La solidarietà coatta del Chav D. Hunter – Elisabetta Favale da “Linkiesta”
da Linkiesta
Definire Chav crudo è riduttivo, D. Hunter ha deciso di sputare il rospo e raccontare non solo la sua vita ma anche la sua famiglia, la lunga serie di fallimenti, di dipendenze, la violenza perpetrata in modo crudele e continuativo tanto da pensare subito che è un miracolo saperlo ancora vivo e non in una fossa comune di un cimitero o condannato all’ergastolo per essere diventato un serial killer.
Chav è un memoir che ha però l’obiettivo di inserirsi nel filone della letteratura sociale e di denuncia perché quello che Hunter vuole fare è puntare l’attenzione sui “lumpen” .
I nostri corpi sono intrisi di connotazioni di classe, e i corpi delle persone senza capitale valgono meno.
Hunter passa dal racconto della sua vita al racconto di chi, come lui, fa parte di quella fascia fragilissima e abbandonata di cittadini britannici.
La parte più “politica” di Chav è frutto di considerazioni basate su esperienze vissute in prima persona che non hanno la “forza” di un approfondimento sociale, storico, economico, ed è comprensibile, quello che ho notato è che la spinta emotiva che riesce a trasmettere quando racconta di se stesso si perde nel momento in cui vuole richiamare l’attenzione e convincere il lettore a supportare una lotta che abbia caratteristiche più universali e spinga ad una solidarietà genuina e possibilmente irruenta.
Ho trovato difficile far parte dei movimenti sociali in cui i miei compagni avevano l’aspetto, si muovevano e parlavano come i miei giudici, i miei assistenti sociali e le vittime dei miei furti.
Trovo straordinario lo sforzo di quest’uomo e mi vengono i brividi a saperlo sempre in bilico a combattere i suoi demoni, a svicolare ogni volta che si sente sotto assedio in una società che per lui è sempre stata ostile, mi sono domandata che effetti può avere, socialmente, la sua testimonianza e quali conseguenze fra le persone che lo eleggono portavoce dei propri disagi e bisogni.
Incarna, Hunter, il vero esempio di sottoproletario marxiano, il Lumpenproletariat, come dicono i tedeschi, e non lo dico in senso negativo, semplicemente, leggendo questa testimonianza ho avuto l’impressione di fare un salto indietro nella storia, la sua “ingenuità politica” e il modo in cui propone la lotta si porta dietro gli stessi “bug” del passato… ma “la storia siamo noi”, non c’è niente da fare.
Sono contenta di aver letto Chav perché è una testimonianza unica e voglio anche credere nella possibilità non di redenzione perché è un termine sbagliato nel caso di Hunter, ma di riscatto, un riscatto sociale vero e soprattutto voglio augurargli ogni bene.
