Quel sogno operaio e la lotta di classe che non finisce mai – Massimo Raffaeli su “il manifesto”
Massimo Raffaeli – il manifesto – 10 giugno 2026
Non è di senso comune, nella letteratura corrente, quello che gli anglosassoni definiscono social novel e cioè un romanzo il cui elemento fondativo, prima che nel sistema dei personaggi e nello sviluppo di una trama, consista nella rappresentazione o insomma nello studium, in senso etimologico, di un frangente storico-sociale. È questo il caso di un esordio narrativo di grande qualità, Senza patria. Un sogno operaio tra le due guerre mondiali (Alegre, «Scritture resistenti», pp. 234, euro 17.00), romanzo che Gabriele Polo ambienta in un luogo che peraltro gli è familiarissimo di formazione, il cantiere navale di Monfalcone.
Lì, in un braccio di mare che ancora all’inizio del secolo scorso era natura intatta o comunque in armonia con le attività tradizionali legate alla pesca, sorge l’insediamento industriale che da un lato altera l’equilibrio naturale e dall’altro, di riflesso, trasforma nel profondo l’assetto sociale.
NELLE PRIME cinquanta tesissime pagine, fra le più belle del romanzo, con uno sguardo scevro di nostalgia e però ibridato dall’emozione di chi sa di ricevere un pegno d’amore e fedeltà al destino dei subalterni, Polo fornisce il quadro della secolare società dei marineri, pescatori o cavatori di ghiaia, un mondo regolato da costumi severi e rapporti laconici, rappresentandolo un attimo prima che inizi il processo della sua cancellazione.
Non c’è nostalgia nello sguardo del narratore ma la coscienza di quanto quel mondo fosse fragile nella sua disarmata dignità: lì vengono al mondo i due figli di Adelchi, vecchio marinaio condannato al declassamento sociale, Francesco il primogenito e il più piccolo Luigi nel cui orizzonte, ancora privo di parola destino, c’è soltanto l’offrirsi come manodopera al cantiere navale. Avranno vite paradossalmente diametrali e tuttavia destinate a reincontrarsi se non, nell’imminenza della fine, a conciliarsi. Francesco è un autodidatta che ha letto I miserabili e si riconosce nel personaggio di Gavroche le gamin, monello indocile e insolente, pure se di carattere pensoso.
DAVANTI A LUI c’è il terribile romanzo di formazione umana e politica che il Secolo Breve sta apprestando ai suoi figli: la guerra di trincea combattuta con la divisa austroungarica («Serbi Iddio l’austriaco Regno/ guardi il nostro Imperator» cantavano allora gli scolari di Trieste sulle note del Kaiserhymne), la prigionia in Russia e la grande fiammata dell’Ottobre rosso. Al ritorno comincia per lui ciò che l’autore chiama il tempo delle ombre e dunque l’antifascismo e la militanza clandestina, con scarse certezze, perché Francesco non è affatto un dottrinario, se non quelle legate al rapporto con gli altri operai e al lavoro sordo, quotidiano, cui è ridotta la pratica, per lui essenziale, della lotta di classe: «Per Francesco la rivoluzione non è stata una scelta fra tante, è l’unica soluzione».
Antipode è la parabola del fratello Luigi che, in quanto minore d’anni, non ha potuto sviluppare gli anticorpi per opporsi immediatamente al fascismo di cui invece, in un primo momento, accetta l’acclimatazione opponendosi alle scelte del fratello: sarà il suo carattere introverso e nevrotico, il mutismo di chi non ha requie, ad avviarlo dopo l’8 settembre alla Resistenza armata che condivide finalmente con Francesco. Ma proprio qui si annuncia una nuova separazione, figlia di un conflitto molto più grande ed emblematico che trascende ogni divergenza dei caratteri individuali perché vi sono in gioco, e in una mescolanza talora irresolubile, fattori etnici, storici e politici di lunghissimo periodo.
L’ALTRA ZONA APICALE del romanzo riguarda infatti la Liberazione di Trieste e i quarantadue giorni (1° maggio-12 giugno ’45) in cui il IX Corpus dell’esercito jugoslavo, che riunisce partigiani italiani e sloveni, governa la città alla maniera di una Repubblica popolare. Si tratta, tuttavia, di un tentativo che cade di fronte alle convenienze politiche e alle ostilità interalleate: rancori atavici vi riemergono, fratture insanabili tra comunisti titoisti e stalinisti, rese dei conti sanguinose e rigurgiti violenti di un nazionalismo fascistoide (e qui basti il caso di uno scrittore liberale e antifascista, l’istriano Pier Antonio Quarantotti Gambini, che nel suo memoir del ’51, Primavera a Trieste, si abbandona a pesanti insinuazioni xenofobe nei riguardi degli slavi).
ANCHE IN QUESTO CASO il destino dei due fratelli torna a dividersi: l’uno, l’impulsivo Luigi, passerà la frontiera vagheggiando, per presto ricredersi, l’utopia incarnata nel socialismo titoista, l’altro, Francesco, disilluso dalle ambiguità del medesimo Pci che ha lasciato si spezzasse in due quanto la Resistenza e l’idea comunista avevano riunito, è pervaso da un disincanto la cui sola certezza è l’impegno giorno dopo giorno in fabbrica, il pieno reintegro del legame sociale o insomma il recupero della lotta di classe.
Infatti Francesco non ha da dire a Luigi se non parole del tutto scevre di retorica: «Io sono più deluso di te dal partito italiano. Bisogna ricostruire tutto, anche il sindacato. Ma lo facciamo qui, a partire dalla fabbrica. Perché lì non si può fingere, da lì non si può scappare. La lotta di classe non finisce mai, nemmeno con i poteri popolari o la Settima federativa». E sono parole tuttora inadempiute.
