L’insostenibile leggerezza del “viola”
Un inizio di una nuova fase? Un’occasione per la sinistra? L’unica opposizione al governo? Cosa è stata davvero la manifestazione del 5 dicembre, il NoBerlusconiDay che ha visto sfilare a Roma davvero tantissime persone – certo, non il milione sbandierato dagli organizzatori anche loro abbonati al gioco delle cifre al rialzo che confonde tutto e tutti, ma comunque tante – e ha occupato la scena politica per un giorno?
La modalità, lo stile, i contenuti della manifestazione non ci sembra si discostino molto dal movimento dei Girotondi guidati da Moretti, Pardi, D’Arcais e altri nel 2002. Mobilitazione diffusa, individualizzata, legata e cucita dall’avversione epidermica, umorale, forse etica, per quello che Berlusconi e il berlusconismo rappresentano. Voglia di moralità, di Stato, di giustizia, di democrazia. Contenuti che connotano l’aspirazione per uno Stato moderno e democratico, funzionante, di stampo più europeo. Questa spinta riguarda soprattutto un pezzo di “classe dirigente”, formata o in formazione, che la crisi e il declino del capitalismo italiano porta alla mobilitazione costante. Non è un caso che questa manifestazione, le sue istanze e anche le sue figure portanti – tanti giovani, tanti studenti – si mescolino a un’altra tendenza che chiede efficienza e pulizia allo Stato, meno favoritismi, meritocrazia reale, opportunità per i giovani ricercatori, battaglia diffusa per impedire la “fuga dei cervelli”. Oggi come nel 2002, esiste una corrente di pensiero ma anche sociale e politica che avverte il deterioramento progressivo del capitalismo italiano, la sua fuoriuscita dal consesso dei migliori, il “declino” dell’Italia a cui opporsi per recuperare le coordinate di uno Stato moderno. E in uno Stato moderno, ovviamente, non può esserci posto per un leader politico che, palesemente, usa la cosa pubblica per i propri affari privati, fa strame dei princìpi democratici, si collega agli umori più cupi e reazionari del paese per tenersi a galla.
In questo senso si capisce anche perché questa mobilitazione, a cominciare dalla manifestazione del 5 dicembre, non riesca a tenere nella giusta centralità la questione sociale, il modello di sviluppo, la vicenda delle crisi, le sue cause e le sue conseguenze. Certo, accoglie i lavoratori Eutelia sul palco, tollera le bandiere rosse, si accompagna alla protesta sociale ma per recepirne le istanze “riformiste” nel senso positivo del termine: riforma di un sistema che declina, ristabilimento di alcuni valori e alcuni criteri che permettano la convivenza civile. E quindi è una mobilitazione in cui il popolo non è in piazza perché “popolo”, in quanto riconosce o si riconosce nella propria attuale condizione. Anzi, gran parte delle fasce di popolazione che soffrono la crisi rimangono disilluse oppure aderiscono al modello berlusconiano, in particolare al messaggio razzista della Lega Nord.
Seconda caratteristica, sempre in relazione ai Girotondi, è la progressiva distanza dalla politica. Moretti e soci portarono in piazza centinaia di migliaia di persone urlando che “con questi dirigenti non vinceremo mai”. Oggi i dirigenti non vengono più nemmeno nominati. La politica, quella del palazzo e dei partiti, è ancora più distante. Non è nemmeno l’antipolitica dettata dalle invettive di Beppe Grillo, è politica reale, promossa dal basso, che riconosce forze come Di Pietro ma che si rapporta direttamente al governo e la cui traduzione politica in senso stretto, lo sbocco politico, non sono prevedibili oggi se non nei termini di un rafforzamento dell’Italia dei Valori. Ieri era il tentativo di riformare il centrosinistra – che sfocia poi nelle elezioni del 2006 – oggi forse è quello di sostituirlo con un’altra dimensione, del tutto inimmaginata ancora ma senza velleità di incidenza sul centrosinistra esistente, cioè sul Pd.
La caratteristica più forte ci sembra, quindi, quella di una mobilitazione che non si aggancia alle forze politiche o alle figure sociali esistenti, ma che gli resta sospesa sopra e che scivola, “surfa”, sul conflitto sociale – reale o possibile – con il quale non prova a connettersi, scegliendo di privilegiare l’indignazione etica, prima comunicata via web, poi esibita in piazza e, infine, veicolata dal drappo viola che probabilmente vedremo indossato o appeso ai balconi. Come la bandiera della pace e quel movimento che, come dicevamo allora, si fermava alla dimensione, importantissima, dell’etica senza però frequentare con cognizione e assiduità la politica intesa come comprensione dei rapporti di forza complessivi. Un movimento, nelle sue dimensioni d’insieme, di tipo comportamentale, che può costituire – nella debolezza strutturale della sinistra di classe, sia sociale che politica e nell’atomizzazione dei soggetti sociali – una realtà strutturale, la forma concreta con cui si svolgerà il conflitto negli anni a venire, quasi a ricalcare, sia pure in forme originali, il modello statunitense. Un movimento leggero, dunque, in relazione ai corpi sociali, di opinione, ma “pesante” per la sua possibilità di agire nel tempo. E appare del tutto assurdo, in questa prospettiva, che il Pd non riesca a capire quanto questo modello gli appartenga, quanto questa voglia di normalizzare il Paese, di eliminare il privilegio e di affermare il merito, guarda alla sua esistenza e alle sue promesse.
Per quanto attiene alla sinistra che ancora si richiama a una visione e dimensione di classe le cose non sono ovviamente facili. Da un lato sarebbe ugualmente ottuso fare spallucce e guardare con supponenza a una mobilitazione che pure si tiene alla larga dalla fenomenologia della crisi, dall’organizzazione del conflitto e dall’autorganizzazione dei soggetti sociali; dall’altro rischia di essere suicida il semplice accodamento e l’autoesaltazione forgiata sui numeri delle manifestazioni. Nel biennio 2001-2002 abbiamo assistito al movimento dei Girotondi dal lato del movimento No-global e dall’organizzazione dei Social Forum. Fu possibile dialogare, sia pure a distanza, in quanto portatori di un punto di vista preciso e, in quel momento, egemone. Se non si recupera questa dimensione, un punto di vista di classe, una mobilitazione conseguente, il tentativo di connettersi a un nuovo protagonismo del mondo del lavoro, più o meno precario, la connessione con “l’onda viola” sarà inefficace, muta e, sostanzialmente, spazzerà via quel poco che di sinistra di classe ancora resta.
