politiche regionali sono frutto della singola volontà del presidente, e non di una sintesi nella coalizione da lui guidata. Una coalizione, tanto per rendere l’idea, che Vendola non ha mai nascosto di voler allargare anche all’Udc e addirittura ad Adriana Poli Bortone (ex An, candidatasi a queste elezioni regionali ottenendo il 7%). Alla luce di ciò, viene naturale chiedersi, scetticamente, quale peso specifico abbiano in realtà quei messaggi. Ad esempio, uno dei leit-motiv di questa campagna elettorale ha riguardato la ripubblicizzazione dell’Acquedotto Pugliese. Vendola ha promesso di far approvare in consiglio regionale, entro 100 giorni dalla sua rielezione, la proposta di legge partorita grazie ai movimenti per l’acqua, che appunto trasformerebbe l’Acquedotto da S.p.a. in azienda speciale. La promessa sembra tenere ben poco conto della posizione dei dirigenti del Partito Democratico, che negli anni passati hanno invece provato più volte a privatizzare i servizi idrici, e che ovviamente in campagna elettorale si sono ben guardati dall’esprimersi sulla eventuale ripubblicizzazione. Lo stesso ragionamento si potrebbe porre rispetto alle tante promesse riguardanti il sistema sanitario, in Puglia sempre nell’occhio del ciclone, a causa alla dissennata gestione della scorsa amministrazione.
Insomma, per quanto l’elezione di Vendola venga presentata come un colpo di scena, il canovaccio della commedia sembra essere il solito: un progetto tutto interno al centrosinistra, ormai logoro, in cerca di un ancòra di salvataggio.
Certo, le differenze rispetto al 2005 ci sono, e si sentono tutte. La prima è che oggi, al contrario di 5 anni fa, il governatore non può più contare su un’organizzazione politica a tutto tondo quale era Rifondazione Comunista. Sinistra Ecologia e Libertà, paradossalmente, nonostante l’ottimo risultato ottenuto, non rappresenta uno strumento affidabile. E’ sicuramente servito ad eleggere un manipolo di uomini che gli saranno fedeli in consiglio ed in giunta, ma la differente, ed in alcuni casi imbarazzante, provenienza dei candidati (molti socialisti, qualcuno ex Forza Italia), ne rende difficile l’utilizzo al di là delle competizioni elettorali. Così come le “Fabbriche di Nichi”, nate come comitati elettorali, capaci di mobilitare molti giovani e stimolare alla partecipazione, ma propedeutiche a quale progetto, a quale idea di sinistra?
Mentre accade tutto questo, ad anni luce di distanza dalla querelle elettorale, in Puglia, i movimenti (alcuni in stato embrionale, altri già più organizzati) riprendono a praticare conflitti sociali, lasciando intravedere ottime prospettive per la costruzione di una vera sinistra di alternativa. Una sinistra impegnata nella difesa dei beni comuni, dei diritti dei lavoratori e dei migranti o del diritto alla casa per tutti, nelle lotte di genere come in quelle dei soggetti lgbit. Una sinistra che non marcisca in mezzo al guado, come accade all’attuale Rifondazione. Una sinistra che sa da che parte stare.
Federico Cuscito
