Le lotte all’Ilva raccontate da dentro – Maria Cristina Fraddosio su “il manifesto”
Maria Cristina Fraddosio – il manifesto – 6 marzo 2025
Mentre sul piano politico per l’ex Ilva si attende l’incontro a Palazzo Chigi tra il governo e i sindacati il prossimo 11 marzo, direttamente dalla pancia della più grande acciaieria d’Europa arriva un racconto autobiografico. Un memoir tra calcio e fabbrica, a firma dell’operaio Raffaele Cataldi, tra i fondatori del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti. L’autore, a partire dal titolo Malesangue (Edizioni Alegre), porta con sé il piglio di quel meridionalismo capace di autenticità che non ha bisogno di velleità per raccontare il vero. Il lettore comprende subito di essere dinanzi a uno che tira dritto fino al punto, «all’uomo – come ben dice nella prefazione Virginia Rondinelli, compagna di lotta – oltre la tuta da lavoro, lasciandone intatta la dignità». Non c’è alcuna speculazione intellettuale della lotta di classe nelle sue parole. Della cultura operaia Cataldi è orgogliosamente intriso, al netto della consapevolezza elaborata sulla propria pelle che il tradimento dei tradimenti non è stato perpetrato esclusivamente dalla politica, che ha reso deliberatamente Taranto «una zona di sacrificio». Dietro il disastro occupazionale, con il numero sempre più crescente di cassintegrati (di cui fa parte anche l’autore dal 2018), e quello sanitario con eccessi di mortalità e ospedalizzazioni, Cataldi svela il ruolo decisivo dei sindacati «filopadronali».
PROPRIO LUI, CHE FACEVA parte della Fiom, cresciuto con un papà sindacalista, ha il coraggio di denunciare. Era il 2 agosto 2012. Quel giorno i sindacati provarono a zittire i loro stessi iscritti. Così un manipolo di operai e cittadini a bordo di un apecar, nel quartiere Tamburi, scrisse la storia della resistenza tarantina, di cui Cataldi fa parte. «Questo libro per me è stato il mio medico – spiega – ho iniziato a scrivere appunti già prima del 2012. Questa storia mi ha proprio lacerato. È come combattere contro un muro di gomma. Giocare nel ruolo di portiere a calcio mi ha fortificato. È un po’ il ruolo che poi ha avuto il Comitato. Abbiamo sempre parato i colpi. Tutti parlano di noi, ma nessuno finora ha mai raccontato. Il mio dispiacere è che non ci sia una ribellione della classe operaia. La finalità del libro è andare avanti. Non dobbiamo fermarci». A queste latitudini «io non delego, io partecipo» non è solo uno slogan. È quotidianità. È vita vissuta, consapevolezza. E se lo sostiene un operaio che l’ex Ilva va chiusa, del vero – oltre la coltre delle note dicotomie tanto care ai semplificatori e agli speculatori – deve esserci.
IL CATALDI DI «MALESANGUE», se non avessimo la certezza che si tratti di un uomo in carne ed ossa, potrebbe essere benissimo un personaggio verghiano. Uno capace di introdurci nella complessità della sua vita: «Dalla finestra della mia stanza vedo azzurro e rosso ruggine. Il mare e il cielo, coi colori alterati dai fumi che escono dai camini della fabbrica. Fumi che trasformano il panorama di Taranto e modificano i nostri corpi, il nostro sangue e le nostre vite». Eccolo Raffaele Cataldi che ripercorre dalla finestra da cui si è affacciato sin da bambino i momenti salienti della sua storia.
«MALESANGUE» È L’ATTO DI ONESTÀ di un uomo che già dalle scuole medie, mentre sognava una carriera da portiere nel Taranto, studiava il ciclo produttivo dell’acciaio. Un primo contatto con l’ex Ilva c’era stato nel ’91 e avrebbe, si dice, già dovuto capire molte cose: «Signor Cataldi, se dovesse esserci uno sciopero nel suo reparto… come pensa di comportarsi?», gli avrebbero chiesto. «Sono diventato un operaio della grande industria il 9 giugno del 1997 – racconta – ricordo ancora la mia reazione quando seppi che era stata accolta la domanda presentata da mia cognata Tina, che lavorava negli uffici amministrativi, secondo la modalità consolidata per cui si entrava all’Ilva più per domande inoltrate attraverso i propri parenti che per concorso. Rimasi impietrito». E qualche riga più sotto: «Nel tempo avrei scoperto che quella busta paga mi avrebbe in realtà garantito una vita di pane e veleno, tanto da farmi fare u malesang, il malesangue».
EPOCHE DIVERSE, STESSO COPIONE. Il pensiero corre veloce al pluripremiato Palazzina Laf di Michele Riondino, direttore artistico dell’Uno Maggio Taranto insieme a Roy Paci e Antonio Diodato. «Quando Raffaele – racconta Riondino – mi ha detto di aver scritto il libro sono stato felice, come se lo avessi scritto io. Con lui, così come col Comitato, siamo una famiglia. Si è creata questa eccitazione collettiva. La sensazione è di avere un libro che parla di noi, noi non solo del Comitato, noi cittadini tutti. Essere di Taranto significa anche rivendicare una cultura che è quella operaia. Siamo nati tutti sotto la stessa ciminiera. Grazie a Raffaele emergono anche le competenze – che spesso si ignorano – degli operai dell’ex Ilva. Io col film, lui col libro – spiega – abbiamo usato il nostro linguaggio. Sono le nostre voci dall’interno. Credo che in questi anni abbiamo meritato di essere presi in considerazione. È giunto il momento di un tavolo a cui sederci tutti. Altrimenti ci ritroveremo un’altra volta ad affrontare gli stessi problemi». Impianti fatiscenti, la decarbonizzazione che è un miraggio, il tentativo di cercare un’ancora di salvezza ancora nel solco dei combustibili fossili. Per chi si è opposto a tutto ciò, come Raffaele Cataldi, non c’è che una vita da esule in fabbrica: «Abbandonati dai sindacati e odiati dai padroni». Lui si è visto negare diritti inviolabili, ha visto morire colleghi, ha rischiato di farsi male, si è ammalato ed ora è pronto a ripensare a «queste storie operaie piene di nocività» e a raccontarle con Malesangue. Al suo fianco sua moglie Cinzia, i compagni del Comitato e dell’Uno Maggio Taranto, che quest’anno sarà dedicato all’ex operaio Massimo Battista, deceduto a ottobre a causa di un tumore. Raffaele non dimentica nessuno. La ben nota «solitudine dell’operaio» è stata sostituita da una coralità capace di «forzare» i cancelli della fabbrica per consentirci di guardare dall’interno.
