Politiche del calcio – Francesco Festa su “OperaViva”
Francesco Festa – OperaViva Magazine – 7 luglio 2025
Se siete tra quelli che conoscono i Wu Ming per i romanzi storici, per quella scrittura potente e stratificata che intreccia memoria collettiva e lotta politica, ebbene con Il calcio del figlio. Storie di genitori, figli e pallone (Edizioni Alegre, 2025) resterete forse spiazzati. Anche se solo all’apparenza. Perché sì, questo libro sembra parlare di calcio, di genitori che portano i figli agli allenamenti, di campi spelacchiati e tornei di provincia. E invece è uno dei libri più politici che Wu Ming 4 abbia mai scritto. Fresco fresco di stampa, quando ci siamo sentiti Wu Ming 4 mi ha confidato: «è il più politico dei libri che ho scritto!». Ho pensato: «è una battuta». Invece è così.
È un libro radicalmente politico. In senso gramsciano come «politica del quotidiano» nella microfisica di rapporti sociali e di relazioni di potere fra genitori e figli, fra coetanei, fra madri e padri dei calciatori, fra dirigenti, accompagnatori e allenatori. È un libro che parla di pedagogia, di immaginario, di conflitti generazionali e culturali. Di rapporti familiari, scolastici, sociali ed economici. Di sogni e di frustrazioni. Ed è proprio il calcio – «lo sport che tutti giocano e nessuno insegna», come scrive l’autore – a diventare lo specchio in cui questi temi si riflettono.
Il calcio è certo un momento di gioia autentica, ma anche e soprattutto di crescita, di relazione, perfino di formazione morale. Insegna a collaborare, ad accettare il proprio ruolo, a non anteporre l’interesse individuale a quello del collettivo. Può diventare, in qualche modo, una scuola di politica. Scrive Wu Ming 4 in alcune pagine molto belle e dense di significato:
Nessuno può anteporre sé stesso all’interesse comune, e viceversa, l’interesse comune non può schiacciare l’attitudine individuale. Si tratta né più né meno che di fare il comunismo. Tant’è che ti viene da chiedere in prestito un pensiero a Mario Travaglini, storico allenatore del Corinthians di San Paolo del Brasile: Sappiate una cosa, ragazzi. Se dentro e fuori dal campo pensate di agire solo in libertà, sarete persi. Perché la libertà è un’illusione, se non ci si assumono le responsabilità che certi gesti richiedono. Quindi: libertà con responsabilità. Ecco tutto. (p. 100)
Il calcio del figlio è un diario famigliare, una «storia» com’è segnalato nel sottotitolo. Eppure scorrendo le pagine ti accorgi che da quella storia o microstoria si squarcia uno spettro della società italiana. E così il libro assume i toni dell’inchiesta sociale. Fatta in prima persona sul campo, nel tempo e nei luoghi dove si gioca e si cresce: nei centri sportivi di periferia, nelle chat dei genitori, tra le maglie sformate delle società dilettantistiche. Wu Ming 4 ci accompagna con una scrittura tanto personale quanto collettiva nel viaggio del figlio – «l’erede» – dai pulcini agli esordienti fino al mondo pre-professionistico, osservando con occhi attenti e spesso disillusi quello che il calcio giovanile italiano rappresenta, ma anche il sistema calcio è diventato, tanto da far scappare talenti, passione e sogni che dietro alla palla sono andati crescendo. A patto che quella palla e quel sistema non lascino troppe cicatrici, talvolta insanabili nella vita dei ragazzi.
E così nello squarcio si osserva l’Italia che tira a campare e che intanto muore lentamente, quella dell’economia sommersa, degli sponsor che sponsorizzano solo per finta, dei tecnici improvvisati che «arrotondano» allenando, dei talenti che non sbocciano perché i loro genitori non possono permettersi cinquecento euro l’anno.
Ecco uno dei motivi per cui in Italia – scrive l’autore – rispetto ad altri paesi europei, faticano a emergere talenti tra i nuovi italiani, i figli di immigrati di seconda generazione: sono relativamente poche le famiglie che li iscrivono alle società calcistiche. (p. 74)
Così come c’è la scuola che non educa allo sport e che lascia che il calcio sia l’unico strumento di riconoscimento sociale per tanti bambini, anche quando il corpo stesso chiede altro: un’altra disciplina, un altro ritmo, un’altra strada.
Ci sono alcuni ragazzini – osserva l’autore – che per stazza potrebbero essere avviati al lancio del peso o al rugby. Ce ne sono altri che hanno il piede quadrato ma corrono come lepri, e potrebbero fare atletica leggera con buoni risultati. Altri ancora non sanno nemmeno correre o respirare sotto sforzo e dovrebbero fare ginnastica posturale, psicomotricità. Alcuni hanno un problema con il proprio corpo, basta vederli camminare (testa bassa, busto di tre quarti, un po’ sbilenchi) per accorgersi che vorrebbero sparire piuttosto che essere al centro dell’attenzione con un pallone tra i piedi. Invece tutti si accaniscono a forzare i propri limiti naturali e caratteriali per indossare una maglia colorata con un numero stampigliato sulla schiena e scendere in campo come i tizi che vedono in tv. Potenza dell’immaginario calcistico. (p. 33)
In fondo Il calcio del figlio restituisce anche tanta vita. Si torna bambini o adolescenti nelle sue pagine, e si assapora la bellezza del gioco improvvisato in mezzo alla strada, della voglia di tirare quei calci a palloni rabberciati più forte dei limiti del corpo. È l’umanità che si rivela, mentre fuori le grandi squadre si contendono i giovani come se fossero quote azionarie. Nelle ultime pagine del libro si assapora l’essenza di questo sport, quasi a smentire la riflessione pasoliniana sul calcio quale «rito sacro» in sostituzione del teatro che annienta il senso di evasione. Invece il pallone che rotola, gli sguardi che si incrociano, la sintonia che si innesca mostrano proprio il contrario: il pallone è l’altrove che abbatte le barriere sociali per generare condivisione e uguaglianza.
Il secondo erede, un altro ragazzino e una bambina giocano a smarcarsi e tirare in una porta unica. Tra i pali ce n’è un quarto, in sedia a rotelle. Occhiali, treccine, carnagione scura. Dalla somiglianza si direbbe il fratello della bambina. La porta è piccola, ma i tiri ovviamente non sono mai né troppo forti né troppo angolati. Quei quattro hanno adattato la loro voglia di giocare alle circostanze. Questo è un pallone, questi siamo noi, troviamo il modo. È tutto lì. L’essenza del gioco più bello del mondo e di quello che può rappresentare. (p. 260)
Il calcio del figlio, insomma, non è affatto un libro sul calcio. È un libro che interroga il mondo degli adulti: cosa insegniamo davvero ai nostri figli? È giusto garantire a tutti un posto in campo, a prescindere da talento e impegno? E cosa succede quando il campo diventa l’unico posto in cui ci si sente visti?
