Intervista a Daniel Tanuro – Elisabetta Ambrosi da “il Fatto Quotidiano”
“Un capitalismo verde”? Impossibile. Così come è impraticabile una transizione ecologica guidata dalla mano del mercato, visto che il profitto è incompatibile con l’ecologia. Daniel Tanuro, ambientalista e scrittore belga, nel suo nuovo libro È troppo tardi per essere pessimisti (edizioni Alegre) analizza i fallimenti delle conferenze sul clima e attacca sia i neomalthusiani – ossessionati dalla demografia – sia chi pensa di risolvere la questione climatica con la geoingegneria. C’è solo, a suo avviso, una soluzione perché il riscaldamento globale rallenti e le persone abbiano accesso a cibo e risorse: un eco-socialismo che rivoluzioni radicalmente i rapporti di forza tra le persone, così come i modi di produrre e trasportare.
Qui in Italia siamo reduci dagli Stati generali del governo, dove si è parlato di ambiente e dove per la prima volta la questione del clima è arrivata ai tavoli di chi ha potere. Secondo lei dovremmo essere soddisfatti come italiani? E cosa ne pensa del Green New Deal?
Non penso bene del Green Deal europeo: è una mistificazione neoliberale. Diverso è il Green New Deal statunitense, interessante perché si tratta di un piano per uscire sia dalla crisi climatica che da quella sociale. Anch’esso, tuttavia, non rompe con la crescita del Pil. Eppure è indispensabile: è impossibile rispettare l’accordo di Parigi senza ridurre drasticamente la produzione e i trasporti.
Nel suo libro, lei propone un approccio non riformista. Non solo: sostiene che il capitalismo non può essere modificabile né tantomeno può diventare “verde”. Perché secondo lei questo sistema non è riformabile dall’interno? E come passare a un altro sistema senza aggirare la democrazia?
La concorrenza per il profitto implica inevitabilmente l’accumulazione capitalista. Si tratta dunque della causa principale della catastrofe. Bisogna produrre meno, trasportare meno, condividere di più, dunque passare dal capitalismo a un eco-socialismo fondato sulla soddisfazione dei bisogni reali nel rispetto dei limiti ecologici. Tutto ciò, secondo me, richiede più democrazia, non meno.
Lei propone una forma di eco-socialismo e al tempo stesso l’introduzione di forme radicali di condivisione e di scelte dal basso. Si tratta di cose compatibili? Nel libro lei ammette che le dittature comuniste non sono state più ecologiche. Insomma abbiamo un’alternativa reale?
L’eco-socialismo propone una pianificazione sociale e ecologica democratica, decentralizzata, autogestita a livello dei territori. Le energie rinnovabili si prestano perfettamente a questo progetto. Poiché bisogna produrre meno, la riduzione radicale del tempo di lavoro, senza perdita di occupazione, permetterà di articolare pianificazione e autogestione dal basso.
Sempre nel libro, c’è anche una critica all’approccio dell’Ipcc (l’organismo scientifico dell’Onu che si occupa di cambiamento climatico) che, secondo lei, resta all’interno di un modello liberal-capitalista. Anche la scienza sarebbe dunque ideologica?
La diagnosi del cambiamento climatico è basata su scienze esatte rigorose, ma le strategie di contrasto e mitigazione sono basate sulle scienze sociali. I modelli climatici non integrano la pluralità presupposta da queste ultime. Presuppongono dei mercati che funzionano pienamente e dei comportamenti di mercato concorrenziali. È una scelta politica capitalista.
Come altri esperti e ambientalisti, lei non è solo preoccupato, ma parla di catastrofe ecologica imminente. Non crede tuttavia che il registro apocalittico angosci le persone portandole verso la negazione e la paralisi, più che l’azione?
Chi non è angosciato o è pazzo o è incosciente. La situazione è gravissima. Bisogna dirlo e, soprattutto, mettere a nudo la responsabilità del capitalismo. È la condizione necessaria perché la paura si trasformi in coscienza, in rivendicazione e lotta. Altrimenti, resta solo panico e inquietudine.
Qual è a suo avviso il registro comunicativo più adatto rispetto al cambiamento climatico? Chi fa meglio e chi peggio?
La comunicazione migliore viene dalle associazioni e dai collettivi che combinano una conoscenza rigorosa e un impegno sociale in favore di quello che le femministe chiamano il prendersi cura delle persone e della natura. I peggiori sono coloro che, in nome del “dibattito”, lasciano una tribuna ai negazionisti climatici e ai neo-maltusiani.
Quali, in conclusione, le cinque cosa da mettere in atto subito secondo lei?
Ripartire il carbon budget (la quota di emissioni consentita) secondo le responsabilità storiche dei paesi, onorare la promessa di aiutare il Sud globale attraverso 100 miliardi di dollari all’anno, sotto forma di dono e annullando il debito. Controllare i movimenti dei capitali e liberare quelli dei migranti. Socializzare l’energia e la finanza, rinforzare la tassazione progressiva del capitale. Elaborare democraticamente in ciascun paese un piano urgente che garantisca l’impiego, migliori la sicurezza sociale, esca dai combustibili fossili, passi all’agro-ecologia e protegga la biodiversità.
