Gabriele Polo racconta il “sogno operaio” di Monfalcone, terra di confine – Ernesto Milanesi su Vez
Ernesto Milanesi – Vez – 22 giugno 2026
I fratelli Francesco e Luigi attraversano 60 anni di vicende personali e collettive. Senza patria, un sogno operaio tra le due guerre mondiali (Alegre, pagine 240, euro 17) è il romanzo fresco di stampa con cui Gabriele Polo racconta il confine di Nord Est.
«È una narrazione che attinge alle storie che avevo in testa da piccolo, sentite a casa, nelle osterie, in mille posti. Storie che avevo dentro e affrontano temi attuali, come il rapporto tra nazionalismi e guerre, le liberazioni nazionali, i conflitti sociali e politici» sottolinea Polo, 68 anni, dal 2003 al 2009 direttore del manifesto, che ha vinto il Premio Federico Caffè 2026.
Terre di confine, storie operaie, questo romanzo è un’altra narrazione?
«Sì, lo è rispetto a quelle propagandistiche da una parte e dall’altra, frutto di nazionalismi contrapposti, che sono quelli che poi hanno portato a due guerre mondiali. In quelle zone con una vera e propria pulizia etnica sotto il fascismo, che ha praticamente desertificato una regione che prima era abitata da sloveni e croati: 500 mila deportati nel corso di vent’anni. Poi una guerra mondiale con le truppe italiane che si sono comportate peggio dei nazisti, agli ordini del generale Roatta. Quindi è una narrazione che cerca di raccontare un’idea che è sorta lì, anche frutto della tradizione multiculturale sviluppatasi sotto l’impero asburgico, cioè di una comunità dove convivevano tranquillamente italiani, sloveni, croati, tedeschi. Con il cantiere navale è poi diventata una comunità operaia e a questo si è aggiunto il sogno della trasformazione socialista. Queste due caratteristiche hanno costruito un’identità molto forte che è riuscita a sopravvivere anche al fascismo. In clandestinità, c’è stata una fortissima cellula del PCI dentro la fabbrica che poi ha nutrito la resistenza. L’8 settembre gli operai del cantiere di Monfalcone escono in corteo e vanno a combattere in montagna. C’è stata la battaglia di Gorizia che dura tre settimane: la più lunga battaglia partigiana in Italia. E agganciandosi alla resistenza slovena e alle truppe di Tito forma un percorso che poi sfocia nella liberazione».
A Monfalcone ma anche nel Nord Est, oggi la “nave” va… soltanto a destra?
«C’è stata una dismissione culturale da parte della sinistra: non ha saputo coltivare la storia come è successo un po’ dappertutto. Ma lì si è innescata sulle contraddizioni della frontiera, sui contrasti seguiti dalla guerra fredda e sulla chiusura rispetto ad altre popolazioni. Una chiusura di paura finto identitaria in realtà, perché è sempre stata terra di contaminazioni. Per anni si è scagliata contro l’Est e contro gli slavi. Oggi si scaglia contro i nuovi arrivati che in particolare a Monfalcone sono gli immigrati bengalesi che ormai costituiscono una comunità enorme. Invece di essere integrati – visto che sono quelli che lavorano più di tutti gli altri -diventano il capro espiratorio per qualunque problema. Tuttavia, l’ideologia populista ha già mostrato anche tutti i suoi limiti. E sono affiorate le inevitabili contraddizioni. Dunque, così non può certo durare all’infinito: sono convinto che cambierà…».
Infine, il sindacato nel nuovo universo del lavoro: chi e cosa rappresenta davvero?
«Oggi rappresenta la parte più garantita, anche se parzialmente garantita perché naturalmente le fabbriche, le imprese sono sottoposte a chiusure e crisi. Però il sindacato dimentica spesso le nuove frontiere del lavoro: infatti rincorre i nuovi lavori, i lavori precari. In particolare c’è l’esempio emblematico proprio nel cantiere di Monfalcone. L’80% di quelli che ci lavorano non sono dipendenti di Fincantieri, ma sono stranieri di ditte d’appalto, sub-appalto, eccetera: in gran parte bengalesi. Il sindacato si accontenta di rappresentare il 20% degli italiani che sono tecnici, impiegati, capi e sono più garantiti degli altri. Abdicare a questa funzione di unificazione del mondo del lavoro e di rappresentarlo tutto intero, soprattutto le nuove figure, significa abdicare alla funzione del sindacato».
