L’Afghanistan dimenticato
Almeno 33 morti causate da un attacco della Nato contro un convoglio di tre veicoli nel distretto di Gujran della provincia di Daykondi. Tra le vittime, quattro donne ed un bambino. Lo denuncia direttamente il governo afghano e l’Alleanza atlantica è costretta ad ammettere di aver sbagliato bersaglio. In un primo momento le fonti ufficiali, fra cui la stessa Isaf, avevano affermato che l’attacco aereo «contro un gruppo di sospetti talebani» era avvenuto nella provincia di Uruzgan, ma poi si è stabilito che si trattava di Daykundi, entità provinciale nata nel marzo 2004 in una regione settentrionale della stessa Uruzgan. «Condannando l’attacco nel modo più vigoroso possibile – si aggiunge – il Consiglio dei ministri afghano sollecita urgentemente le forze Nato di coordinarsi meticolosamente e di esercitare la massima attenzione prima di condurre qualsiasi operazione militare in modo da evitare ogni possibile errore che possa procurare danni ai civili».
L’irritazione afghana è comprensibile visto che la questione degli “errori” Nato costituisce un fenomeno strutturale messo in rilievo dallo stesso Osservatore romano che denuncia l’ennesimo errore. Il giornale del Vaticano titola il servizio sulla strage: «Afghanistan, la tragedia degli errori» proprio a voler rimarcare una situazione insostenibile. Per la quale nessuno però viene chiamato in causa e che verrà dimenticata in fretta fino ai prossimi “danni collaterali”. Ma che dà il senso di una difficoltà evidente, da parte delle truppe occidentali, di perseguire l’obiettivo di piegare i talebani. Difficoltà ben evidenziate dalla crisi di governo scoppiata in Olanda dopo la decisione dei ministri laburisti di chiedere il ritiro unilaterale del paese arancione dall’Afghanistan. Una scelta che non mancherà di avere conseguenze sulle scelte che dovranno prendere nel giro di qualche mese gli altri paesi alleati, costretti a seguire l’escalation che gli Usa vogliono imprimere all’occupazione oppure a ritirarsi. E della difficoltà si avverte qualche eco anche nelle parole del ministro della Difesa italiano, Ignazio La Russa il quale ha subito voluto precisare, un po’ maldestramente, di aver dato direttive affinchè da parte dei militari italiani questi cosiddetti «danni collaterali» siano ridotti al minimo. «Al di là del fatto etico, enorme, di non coinvolgere assolutamente i civili – ha proseguito il ministro – resta la grande necessità, se si vogliono ottenere risultati in Afghanistan, di conquistare i cuori e le menti degli afgani, che è anche la tesi del generale McChrystal. Secondo La Russa, comunque, quella in Afghanistan «non è proprio una guerra. Se fosse una guerra ci sarebbe la possibilità di attacchi preventivi e questo noi non lo facciamo: non bombardiamo e non facciamo una serie di azioni tipiche di un paese che ha dichiarato guerra ad un altro». Il solito ritornello che non mette in discussione l’impegno italiano, che anzi invierà nei prossimi mesi 500 addestratori per le forze di sicurezza locali, ma che nell’intreccio contraddittorio aiuta a capire l’impasse in cui le forze occidentali si sono infilate. Gestibile solo perché, come ha ricordato ancora La Russa, nell’ultimo voto sul decreto di rifinanziamento alle missioni militari, «i voti contrari sono stati zero». Senza opposizione è facile nascondere le difficoltà e non pagare pegno. Anche quando si prendono schiaffi diplomatici. Come quello subito oggi dal governo italiano la cui candidatura all’incarico di rappresentante Ue per l’Afghanistan è stata sonoramente bocciata per favorire quella del lituano Usackas, già ministro degli Esteri del suo paese, finito dentro allo scandalo delle “extraordinary renditions” e quindi fedele servitore degli Usa e della Gran Bretagna. Il ministro Frattini, come al solito, ha minimizzato negando qualsiasi «delusione» italiana ma il ministro per gli Affari europei, il finiano Ronchi, ha protestato un po’ più vigorosamente.
A ricordare un po’ di opposizione – oltre le scontate dichiarazioni degli esponenti della sinistra che chiedono il ritiro ma che lo negarono quando erano al governo – interviene la lettera inviata a tutti i capogruppo al Senato da parte di Peacereporter e che spiega come l’Italia in Afghanistan sia coinvolta in un’operazione poco chiara: «Sappiamo tutti che la missione militare italiana in Afghanistan è sempre meno chiara – scrive Maso Notarianni, direttore di Peacereporte – sempre più confondibili sono infatti Enduring Freedom e la missione Isaf. Lo stesso nostro ministro della Difesa ha testualmente dichiarato che “gli insorti si sottraggono al confronto e cercano di assorbire l’azione militare del contingente Isaf, che non incontra grandi resistenze se non sporadiche” e che “non c’è alcun italiano tra i soldati impegnati sul territorio, naturalmente qualcuno c’è nella linea di comando a Kabul”. Chiarendo definitivamente che il contingente Isaf sta effettivamente svolgendo operazioni di guerra volte ad occupare un territorio straniero e che militari italiani sono comunque coinvolti in una operazione che nulla a che vedere con stabilizzazione o ricostruzione». PeaceReporter ha chiesto ai senatori di «leggere le storie pubblicate dal giornale. Sono storie di guerra, sono le storie di Fazel, di Gulalay, di Alì, di Kuhudainazar, di Aktel, di Roja, di Said, le cui vite abbiamo contribuito a segnare per sempre Conosco bene l’Afghanistan e conosco bene questo conflitto e vi dico: i finanziamenti che vi apprestate a votare serviranno ad armare i nostri soldati. E i nostri soldati è con questi “nemici” che dovranno combattere».
