marche, le contraddizioni dell’unità a sinistra
Di tutti i risultati della sinistra cosiddetta “radicale” in questa tornata di elezioni regionali, quello delle Marche appare relativamente positivo, specialmente se confrontato con quello delle altre due regioni in cui la Federazione della sinistra ha scelto di non presentarsi insieme alla coalizione egemonizzata dal PD. Dire “ha scelto”, peraltro, non è esatto almeno in Lombardia, dove Penati aveva rifiutato ogni intesa, che pure era stata ricercata a lungo. In ogni caso la scelta di un candidato presidente come Vittorio Agnoletto, sostenuto da un certo numero di personalità della cultura di sinistra, aveva fatto sperare in un risultato dignitoso, che invece non c’è stato. E ancor più triste è il risultato della Campania, dove si era messo in gioco lo stesso segretario del PRC Paolo Ferrero. In questo caso la lista della federazione della sinistra formalmente non era stata rifiutata dal centro sinistra, ma aveva deciso di presentarsi da sola in polemica con la scelta come candidato presidente del plurinquisito Vincenzo De Luca; probabilmente c’era la speranza di togliere all’IDV il ruolo di custode della moralità dato che Di Pietro, dopo aver rifiutato per qualche tempo De Luca, aveva finito per accettarlo. La percentuale veramente insignificante ottenuta (1,4%) in un partito vivo dovrebbe avere come logica conseguenza la messa in discussione della leadership di Ferrero, ma le stanze del partito sembrano sempre più deserte…
Il risultato delle Marche viene percepito dunque come più soddisfacente, e interpretato come il premio a una politica unitaria: in effetti è l’unica regione in cui la SEL si è presentata insieme alla federazione della sinistra. Tuttavia i rapporti tra le due liste non sono molto caldi, e la scelta della SEL di non presentarsi col PD (pur non essendoci un veto esplicito nei suoi confronti) era legata probabilmente a una sopravvalutazione della forza di attrazione della candidatura di Massimo Rossi, considerato da molti come il “Vendola delle Marche” e che in effetti ha avuto un risultato personale superiore a quello della coalizione (ma solo dello 0,6%).
Alcune analogie esteriori tra i due candidati c’erano, ma anche parecchie differenze tra le due storie personali. La maggiore analogia era l’ostilità nei loro confronti dei leader del PD: Rossi aveva avuto tre successi elettorali consecutivi inequivocabili (due volte come sindaco di Grottammare, in contrapposizione a Polo e Ulivo, una come presidente della provincia di Ascoli Piceno con una coalizione di centrosinistra (nel 2004). Ma al momento del rinnovo dell’amministrazione, nel 2009, c’era stato un veto pretestuoso dei leader del centrosinistra nei suoi confronti, e Massimo Rossi si era presentato con una coalizione di liste civiche e partiti di sinistra che aveva raggiunto il 20% raccogliendo 24.804 voti, più di quanti ne aveva avuti il PD (23.167). Tuttavia aveva poi rifiutato di dare indicazione di voto per il ballottaggio, e gli era stato quindi rimproverato di avere contribuito di fatto al successo del centrodestra, che aveva conquistato la Provincia. Per questo il giudizio su Massimo Rossi era cambiato parzialmente, e nella sua provincia questa volta ha avuto un risultato relativamente deludente (9.644 voti, appena 1.950 in più di quelli ottenuti dalle due liste collegate e ben 15.160 in meno di quelli ottenuti appena un anno fa). A meno di qualche sorpresa nel riconteggio dei resti, Massimo Rossi è così rimasto fuori dal Consiglio regionale.
A differenza di Vendola, Massimo Rossi non viene dalle file del PCI, ma da Avanguardia Operaia prima e poi Democrazia Proletaria; tuttavia il suo programma non è apparso molto più radicale di quello del centro sinistra, se non per un vago accenno al “reddito sociale” (sull’esempio di quanto “sperimentato con successo nel Lazio”…), e per un’opposizione più decisa al nucleare. Tuttavia come Nichi Vendola, anche Rossi è apparso una vittima delle consorterie del ceto politico del centrosinistra, e questo ha avuto un effetto di trascinamento su un PRC ridotto ai minimi termini e lacerato da continui aspri conflitti: non solo quelli tra grassiani, sostenitori dell’Ernesto e ferreriani, ma anche all’interno di questi ultimi tra i sostenitori del nuovo segretario regionale Marco Savelli e quelli del precedente, Giuliano Brandoni. Risultato, il recupero non c’è stato (da 36.972 voti alle europee del 2009 si è scesi ai 27.975 di ora), e per giunta chi ne ha beneficiato di più sono stati i comunisti italiani, che hanno avuto uno dei due consiglieri regionali (l’altro è andato ai vendoliani).
Anche a Macerata, dove si sono svolte contemporaneamente le elezioni per il rinnovo del consiglio comunale, che nel primo turno hanno visto in testa il candidato del centrosinistra (ma ci vorrà il ballottaggio), ci sono state alcune sorprese: la prima è che la lista della federazione della sinistra ottiene per il comune più del doppio dei voti che ha ottenuto per la regione, cioè 1.687 pari al 7,21% (per le regionali nel territorio comunale aveva raggiunto solo 775 voti, pari al 3,65!). La spiegazione più plausibile è che una parte degli elettori non erano d’accordo con l’appoggio a Rossi, considerato “estremista” e comunque non in grado di assicurare un eletto in zona, e hanno votato quindi – presumibilmente – per il PD alle regionali. Al comune c’è stato evidentemente un “ritorno all’ovile” di quelli che avevano votato PD per polemica con il sostegno a Rossi, e in parte forse anche un voto clientelare dato a persone amiche presenti tra i quaranta candidati tutti maceratesi (mentre dei nove per la regione, diversi erano di centri della provincia).
La seconda sorpresa (ma che spiega meglio una delle ragioni della differenza tra voto regionale e comunale) viene dall’esame delle preferenze date alla lista della federazione della sinistra alle comunali, dove era collegata al candidato sindaco Romano Carancini del PD. Le preferenze vedono in testa nettamente alcuni esponenti del PdCI, mentre il segretario del PRC, Luciano Pantanetti, ha riportato solo 82 preferenze. La cosa più curiosa (e penosa) è che Pantanetti era presente sia nella lista per la regione contrapposta al PD sia in quella per il comune, che sosteneva il PD. Chissà come doveva sdoppiarsi nei comizi, se ne ha fatti…
Una considerazione finale: la coalizione intorno a Massimo Rossi è stata sentita da molti compagni del PRC come l’inizio di una svolta e di un recupero dell’identità comunista del partito. Ma la delusione non può tardare: se questi compagni desiderano che il loro partito smetta di allearsi col PD, devono fare i conti non solo con la schizofrenia nazionale (si sta col PD dove ci accetta, da soli altrove) ma anche con quella locale, bene espressa dalla situazione di Macerata dove l’alleanza col PD al comune si realizza nello stesso momento in cui si presenta la candidatura di Rossi come il segnale di una volontà anticapitalistica. Volontà che tra l’altro non sembra ci sia, nel programma sfumato di Rossi e nel nome stesso della coalizione: “Unione democratica per le Marche”, analogo a quello ugualmente vago e personalistico che era stato usato un anno fa ad Ascoli: “Associazione Piceno al Massimo”…
Ma il peggio sta nella verifica che nella coalizione tra un partito come il PRC (o meglio quello che ne rimane, dopo tanti errori dei suoi dirigenti inamovibili) che comunque vorrebbe costruire un’alternativa, e un PdCI che si regge soprattutto su aspetti identitari non corrispondenti minimamente alla sua pratica, che è compromissoria e governista ad ogni costo, sarà il PRC ad essere stritolato, anche per la robustezza delle sue componenti interne fortemente attratte dalla cosiddetta “unità dei comunisti” e più affini per provenienza e formazione al partito di Oliviero Diliberto. La costruzione della federazione della sinistra in Italia non ha pagato quasi da nessuna parte, ma se ha funzionato un po’ meglio nelle Marche almeno sul piano dei voti, arrestando in parte la caduta, ha anche rivelato ai militanti del PRC che chi beneficia di più dell’alleanza è l’altro socio, che non se la passa benissimo ma ha avuto meno perdite dovute a riflessioni autocritiche e ha conservato comunque un apparato più solido, dovuto a una maggiore presenza nelle istituzioni. La “federazione” rischia così di trasformarsi in una facile fagocitazione di quanto resta del PRC da parte del PdCI, col risultato di far fuggire ancora più precipitosamente i militanti più capaci e inquieti. Il PRC ha avuto nel corso della sua esistenza un turnover stimato a circa il 20% annuo, che in certe federazioni e in certe fasce di età raggiungeva percentuali ancora più elevate. Ma oggi il pericolo è il totale dissolvimento, dato che un partito con dirigenti caratterizzati da una così evidente doppiezza, non può che respingere i giovani, e anche qualsiasi militante pensante.
