Nella zona d’ombra del pallone, fra tackle e dilemmi morali – Luca Pisapia su “il manifesto”
Luca Pisapia – il manifesto – 11 giugno 2025
C’è un pallone che si muove tra le ammalianti luci dello spettacolo, rimbalza tra uno schermo televisivo e gli algoritmi di una società finanziaria, è lanciato da un jet privato al centro di uno stadio eretto nel deserto a discapito della forza lavoro migrante morta di stenti per costruirlo. E poi c’è un pallone che rotola su terreni spelacchiati di periferia, rimbalza irregolare da improvvisati spogliatoi a bordo campo su per le tribune riservate a genitori e parenti, prima di essere caricato su carovane di macchine e motorini per l’ennesimo estenuante viaggio da e per casa. È il pallone del calcio giovanile. E proprio in questo fuoricampo, in questa zona d’ombra raramente inquadrata e ancor meno illuminata, in questa gigantesca parte sommersa dell’iceberg calcistico che permette alla sua vetta emersa di splendere al sole artificiale dello spettacolo, che si sviluppa il tema di uno dei libri solisti più spiazzanti del collettivo Wu Ming. Si chiama Il calcio del figlio (Wu Ming 4 per Edizioni Alegre, 2025) ed è una divertente commedia umana e un memoir intimo, una scanzonata critica sociale e un sorprendente romanzo di formazione e in cui l’autore («tu») per una decina di anni accompagna il figlio («l’erede») lungo tutta la trafila del calcio giovanile, prima nel ruolo di dirigente accompagnatore e poi in quello di semplice spettatore.
Allenamenti, trasferte, pomeriggi sugli spalti per diventare genitori
LA SCELTA del narratore di impiegare la seconda persona singolare, il tu, permette così di utilizzare la chiave della commedia all’italiana: quasi a voler ricalcare il testimone di Un giorno in pretura di Steno che fin dall’inizio del film interpella lo spettatore e lo introduce nel caravanserraglio di umanità varia che si presenta al cospetto del pretore. E così ci troviamo catapultati anche noi nella vita delle varie società giovanili tra padri presenti o assenti, esaltati o sereni, ricchi o poveri, poliziotti o fricchettoni.
Assistiamo come spettatori in campo a vittorie e sconfitte e fuori dal campo a episodi di crudele violenza e di straziante umanità.
Ma questo tu, come l’io di Walter Siti nei suoi Troppi paradisi, è un tu universale che serve a chiamarci in causa. Come ci saremmo comportati noi lettori, che con l’autore condividiamo valori etici e politici, cosa avremmo fatto davanti ai continui dilemmi morali che il pallone ci mette davanti fin dalla più tenera età di chi lo prende a calci?
Il calcio è un gioco e come tale va preservato, o è uno sport il cui orizzonte diventano per forza l’agonismo e il professionismo, con la loro dote imposta di sacrifici e disciplina, con la corte di trucchi e di inganni?. Per chi gioca e per chi guarda una partita ha davvero senso solo partecipare, o alla fine bisogna anche vincere segnando un gol in più dell’avversario? Queste domande ci accompagnano attraverso splendori e miserie del gioco più bello del mondo, un mistero buffo che è allo stesso sofisticato prodotto del capitale e formidabile collante sociale, ultima rappresentazione sacra del nostro tempo e il più potente narcotico sociale in commercio. E ovviamente non trovano mai risposta. O forse per trovare la risposta una volta chiuso il libro bisogna tornare all’inizio, alla copertina di Manuele Fior nella quale padre e figlio guardano la porta dalla medesima angolazione e dalla stessa altezza. E se stanno parlando, se si stanno dicendo qualcosa, sembra essere il figlio quello che ha in mano le chiavi del racconto. E allora, potenza sovversiva del genitivo, ecco che tutto si ribalta.
IL CALCIO DEL FIGLIO non è più il calcio cui gioca il figlio, ma il calcio che tira il figlio al pallone e alla nostra figura adulta. E Il calcio del figlio diventa un romanzo in cui è il figlio, senza mai dire una parola, a raccontare a noi padri tutto quello che ci siamo dimenticati del mondo. A insegnarci come tra un allenamento e una trasferta, un gol fatto e uno evitato, un pomeriggio sugli spalti e una sera in lavanderia a gettoni, possiamo imparare a diventare genitori. E vale la pena farlo sempre prendendo a calci un pallone o guardando qualcuno farlo per noi. Un movimento così naturale e gioioso, così sublime e primordiale, che un giorno forse gli scienziati ci spiegheranno essere stato il gesto che ha dato origine al big bang e ha creato l’universo.
