Intervista a Wright su il manifesto
Dall’eredità dell’operaismo strumenti per capire il presente
Di Michele Nani (da il manifesto del 8/02/2009)
Una materia controversa e tuttora scottante come quella dell’«operaismo» italiano ha trovato solo di recente una prima ricostruzione storica, ad opera di Steve Wright, uno studioso australiano che a questo tema ha dedicato uno studio approfondito. Finalmente tradotto, L’assalto al cielo (Roma, Alegre 2008) è stato presentato in diverse città italiane. Nel corso della discussione padovana l’autore, che lavora alla Monash University di Melbourne, ha risposto ad alcune domande.
il filo conduttore dell’Assalto al cielo si può rintracciare nella «composizione di classe». A cosa è dovuta tale scelta?
L’«operaismo» è ricordato, a volte in modo deformato, per molti motivi: spesso per la sua peculiare filosofia della storia, che dipingeva la classe operaia come il principale motore dello sviluppo (la cosiddetta «svolta copernicana» di Mario Tronti); oppure per le parole d’ordine del «rifiuto del lavoro» e della «lotta contro il lavoro», che scandalizzavano molti a sinistra, ma ottennero qualche udienza fra i lavoratori militanti nel decennio successivo all’«autunno caldo» del 1969; significativi furono anche gli scritti di Toni Negri sulla «forma Stato» e sulla «crisi». Credo tuttavia che il contributo più caratteristico dell’«operaismo» in quanto corrente marxista sia stato il suo rifiuto di una visione statica della classe operaia, come agente non soggetto a mutamenti nel tempo e nello spazio. Assumere come centrale nello sviluppo di una politica rivoluzionaria la comprensione della composizione della classe operaia, cioè le forme particolari di organizzazione del lavoro (ma anche la sua contestazione), di dispiegamento di tecnologie e competenze, di estrazione di pluslavoro, ma anche l’età, il genere e le esperienze dei lavoratori: qui era il cuore dell’«operaismo» in quanto progetto politico e questo è il motivo per cui vi ho insistito nel mio libro. Sin dai primi tempi, Romano Alquati e altri hanno cercato di sviluppare questa comprensione assieme agli stessi lavoratori, in una conricerca che promuovesse al contempo l’auto-organizzazione e la lotta. Ovviamente gli operaisti non furono gli unici a prendere in considerazione questi temi, ma a mia conoscenza negli anni ’60 e ’70 nessun’altra corrente ha insistito tanto su quella che sarebbe stata chiamata «composizione di classe», né ha tentato di pensare in profondità le sue implicazioni per la pratica politica.
Nel libro un ampio spazio viene dedicato alle analisi e alle attività degli «operaisti razionali». Chi sono e perché distinguerli?
Penso sia possibile operare una distinzione tra quegli operaisti che hanno voluto forzare il processo di autonomia operaia verso un progetto preordinato, e coloro che, nel bene e nel male, hanno voluto semplicemente sostenere quel processo, con tutte le sue contraddizioni e lacune. Infatti dopo l’euforia dell’«autunno caldo», tanti operaisti hanno scoperto che le forze auto-organizzate andavano sviluppando percorsi diversi, separati e in parte antagonistici rispetto a quelli che avevano immaginato e che avrebbero voluto. Alla metà degli anni ’70, se non prima, gli «operaisti razionali», a partire da Sergio Bologna e dai suoi compagni di «Primo Maggio» (di fatto, sembra che l’espressione sia stata coniata da uno di loro, Primo Moroni), presero coscienza che la ricomposizione di classe, cioè il processo attraverso il quale i lavoratori tentavano con l’auto-organizzazione di superare le divisioni imposte dal capitale, era una faccenda dannatamente complicata. Per gli «operaisti razionali» il rischio di scomposizione, cioè di una nuova frammentazione della classe operaia e della conseguente dissipazione del potere accumulato, era grave ed essi stessi non potevano suggerire facili rimedi. Questa situazione li portò a rivisitare la storia delle lotte passate e ad esaminare quella che chiamavano la «rivoluzione dall’alto» del capitale, vale a dire gli sforzi di promuovere il processo di scomposizione attraverso le politiche monetarie e la ristrutturazione industriale. Mentre qualcuno li attaccò ritenendo i loro dubbi eccessivi, gli «operaisti razionali» si impegnarono in un’ampia gamma di lotte e produssero fra le riflessioni più profonde dell’intera corrente.
Qual è l’eredità politica dell’operaismo per la sinistra? E quali categorie e pratiche possono essere ancora considerate preziose?
L’eredità politica dell’operaismo è complessa e ambigua. Il suo collasso in quanto area, legato direttamente e indirettamente alla distruzione dei movimenti degli anni ’70, portò per molti anni all’emarginazione degli operaisti residui. Recentemente si è riscontrato un rinnovato interesse per alcune filiere che derivano dall’«operaismo», dai cosiddetti «post-operaisti» a Ferruccio Gambino, Tronti e Alquati, così come alle femministe un tempo interne alla corrente (ad esempio Mariarosa Dalla Costa, Alisa Del Re, Silvia Federici e Leopoldina Fortunati). Grazie al lavoro di case editrici (DeriveApprodi e altre) sono oggi nuovamente disponibili molti materiali originali prodotti dall’«operaismo» e le riflessioni successivi di molti dei suoi esponenti e critici. In termini pratici c’è molto da imparare dalle esperienze degli operaisti attivi a Porto Marghera e altrove (ad esempio con il film Gli ultimi fuochi). In termini di categorie, credo che la cosa più utile che ci lascia quella vicenda sia proprio la centralità data alla categoria di «composizione di classe», il tentativo di comprendere i vari segmenti della forza-lavoro nella loro concretezza. Mi sembra che il discorso sulla «composizione di classe» sia svanito dopo la sconfitta dell’operaismo e del grande movimento rivoluzionario di trent’anni fa. È vero che quel discorso continua e guarda a nuove figure sociali: per esempio, il precariato, i lavoratori autonomi, la moltitudine. È anche vero che esistono alcuni interessanti esempi di conricerca in tempi recenti. Eppure non c’è molto dibattito sul rapporto tra le diverse sezioni dell’odierna composizione di classe. Al massimo si discute su una sezione, considerata egemonica o importante per qualche ragione. Soprattutto, le categorie usate nel passato per capire le figure di classe – in particolare il rapporto tra composizione tecnica e composizione politica – non sono oggi quasi mai adoperate. Forse qualcosa sta cambiando: di recente, ad esempio, Valerio Evangelisti ha scritto un testo molto interessante sul rapporto tra l’attuale crisi finanziaria e la composizione di classe (lo si può leggere in Rete all’indirizzo: www.carmillaonline.com/archives/2008/10/002810.html, ndr). Mentre si aggrava la crisi del capitale, diventa oggi sempre più cruciale, per la sinistra legata all’auto-organizzazione collettiva e al conflitto, comprendere le articolazioni della composizione di classe.
