Non è un mestiere per povere. Lucrezia Fontanelli su “La balena bianca”
Lucrezia Fontanelli – La balena bianca – 20 giugno 2026
In un recente articolo apparso su Lucy. Sulla cultura, Francesco Pacifico riflette sulle dinamiche di potere maschile che si innescano nel campo delle professioni culturali, in particolare quando un uomo che occupa una posizione lavorativa più prestigiosa molesta una donna, fisicamente o psicologicamente, promettendole in cambio l’accesso alla carriera desiderata. Pacifico scrive: «nella realtà […] noi uomini siamo ancora i guardiani della soglia che non si accorgono degli effetti del proprio potere» e aggiunge: «L’uomo raccontato qui si sente fragile mentre mette nell’angolo una donna che dipende da lui»[1]. Ho ripensato a queste parole quando, in Riappropriarsi di sé, Rose-Marie Lagrave racconta di una sera del 1987 in cui si recò nell’ufficio di Pierre Bordieu «per chiedere di essere ammessa nel suo centro» (p. 274).
Per Lagrave, sociologa oggi docente universitaria all’École des hautes études en sciences sociales (EHESS) di Parigi, Bordieu rappresentava un padre intellettuale; tuttavia, in quell’ufficio si trovò di fronte un Bordieu incapace di vedere altro che sé stesso, interamente preso dalla preoccupazione per le critiche dei suoi detrattori: «Raccontava le sue ferite, e questo, ai miei occhi, lo rendeva ancora più affascinante. Presa alla sprovvista dalla sua emozione e dal contenuto delle sue parole, non ho osato ricordargli il motivo della mia visita, e nemmeno lui vi ha più fatto riferimento. Così non sono mai entrata a far parte del Centro di sociologia europea» (p. 275). Bordieu non è un padre violento, ma un padre cieco e disattento. Lo sbarramento della soglia avviene qui per egocentrismo.
Riappropriarsi di sé, uscito a marzo 2026 per Edizioni Alegre, non rientra nel novero dei memoir o delle autofiction, ma è un’inchiesta autobiografica in cui la vita dell’autrice viene riletta attraverso la lente sociologica femminista e di classe (l’opera si inserisce nella scia dell’autobiografia sociale inaugurata proprio da Bordieu con Questa non è un’autobiografia). Nonostante una prosa che si preoccupa di informare più che di creare un prodotto letterariamente valido e che risulta a tratti faticosa per la gran quantità di testimonianze e citazioni, l’indagine di Lagrave mette in luce alcuni nodi che risultano cruciali ancora oggi. Quello che mi spinge a parlare di questo libro non è solo l’accurata lettura che l’autrice offre della propria vita, insieme working class e femminista, ma l’applicazione di questa prospettiva a una carriera svolta nell’ambito culturale e, in particolare, accademico. Se infatti i non eredi, come li definisce Lagrave, sono perseguitati da un costante senso di illegittimità, le donne in questo ambito risultano «[d]oppiamente dominate» (p. 19). Il libro si propone dunque di analizzare le disuguaglianze che si affrontano quando si è povere e donne per farsi strada nel mondo della cultura.
Il volume segue un andamento cronologico. Lagrave è nata nel 1944 da una famiglia di modeste origini ed è cresciuta in Normandia, in un contesto provinciale e ancora in gran parte rurale. La prima parte, relativa all’infanzia e all’adolescenza, risulta la sezione meno incentrata sull’autrice e in cui più spazio viene dato alle storie di genitori, sorelle e insegnanti. Tale pluralità (che è una pluralità di dati e testimonianze, in linea con la natura sociologica dell’indagine) crea un parziale effetto di dispersione e fa sì che la scrittura perda di incisività. Tuttavia, la sezione è funzionale a stabilire le coordinate da cui prende avvio la migrazione di classe; in altre parole, intende dare «corpo e sostanza al concetto di habitus, quella rete di vincoli impressi nel corpo e nella mente che genera pratiche sociali e una visione del mondo» (p. 26). Com’è noto, ogni habitus tende infatti ad essere interiorizzato dai soggetti stessi, finendo spesso per riprodurre le gerarchie e le disuguaglianze esistenti. É un punto su cui l’autrice torna opportunamente più volte, riflettendo allo stesso tempo anche sui motivi che le hanno permesso di sottrarsi alla legge di riproduzione delle classi sociali.
La seconda parte, coincidente con l’entrata all’università e con la maggiore consapevolezza dell’età adulta, è quella in cui si esplicano più compiutamente le riflessioni su classe e genere ed è significativo che la prima lente, quella sociale, preceda la seconda. Lagrave descrive molto bene i segni della «catena di violenza simbolica» (p. 300) che i non eredi devono affrontare per accedere all’ambiente intellettuale: non padroneggiare completamente i codici estetici e di comportamento, non sentirsi all’altezza, dover compensare la lacuna di una mancata esposizione culturale a diversi linguaggi e forme d’arte, di un sapere che agli eredi invece è dato fin dalla nascita.
Lagrave ha frequentato la Sorbona, entrando in seguito a far parte del Centro di sociologia rurale e dell’EHESS. L’arrivo nella capitale all’inizio degli anni Sessanta innesca una sorta di ossessione per la compensazione, assieme a una reticenza a partecipare alle discussioni dei coetanei e ai movimenti studenteschi. Lagrave percepisce il proprio capitale culturale come incompleto e ciò le impedisce di sentirsi autorizzata ad esprimere qualsiasi opinione. A prevalere è la paura – e la vergogna – di «essere smascherata» (p. 237).
Ad agire in questo caso è una barriera interiorizzata, ma non mancano esempi di barriere molto più concrete. Un’osservazione che mi ha particolarmente colpita riguarda la difficoltà di accesso alle indicazioni per ottenere borse di studio e altri sussidi: «Questa mancanza di informazioni sui percorsi possibili e finanziariamente sicuri ha creato una svolta decisiva nel mio cammino: essere una studentessa lavoratrice e borsista è il risultato di una scarsa conoscenza e di una carenza di informazioni di cui soffrono in primo luogo gli studenti non eredi, in particolare quelli provenienti dalla provincia» (p. 243). Come afferma l’autrice nell’intervista a Il Manifesto, «occorre disporre dei mezzi e delle risorse per poter volere»[2], anche solo per poter pensare che esistono modi per migliorare la propria condizione sociale di partenza.
Le possibilità non sono dunque le stesse per tutti, ovviamente: non partiamo tutti dalla stessa condizione, non ci portiamo dietro lo stesso carico emotivo. Gli ostacoli da aggirare non sono gli stessi, né quantitativamente né qualitativamente. Lagrave sostiene che la distanza dagli eredi non si colma mai del tutto (p. 299). Inoltre, compiuta la sua traiettoria di transfuga di classe, l’autrice afferma di aver acquisito sicurezza in sé stessa e di aver ridimensionato il senso vergogna e illegittimità, ma precisa: «Quella percezione fondativa non ha mai smesso di avvelenare il mio rapporto con il mondo e il mio rapporto con gli altri» (p. 184). Non mi sorprende perciò che Lagrave dedichi limpide parole a smontare il mito del merito, termine oggi nelle grazie del presidente della Repubblica francese quanto del Ministero dell’istruzione italiano perché rispondente a una chiara logica neoliberista. Sia la scuola che l’università, infatti, sebbene rappresentino ancora oggi il principale canale di promozione sociale, spesso finiscono per riprodurre lo status quo o per non applicare gli strumenti critici che plasmano.
E qui torniamo a Bordieu. Benché i due condividano la condizione di non eredi e quindi stabiliscano un’alleanza sul terreno della classe, Bordieu gode di un privilegio in quanto uomo di cui, ci dice l’autrice, non sembra cosciente e di cui, di conseguenza, non si libera: «tutto lascia pensare che le reti culturali che hanno saputo costruire attorno a sé e il loro investimento nei rapporti sociali non siano estranei alle risorse possedute o accumulate in quanto uomini e che, ancora troppo spesso, siano possedute dalle donne solo per intermediazione degli uomini» (p. 17). Si inserisce qui una critica ai meccanismi che regolano la consacrazione scientifica nel mondo accademico. Per la sociologa è infatti chiaro che «nell’università, come nella letteratura, essere un uomo è un privilegio di cui i “grandi uomini” non sono consapevoli» (p. 305). Queste considerazioni hanno come sfondo gli anni Ottanta; oggi sarebbe opportuno e urgente chiedersi quanto questo privilegio sia mutato, anche in termini di autoconsapevolezza maschile e percezione femminile.
Ora, per spiegare i motivi che hanno reso possibile un destino sociale diverso da quello prefigurato, Lagrave sottolinea a più riprese l’importanza di una collettività, intesa anche come piccole alleanze e «reti di affinità», luoghi di ascolto reciproco e di dialogo. Il miglioramento della propria condizione sociale è un percorso che non può in nessun modo essere compiuto da soli. Per Lagrave, la principale tra queste “reti” è stata il femminismo. Tuttavia, trovo interessante il fatto che l’approdo dell’autrice al movimento femminista sia stato tardivo e, per sua amissione, avrebbe anche potuto non avvenire mai. Il motivo è semplice: «La mia diffidenza istintiva nei confronti della borghesia mi portava a distanziarmi dalle compagne di lotta che, ai miei occhi di allora, erano solo borghesi, riconoscibili dal loro linguaggio diretto, dai loro abiti bohémien e dalla disinvoltura sociale che mostravano. Mi ci è voluto del tempo per rendermi conto che, nonostante le disuguaglianze di classe, le donne avevano in comune l’essere relegate a ruoli subalterni» (p. 316). Di nuovo, occorrono i mezzi per poter pensare, immaginare, desiderare.
Se mi soffermo su questo passaggio, o meglio sull’ordine in cui avvengono questi passaggi, è perché credo che l’esempio abbia molto da insegnarci: spesso nei nostri rapporti e nelle nostre lotte, prevalgono le divergenze, benché gli aspetti in comune siano molto più numerosi di quelli che ci dividono. Alla base delle pratiche di intersezionalità dovrebbero esserci l’ascolto e l’interesse per l’altro, anche quando sembra che una questione non ci riguardi a prima vista direttamente. L’accoglienza delle variabili nelle posizioni è fondamentale per creare comunità e alleanze in cui possono nascere occasioni e vie d’uscita.
Queste riflessioni sulla dimensione comunitaria confluiscono nelle luminose pagine finali dedicate alla vecchiaia. Qui l’autrice, partendo nuovamente da un’attenzione alle condizioni materiali («l’invecchiamento è socialmente costruito, perché a settant’anni un operaio edile e una professoressa universitaria non hanno le arterie nelle stesse condizioni», p. 392), invoca proprio pratiche di cura collettive e femministe per ridare dignità a questa fase della vita. La fragilità, l’invisibilità, la rimozione del desiderio e l’accentuarsi del controllo biopolitico sul corpo sono temi che informano quest’ultima parte dell’inchiesta. Riallacciandosi a Simone De Beauvoir, le ultime pagine offrono quindi un punto d’osservazione privilegiato per «promuovere i valori della cura di sé e, allo stesso modo, la cura degli altri, non in un’ottica di assunzione di responsabilità, ma come azione politica volta a destituire l’individualismo e la competizione come fondamento del legame sociale» (p. 409).
La prima volta che ho letto l’articolo di Pacifico non ho pensato che mi riguardasse. Ho avuto bisogno di Riappropriarsi di sé per rendermi conto che in quanto donna e non erede ero molto più portata ad attendere dalle labbra di uomo la parola che mi benedicesse e mi aprisse le porte[3]. Pur sapendo che ogni individuo è la risultante di fattori storici, sociali ed economici e che anche l’essere donna è socialmente determinato, spesso tendiamo a dimenticarcene o a non vedere gli eventi come mutualmente dipendenti. È questo il motivo per cui quella di Lagrave è un’operazione preziosa, che invita innanzitutto ad acquisire consapevolezza. Al tempo stesso, Riappropriarsi di sé sollecita un ripensamento dell’intera società, indicando una via d’uscita dalla dominata solitudine e dalla «reciproca estraneità delle posizioni»[4].
[1] L’articolo ha il merito di dirigere lo sguardo in maniera lucida e sottile non solo sulle violenze palesi, ma anche su quella zona grigia che sta tra l’infatuarsi realmente, provando un sincero interesse intellettuale per una donna, e l’esercitare su di lei un potere in ambito lavorativo. F. Pacifico, “Capi che molestano le donne”, in Lucy. Sulla cultura, 13.03.2026 https://lucysullacultura.com/capi-che-molestano-le-donne/.
[2] A. Pigliaru, “Rose-Marie Lagrave, l’intima autoinchiesta di una transfuga”, in Il Manifesto, 09.04.26, https://ilmanifesto.it/rose-marie-lagrave-lintima-autoinchiesta-di-una-transfuga.
[3] Cito di nuovo indirettamente F. Pacifico.
[4] L’espressione è di Bordieu; cit. in R.M. Lagrave, Riappropriarsi di sé. Inchiesta autobiografica di un transfuga di classe femminista, Edizioni Alegre, Roma, 2026, p. 302.
