L’Italietta narrata dal calcio – Stefano Boldrini su “il Fatto Quotidiano”
Stefano Boldrini – Il Fatto Quotidiano del 5 aprile 2025
Il libro Il calcio del figlio, storia di genitori, figli e pallone, firmato Wu Ming 4 (edizioni Alegre, 216 pagine) va ben oltre i confini dello sport più popolare del mondo: è un viaggio nella nostra realtà quotidiana e, nello specifico, nelle virtù – non molte, purtroppo – e nei vizi – troppi – della nostra Italia. L’apertura con la Carta dei diritti dei ragazzi allo Sport, redatta dall’Onu nel 1992, è il primo spunto di riflessione. A cominciare dall’esistenza di questo trattato: alzi la mano chi conosceva la sua esistenza? (siate onesti: giù le braccia). Da imparare a memoria, le prime due enunciazioni: il diritto di fare sport, il diritto di giocare e divertirsi. E l’ultima: il diritto di non essere un campione (consigliabile a milioni di genitori che, quando il figlio indossa per la prima volta le scarpe, immagina di avere Francesco Totti come erede e sogna milioni a volontà in banca).
Nelle pieghe di un paese come la nostra Italietta, in cui lo sport a scuola continua ad arrancare nonostante la valanga di medaglie olimpiche, il calcio giovanile è un paradigma delle nostre esistenze. L’Io narrante è quello di un padre che diventa dirigente accompagnatore e compila il diario di bordo di un viaggio lungo 13 anni. Scrutare e riflettere su questo cammino, senza puzza sotto il naso, è consigliabile per una sana e corretta sociologia. Vale molto di più di mille analisi radical chic, in particolare di una sinistra che ha sempre guardato lo sport dall’alto in basso, salvo poi scendere in piazza e tifare Italia quando c’è odore di Mondiale. Il calcio del figlio ti catapulta in anni trascorsi a inseguire un pallone che rotola e la vita che scorre. Con tutte le problematiche dei nostri giorni: immigrazione, violenza domestica, lutti, soprusi, debolezze, illusioni, solidarietà, passione, coscienza e incoscienza. Che cosa ti porta ad alzarti all’alba per andare a giocare a calcio in un campo spelacchiato della Pianura padana, con il freddo che ti toglie il respiro e la consapevolezza che tanto, anche questa volta, le prenderai di brutto? E che cosa spinge eserciti di padri e madri a stare in tribuna, sotto la pioggia, a osservare ventidue ragazzi che giocano a calcio?
In una delle tante citazioni che scuotono il ritmo della narrazione, si riporta questa osservazione: “Il genitore in tribuna è l’ultras del proprio figlio e vede le partite attraverso quello che capita a lui”. Vero. Come le giustificazioni sulla prestazione del pargolo e i comportamenti di chi ha un erede con i piedi buoni – dice quasi sempre “l’importante è che si divertano”, mentendo e sapendo di mentire – e di quelli che, invece, già sono pronti a fare i genitori-procuratori. Perché poi è questo uno dei problemi di fondo: il calcio alternativa del Gratta e Vinci e del Superenalotto. Se peschi il biglietto fortunato, ti sei sistemato per la vita. E chissenefrega della Carta dei diritti.
Chi conosce il calcio o lo ha semplicemente vissuto da genitore con il figlio tesserato per una squadra di dilettanti, il libro ripropone un film già visto. Il calcio giovanile è la fiera dei sogni, delle vanità, delle frustrazioni – quanti allenatori scimmiottano Pep Guardiola? una marea –, delle mistificazioni – i presidenti che viaggiano in Maserati e poi si defilano, lasciando debiti e fallimenti –. Ma è anche il salvagente di un paese, come si sottolinea nel capitolo 4, in cui “la scuola non è in grado di farsi carico di una vera educazione psicomotoria”. Il calcio dei nostri figli è “una boa alla quale ci aggrappiamo per non affogare nel mare della nostra quotidianità”. E come annotò Simon Cuper “il calcio è un gioco, ma anche un fenomeno sociale. Quando milioni di persone si preoccupano di un gioco, cessa di essere un gioco”. Fino all’estremo: “Il calcio è anche formazione del carattere e relazionale, persino una palestra morale. C’è da imparare stando fuori dal campo. È un’opportunità anche per le persone adulte”.
Gli anni che scorrono, i tornei che passano, fino al padre di tutti: il Torneone. La squadra partita dal basso vola in alto e quando si arriva in vetta, ecco, saggia, un’altra riflessione, tratta da un episodio reale: un’intervista a Giacomo Bulgarelli, leader del Bologna dell’ultimo scudetto (1963-64). Un intervistatore gli chiese se il successo lo avesse cambiato. Risposta: “Credo che mi abbia cambiato. In peggio”. Onestà di altri tempi, verrebbe da dire. Ai tempi moderni appartengono alcuni momenti del libro: le problematiche dei figli dell’immigrazione, la violenza domestica, i femminicidi. E l’ipocrisia di un paese dove una bestemmia viene punita con l’espulsione diretta, mentre si minimizza o s’ignora un insulto razzista. Il calcio del figlio è un calcio alle nostre fragilità e, forse, anche alle nostre falsità.
