Ex Ilva, il libro di Raffaele Cataldi: «Taranto, futuro tradito. E la classe operaia non va più in paradiso» – Vincenzo Maruccio su il “Quotidiano di Puglia”
Vincenzo Maruccio – Quotidiano di Puglia – 7 aprile 2025
Il Siderugico di Taranto raccontato con lo sguardo degli operai: le speranze, le illusioni, le malattie che diventano morte, l’inesorabile declino e l’orizzonte di un cambiamento oltre le ciminiere a due passi dal quartiere Tamburi. “Malesangue” (edizioni Alegre) è il libro di Raffaele Cataldi, operaio-scrittore attualmente in cassa integrazione e tra gli storici sostenitori del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti che sogna un’altra Taranto. Oltre l’acciaio dell’ex Ilva ora in vendita agli azeri di Baku Steel.
Raffaele Cataldi, di Ilva sappiamo tutto. Perché un libro?
«Ne hanno scritto in tanti: scrittori, documentaristi, intellettuali. Ma nessuno l’ha mai fatto dall’interno. Ho fatto l’operaio e ho provato a raccontare il Siderurgico in prima persona anche in modo crudo. È un libro di testimonianza, senza infingimenti. La gente viene agli incontri in giro per l’Italia, ascolta e comprende. E non è vero che sappiamo già tutto».
«Cosa intende?
Qui abbiamo perso il lavoro, io sono in cassa dal 2018 e i ragazzi scappano. La gente conosce pochissimo di Taranto e in questi anni molti giornalisti, non tutti, si sono limitati a riempire le pagine solo di comunicati stampa. Quelli dei politici e quelli dei sindacati. E tutti a parlare di città».
Ma Ilva è la città…
«Sono d’accordo: mi va benissimo che si parli delle malattie dei quartieri vicini all’Ilva. Ma i primi a rischiare siamo noi lavoratori e, invece, delle nostre malattie e degli incidenti sul lavoro non importa a nessuno. Le cifre le conosciamo: 9 morti solo dal 2012 ad oggi, decine di persone con una vita a rischio. Lo sa che succede se uno muore?».
Si va in tribunale: lei non ha fiducia nella giustizia?
«In tribunale ci vanno in pochissimi. Se uno muore ti contattano per un risarcimento bonario o, peggio ancora, barattano la tragedia con un posto in fabbrica per un parente. Risultato: si rinuncia alla causa. E’ un ricatto individuale. Peggio del ricatto collettivo della scelta tra lavoro e salute».
Palazzina Laf, il film di Michele Riondino, ha riacceso i riflettori sul mobbing: a quanti è successo?
«Quando nel 2018 sono uscito dallo stabilimento e collocato in As con gli ammortizzatori sociali con altri 1.500 addetti, sono finito in un gabbiotto da dove accompagnavo i colleghi nei vicini cantieri di bonifica. Io lo chiamo mobbing: non sono stato più reintegrato e non so che fine farò».
Quando è entrato in fabbrica conosceva questi rischi?
«È stato il più grande errore della mia vita. Mi ero diplomato e avevo cominciato a lavorare. La domanda l’ha fatta mia cognata. Avevo 27 anni, dovevo sposarmi e non potevo deluderla: non si rifiuta un posto fisso. Dell’ambiente di lavoro, però, sapevo pochissimo. Con i Riva entrò il vero padrone: la paura dei capi, delatori, licenziamenti, un clima terribile».
E la solidarietà tra operai?
«Prima tra colleghi ci scambiano le ore, i giorni necessari per una visita medica. Piccole compensazioni che sono pressoché scomparse. L’azienda ha creato divisioni per isolare. La cosa peggiore è la solitudine dell’operaio abbandonato da tutti».
Con chi ce l’ha?
«I sindacalisti avrebbero dovuto rappresentarci e, invece, ci hanno fatto perdere tutto. Io vorrei tornare alla classe operaia».
Lei crede negli operai ma è tra gli storici sostenitori del Comitato dei cittadini e dei lavoratori liberi e pensanti schierato per la chiusura. Ora arriva la riconversione green: è un’opportunità?
«È una bella favola. Non si può conciliare una produzione a ciclo integrale con un’ambientalizzazione legata ai forni elettrici fondata sulla decarbonizzazione. E, poi, ce li vedi gli azeri a Taranto?».
Perché no?
«Baku Steel individuato dal governo come acquirente non ha esperienza nella produzione dell’acciaio su larga scala. Ci sono le risorse per investire negli impianti o piuttosto agli azeri interessa solo fare un rigassificatore?».
Ci sono le bonifiche, però…
«Come fai a farle con gli impianti in marcia? La verità è che non c’è un vero piano industriale per il rilancio. Meglio una drastica alternativa. Meglio chiudere e attuare il piano B. E non lo dice solo il Comitato».
Chi lo dice?
«Uno studio di Confindustria: tra bonifica e smantellamento sono stimati lavori per circa 30 anni. Oggi ci sono 8mila operai nello stabilimento più 1.500 in As. Ci può essere lavoro per tutti anziché agonizzare».
In copertina c’è un portiere che richiama la sua storia. Perché?
«Il calcio, per noi ragazzi, è stato tutto. Oltre ad aver fatto il portiere ho allenato i portieri del Taranto. È un ruolo che richiede psicologia, forza interiore, combattività. Come il portiere lo fa con la sua porta, anche questo libro difende la fabbrica e la città dagli attacchi. Un ultimo baluardo per non affondare».
